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sabato 12 settembre 2020

Quando il test PCR Covid19 non è una religione

Quando il test PCR Covid19 non è una religione...

I test PCR COVID19 sono scientificamente insignificanti - I blocchi e le misure igieniche attualmente adottati in tutto il mondo si basano sul numero di casi e sui tassi di mortalità creati dai cosiddetti test SARS-CoV-2 RT-PCR utilizzati per identificare i pazienti "positivi", per cui "positivo" è generalmente equiparato a "infetto". ”

Osservando attentamente i fatti, la conclusione è che questi test PCR non hanno senso come strumento diagnostico per determinare una presunta infezione da un presunto nuovo virus chiamato SARS-CoV-2.

“TEST, TEST, TEST,…” INCONDIZIONATI MANTRA

Al briefing dei media su COVID-19 del 16 marzo 2020, il direttore generale dell'OMS, il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato:

Abbiamo un semplice messaggio per tutti i paesi: "test, test, test".

Il messaggio è stato diffuso nei titoli di tutto il mondo, ad esempio da Reuters e dalla BBC.

Sempre il 3 maggio, il moderatore del giornale Heute - una delle più importanti testate giornalistiche della televisione tedesca - stava trasmettendo il mantra del dogma corona al suo pubblico con le parole ammonenti:

"Test, test, test" - questo è il credo al momento, ed è l'unico modo per capire davvero quanto si sta diffondendo il coronavirus. ”

Ciò indica che la credenza nella validità dei test PCR è così forte che eguaglia una religione che non tollera praticamente nessuna contraddizione.

Ma è noto che le religioni riguardano la fede e non i fatti scientifici. E come Walter Lippmann, il due volte vincitore del Premio Pulitzer e forse il giornalista più influente del 20 ° secolo, ha dichiarato:

"Dove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto."

Per iniziare, è davvero straordinario che lo stesso Kary Mullis, l'inventore della tecnologia Polymerase Chain Reaction (PCR), non la pensasse allo stesso modo. La sua invenzione gli è valsa il premio Nobel per la chimica nel 1993.

Sfortunatamente, Mullis è deceduto l'anno scorso all'età di 74 anni, ma non c'è dubbio che il biochimico considerasse la PCR inappropriata per rilevare un'infezione virale.

Il motivo è che l'uso previsto della PCR era ed è tuttora quello di applicarla come tecnica di produzione, essendo in grado di replicare milioni e miliardi di sequenze di DNA e NON come strumento diagnostico per rilevare virus.

Come dichiarare disastrose le pandemie virali basate sui test PCR è stato descritto da Gina Kolata nel suo articolo del New York Times del 2007 Faith in Quick Test conduce a un'epidemia che non lo era.

Inoltre, vale la pena ricordare che i test PCR utilizzati per identificare i cosiddetti pazienti COVID-19 presumibilmente infettati da ciò che viene chiamato SARS-CoV-2 non hanno un gold standard valido per confrontarli.

Questo è un punto fondamentale. I test devono essere valutati per determinarne la precisione - in senso stretto la loro "sensibilità" [1] e "specificità" - in confronto con un "gold standard", che significa il metodo più accurato disponibile.

Ad esempio, per un test di gravidanza il “gold standard” sarebbe la gravidanza stessa. Ma come lo specialista australiano delle malattie infettive Sanjaya Senanayake, ad esempio, ha dichiarato in un'intervista alla ABC TV in una risposta alla domanda "Quanto sono accurati i test [COVID-19]?":

Se avessimo un nuovo test per raccogliere [il batterio] stafilococco nel sangue, avremmo già delle emocolture, questo è il nostro gold standard che usiamo da decenni e potremmo confrontare questo nuovo test con quello.

Ma per COVID-19 non abbiamo un test standard ".

Lo conferma Jessica C. Watson dell'Università di Bristol. Nel suo articolo Interpreting a COVID-19 test result, pubblicato di recente sul British Medical Journal, scrive che vi è una "mancanza di un simile" standard di riferimento "per i test COVID-19".

Ma invece di classificare i test come non idonei per il rilevamento SARS-CoV-2 e la diagnosi COVID-19, o invece di sottolineare che solo un virus, dimostrato attraverso l'isolamento e la purificazione, può essere un solido gold standard, Watson afferma in tutta serietà che , "Pragmaticamente" la stessa diagnosi COVID-19, incluso lo stesso test PCR, "potrebbe essere il miglior" gold standard "disponibile." Ma questo non è scientificamente valido.

A parte il fatto che è assolutamente assurdo fare il test PCR stesso come parte del gold standard per valutare il test PCR, non ci sono sintomi specifici distintivi per COVID-19, come anche persone come Thomas Löscher, ex capo del Il Dipartimento di infezione e medicina tropicale dell'Università di Monaco e membro dell'Associazione federale degli internisti tedeschi ci hanno concesso

E se non ci sono sintomi specifici distintivi per COVID-19, la diagnosi COVID-19 - contrariamente a quanto affermato da Watson - non può essere adatta a servire come gold standard valido.

Inoltre, "esperti" come Watson trascurano il fatto che solo l'isolamento del virus, ovvero una prova inequivocabile del virus, può essere il gold standard.

Questo è il motivo per cui ho chiesto a Watson come la diagnosi COVID-19 "potrebbe essere il miglior gold standard disponibile", se non ci sono sintomi specifici distintivi per COVID-19, e anche se il virus stesso, cioè l'isolamento del virus, non sarebbe il miglior gold standard disponibile/possibile.

Ma non ha ancora risposto a queste domande, nonostante le molteplici richieste.

E non ha ancora risposto al nostro post di risposta rapida sul suo articolo in cui affrontiamo esattamente gli stessi punti, anche se ci ha scritto il 2 giugno: “Proverò a postare una risposta entro questa settimana quando avrò una possibilità..

NON ESISTE NESSUNA PROVA CHE L’RNA COVID19 SIA DI ORIGINE VIRALE

venerdì 10 luglio 2020

Perché un virus non è mai un pericolo!

Perché un virus non è mai un pericolo!

Avete paura dei microbi, siano essi batteri, funghi, virus, metazoi, protozoi. Vi siete mai chiesti perché?
Perché avete letto o vi hanno detto che causano le malattie? Siete sicuri?
Li avete mai visti all’opera?
Ed anche su di voi stessi, li avete mai visti funzionare? Avete visto in loro la volontà di determinare in voi una o più alterazioni a fini malevoli o maligni?

Sapete perché dicono che provocano malattie?
Perché li trovano nei tessuti di persone il cui stato di salute non è buono
(e il non essere buono non significa che sia maligno). Semplicemente li trovano nei tessuti che vengono asportati o nelle secrezioni prodotte dai tessuti il cui stato è infiammatorio o comunque di alterazione.
E come vengono trovati?
Con analisi chimiche, con osservazioni al microscopio.

Ma in Natura non esistono analisi chimiche (esse sono state prodotte dall’uomo, con una esattezza e affidabilità invero assai scarse).
In Natura non esiste il microscopio. All’uomo, come agli altri animali, è consentita una potenza visiva limitata e non per caso.
Anche una vista acutissima, può vedere strutture dell’ordine di mezzo millimetro, forse anche un quarto di millimetro, ma non oltre.
Perché?

Perché chi è utile o pericoloso per l’umano deve collocarsi all’interno del suo potere visivo, in modo tale che se ha bisogno di qualcosa possa vederlo e se deve proteggersi da qualcosa possa vederlo.
Tutto ciò che esula da questo potere visivo, non lo è a caso.
Rimane nascosto, nell’enormità e nell’invisibile, perché esula dal controllo umano, perché non può essergli favorevole o dannoso. E’ al di fuori di questi concetti e la’ deve restare. E’ imperscrutabile, punto.

L’essersi spinti a vedere ciò che continua a rimanere invisibile ad occhio nudo, ha dovuto per forza portare a collocarsi rispetto a ciò che si è osservato. Finché non vedi non sai, ma se vedi sai e ti poni in uno stato di attenzione e di giudizio.
Ma il vedere non significa conoscere tutto ciò che riguarda ciò che si è visto.
Vedere, è solo una minima parte della conoscenza e della verità su ciò che si è visto. E come sappiamo dalla fisica, tutto ciò che viene osservato cambia proprio perché lo si è osservato.

Faccio un esempio.
I miei occhi vedono il lupo, perché le sue dimensioni rientrano nelle mie possibilità visive. Se non l’ho mai visto prima, spontaneamente non ne ho paura. Ma se lo vedo azzannare un umano, posso concludere che il lupo è un animale aggressivo e un predatore. Posso dispiacermi del suo atteggiamento, ma è la sua natura. Dovrei anche chiedermi cosa ha fatto l’umano per essere azzannato dal lupo. In altre parole, se vedo il lupo, prima di giudicarlo cattivo devo tenere conto di ogni cosa che lo riguarda.
Potrei vedere dei lupi giocare tra loro e se rimango nel non-giudizio, posso desumere che il lupo in alcune situazioni/condizioni è pericoloso. Non ce l’ho con lui, ma porto rispetto e mi premuro per non farmi azzannare.

I miei occhi non vedono i virus, perché le loro dimensioni sono al di fuori delle mie possibilità visive. Non provo paura nei loro riguardi, non ne ho motivo. Se mi viene il raffreddore, che (da poco) sappiamo coinvolgere strutture virali di cui attualmente non sappiamo pressoché nulla, mi soffio il naso, mi metto nel letto, riposo, mi nutro, faccio una ventina di sternuti e via, verso la riparazione.

Vediamo cosa succede a forzare la natura e le dotazioni umane.

I miei occhi non vedono i virus, perché le loro dimensioni sono al di fuori delle mie possibilità visive. Ma mi hanno detto od ho letto delle cose che li riguardano e li giudicano forieri di malattie e devastazioni corporee. Me lo sono sentito dire fin da bambino, mi hanno fatto credere che i virus si trasmettono di nascosto, che sono cattivi, che sono dei terroristi, che possono portarmi nella tomba. Non li vedo all’opera, non li vedo proprio, ma istintivamente, inconsciamente, li reputo responsabili maligni del terribile raffreddore che mi perseguita. Devo distruggerli, devo combatterli pur non sapendo quali sono le loro funzioni, quali sono i meccanismi di comunicazione tra loro e il mio corpo. Devo ammazzarli senza sapere nulla di loro.

Non mi perito di pensare che se sono invisibili è perché non sono un pericolo, perché sono entità super partes che agiscono non per il mio bene o il mio male, ma per la vita stessa come concetto assoluto e non individuale.
Non penso nemmeno e questo è il dolo più grave, il peccato originale.
Credere, con supponenza, che l’opera della Natura sia stata creata solo per me.
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INTEGRAZIONI ALL’ARTICOLO
Alcune persone, la minoranza in verità, hanno espresso perplessità rispetto al concetto che ho espresso ieri, riguardante il nemico pubblico numero uno, il virus. In quell’articolo asserivo che il virus non è piccolo a caso, ma per rimanere in quell’area del non visibile, che non può in nessun caso rappresentare qualcosa di dannoso per l’essere umano, ma qualcosa che esiste al di la’ dell’essere umano e che con l’essere umano interagisce secondo modalità e motivazioni che l’umano ancora oggi non conosce.

sabato 11 aprile 2020

Medioevo: in attesa di dormire sotto i ponti (coronavirus)

Medioevo: in attesa di dormire sotto i ponti
Volete veramente capire come funziona il Coronavirus? Bene non c’è alcun bisogno che vi dedichiate alla virologia, una materia evidentemente  piuttosto ostica per la premiata sanità lombarda che si è squagliata e che ha commesso errori su errori in preda al panico, no basta vedere cosa è successo nel mondo: Sanders si è ritirato dalla lotta per le elezioni presidenziali Usa, la BlackRock la più grande società privata di investimenti  è stata a chiamata a gestire il flusso di denaro della Federal reserve, i gilet gialli in Francia hanno dovuto assopire le loro lotte, in Ungheria ci sono le leggi speciali, dovunque è stata sdoganata l’idea di una restrizione delle libertà individuali e le facoltà di controllo massivo sono arrivate al loro diapason mentre l’Italia è diventata la Grecia ed è in attesa di essere depredata mentre un governo di incapaci e di felloni al limite del ridicolo cerca di dire che non è successo nulla e rincara la dose di paura e di miliardi immaginari per tenersi in sella.
Al potere globalista è bastato fare bau per sparigliare il mazzo che presentava cattive carte, bruciare un po’ di ricchezza fasulla e incamerarne di vera, di fare carne di porco della crescente opposizione alla sia ideologia e alle sue prassi.
Proprio bau perché tutti i dati purché letti in maniera corretta e non narrati come pare a lor signori dicono che ci si trova davanti a una sindrome influenzale per la quale comincia a profilarsi l’ipotesi che la sia pure scarsa letalità sia stata provocata più che altro da errori di interpretazione diagnostica e dunque di terapia: la polmonite interstiziale sembrerebbe entrarci poco, mentre si tratterebbe di tromboembolia venosa generalizzata, soprattutto polmonare causata dal fatto che molti pazienti sono rimasti con la febbre alta per giorni e giorni senza che si intervenisse per bloccare né la temperatura alta né l’infiammazione.
Se così fosse, come sembrerebbe dalla 50 autopsie fatte – il numero più elevato in tutto il mondo – non servono a niente le rianimazioni e le intubazioni perché bisogna innanzitutto prevenire queste tromboembolie: se si ventila un polmone dove il sangue non arriva, non serve a nulla ed è anzi causa di morte perché il problema è cardiovascolare, non respiratorio, sono le microtrombosi venose, non la polmonite a determinare la fatalità. In poche parole ciò che si è fatto fino ad ora non solo non sarebbe servito a nulla, ma sarebbe stato persino controproducente e infatti dopo che in alcuni ospedali il Sacco di Milano , il San Gerardo di Monza e Sant’ Orsola di Bologna  è stato sperimentato il Clexane ( un farmaco antirombotico) in contemporanea col cortisone, la situazione è cambiata molto e nelle aree in cui operano questi nosocomi le ospedalizzazioni sono crollate verticalmente

La colpa non è dei medici che come tutti non nascono imparati, ma del panico apocalittico indotto ad arte che ha costretto ad agire in fretta, con indicazioni sommarie tanto più che il virus era già mutato rispetto a quello originario, nato chissà come.
Insomma sembrerebbe che ne ha uccisi più la terapia e il panico che il virus.

Vedete come è facile fare informazione concreta e non terroristica con una notizia che nessun giornale riporta perché non si adegua alla politica della paura?  Adesso si potrebbe guardare con molta maggior serenità alla situazione, magari capire che la segregazione è inutile anche dentro il paradigma stesso nel quale nasce questa assurda situazione, quando comunque milioni di persone girano per i servizi essenziali o fanno capannelli per impedire i capannelli, ma non si può perché bisogna ancora blindare gli italiani affinché non pensino nemmeno ad opporsi al Mes e siano così confusi da non capire cosa sta succedendo, si pieghino di fronte al boia come se fosse un taumaturgo.

In fondo basta riempirsi la bocca di  anodino lockdown così si è  dentro la tendenza, che per i cretini è il massimo della vita. Ma in senso più generale e globale non sta né in cielo né in terra che cure efficaci possano essere a basso costo, ci vuole il vaccino che al 90% sarà inutile ( come del resto quello dell’ influenza sugli anziani, però non ditelo in giro che big pharma piange e impedisce che abbiano risonanza le decine di ricerche che lo dimostrano) ma farà fare triliardi all’industria del farmaco. Vogliamo forse deludere quel cuoricino di Bill Gates e dei suoi compari? Vogliamo davvero che un socialista rischi di salire alla Casa Bianca al posto dell’ennesimo miliardario stupido e insolente o che il potere delle banche e della finanza  possa essere scalfito, che Macron in Francia possa essere costretto ad andarsene o che l’Italia e il suo risparmio si sottragga alle grinfie della Germania? Non scherziamo, piuttosto stiamocene in casa per l’influenza, spezziamo il tessuto cognitivo così che per significarci la drammaticità della situazione si dica che a New York si sta aprendo un nuovo cimitero per poveri che  dovrebbe ospitare 15 morti alla settimana, il che è meno degli assassinati settimanali nella grande mela marcia e si contrabbanda una volgare speculazione come sintomo dell’Apocalisse.

E noi tutti a tremare di paura e a credere alle balle stratosferiche di Conte sulla valanga di miliardi che ci attende. Per fortuna tra un anno o due moltissimi non avranno più casa e allora ci sarà il divieto di rientrare, tutti sotto i ponti, almeno quelli non crollati, a morire davvero e non in televisione.

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martedì 10 settembre 2019

Prevenzione, malattia e salute! – Parte 1(di 3): la prevenzione non esiste, chiamatela creazione di malati!

La prevenzione è un’altra cosa.
“Prevenire è meglio che curare” ce lo dicono da sempre eludendo la verità che non lo sappiamo fare, poiché per prevenire almeno si dovrebbe conoscere la malattia e saperla curare e la sanità mondiale non lo sa anzi non lo vuole fare. Assurdo? Quello che facciamo e che spacciamo per cura è il soffocamento dei sintomi del corpo, nonostante la loro indubbia utilità su molti fronti, invece in fatto di prevenzione siamo davvero all’avanguardia… ma davvero?

Quella che chiamano prevenzione(o diagnosi precoce) in verità non previene alcun male, si tratta invece della ricerca incessante e spasmodica di qualsiasi anomalia, difformità in relazione a parametri decisi come valori di riferimento i cui “range” non aumentano mai anzi stranamente(?) nel tempo si assottigliano sempre di più creando malati ad ogni revisione. (vedasi “Un miliardo di malati in un colpo solo!!!”)

La mirabolante medicina diagnostico-preventiva oggi ha strumenti per cogliere qualsiasi male all’origine ed estirparlo prima che lui ci annienti, ma è davvero così?
E’ davvero triste e vergognoso scoprire quello che si nasconde dietro la menzogna della prevenzione cioè una ricerca a tappeto di “malati” da curare anche se non hanno sintomi, anche se quella piccola anomalia non darà mai sintomi e andrà via da sola com’era venuta.

Il corpo quando si ammala vuole delle attenzioni e ci invia dei segnali, i sintomi, che non saranno mai disastrosi se staremo ad ascoltarli cercando di comprenderli, ma la medicina moderna non solo blocca ogni sintomo della malattia, non mettendoci nelle condizioni di sentire e capire il nostro corpo e noi stessi, ma addirittura previene il loro sopraggiungere andando a cercare qualsiasi discrepanza fisica o dei valori diagnostici attaccandola con ogni mezzo, facendo leva con l’agghiacciante paura indotta della malattia.
La medicina persegue il medicare con farmaci ed interventi, se si fosse chiamata salute forse avrebbe perseguito un obbiettivo diverso e ben più importante: la salute, quella vera!
Eppure la malattia, anche quella che la sanità ha marchiato come nefasta, non è affatto il diavolo che si vuole far credere, essa ha diversi stadi di gravità molti dei quali superabili senza alcun intervento poiché se la malattia è lieve il corpo porta lievi sintomi e la supera facilmente, tenuto conto che essa non è che un’importantissima funzione del corpo su cui ho ampiamente già disquisito.
La tanto propagandata prevenzione, grazie alle superbe tecnologie diagnostiche e soprattutto ai mirati e continui abbassamenti delle soglie di normalità dei vari parametri corporali, consente di mantenere un parco di malati sempre più ampio, malati che probabilmente guariranno, ma che in effetti non stavano affatto male, malati che saranno sottoposti ad interventi e protocolli spesso infernali con devastanti ripercussioni su molti a causa della tossicità dei farmaci, degli interventi e, non da meno, per la situazione di terrore in cui vengono proiettati i pazienti che fino al giorno prima erano sani; tutto ciò senza considerare l'altissima percentuale di falsi positivi soprattutto in particolari esami diagnostici (es. prostata).
Paziente è il nome con cui viene chiamato un cliente della sanità mondiale. Il sistema sanitario mondiale non esisterebbe senza i suoi clienti ecco perché cerca di non perderli, tenendoli il più possibile attaccati-dipendenti(con protocolli, farmaci, ecc. ) e ricercandone sempre di nuovi… grazie alla prevenzione!
Quindi la "prevenzione" non previene nessun male, ma aumenta esponenzialmente il numero di malati, ecco perché è così pubblicizzata e spesso anche gratuita perché serve a fare soldi(ma non solo chiaramente) non a donare salute; la salute è un’altra cosa non il curarsi senza conoscere nemmeno l’origine dei nostri sintomi.

Riguardo alla concreta prevenzione di un disequilibrio psico-fisico-spirituale ora dovrò confutare qualche luogo comune: l’alimentazione equilibrata e una congrua attività fisica sono molto importanti ma non sono affatto decisivi per la prevenzione delle malattie-disarmonie… in caso contrario nessuno sportivo, nessun vegano e nessun meditatore si ammalerebbe nè morirebbe prematuramente, così purtroppo non è, ma comunque certi stili di vita vanno seguiti poiché aiutano(non danno certezze) molto a mantenersi in salute; ne parlerò meglio nella terza parte.
Per concludere mi pare doveroso parlarvi francamente, la prevenzione reale non può esistere se non abbiamo la conoscenza, anch’essa reale, della malattia e della salute e oggi tali conoscenze sono precluse alla massa di cui ne fanno parte anche dottori e professionisti vari.

Oggi in fatto di malattia e di salute non abbiamo neanche una sola certezza, ma una marea di ipotesi, una moltitudine di fattori che devono coesistere per raggiungere un fine che tanto chiaro non è.
I concetti stessi di malattia e salute sono stati alterati e chi lavora nel campo non li studia sul serio(olisticamente), studia invece la medicina che è un qualcosa di diverso, ma ne parlerò più avanti.

La vera ed unica prevenzione quindi è la conoscenza di quei processi biologici che vengono definiti a torto malattie e che di male hanno davvero poco, eccetto la paura di loro che viene pesantemente e costantemente inculcata e non ci consente di valutarli e comprenderli con serenità, solo allora forse potremmo ambire a prevenirli, perché se non si conosce la malattia nella sua utilità, semplicità e patogenesi nessuna prevenzione potrà mai esserci.

La conoscenza però ha un prezzo alto da pagare e molti non possono permetterselo, il sistema stesso non glielo consente non lasciandogli né le forze, né il tempo, oltre che qualche soldo;  questo lungo articolo da solo non può fornire gli elementi necessari a “metabolizzare” nel profondo quei concetti occultati da secoli sarà necessario approfondire con determinazione questo argomento tanto caro all'umanità se non si vuole continuare a brancolare ancora per molto.
Volere è potere e da qualche parte bisogna pur iniziare… buon “viaggio”.

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domenica 28 ottobre 2018

Morte cerebrale? Una bugia, serve per togliere organi a persone vive

«Visitai Alfie: il problema è la “morte cerebrale”»
di Benedetta Frigiero
Da dove nasce l’approccio medico svelato al mondo in maniera palese dal piccolo Alfie Evans?
La risposta per il dottor Paul Byrne, neonatologo di fama internazionale, che nel dicembre del 2017 visitò il piccolo, è chiara: «Anche se Alfie non fu dichiarato cerebralmente morto, tutto nasce dalla definizione di “morte cerebrale”. Una visione per cui la vita è misurata sulla quantità di funzioni dell’encefalo».
Da dove nasce l’approccio medico svelato al mondo in maniera palese dal piccolo Alfie Evans? La risposta per il dottor Paul Byrne, neonatologo di fama internazionale, che nel dicembre del 2017 chiamato dalla famiglia del bambino volò a Liverpool per visitarlo, è chiara da anni: «Tutto nasce dalla definizione di morte, non più clinica ma cerebrale, sancita nel 1968 da una commissione medica di Harvard».

Dottor Byrne, ci spieghi perché lei differenzia la morte reale dalla morte cerebrale e quali implicazioni ha questa distinzione? Ho avviato una terapia intensiva per bambini malati nel 1963 presso il Cardinal Glendon Hospital for Childrend di St. Louis, ero profondamente animato dall’intenzione di sostenere la vita in ogni modo possibile.
Durante questo periodo, sono state scoperte nuove terapie. Ma pochi anni dopo cominciò a diffondersi una nuova definizione di morte: il paziente non era più considerato morto solo dopo la cessazione delle funzioni cardiache e circolatorie, quindi anche respiratorie e del sistema nervoso, ma bastava rilevare l’assenza di attività dell’encefalo per dichiararlo morto.
Nel 1975 nel mio reparto fu ricoverato un bimbo nato prematuro, Joseph. Venne ventilato e poi dichiarato cerebralmente morto perché il suo elettroencefalogramma non dava segni di attività. Ma Joseph era vivo, quindi continuai a curarlo: oggi è padre di tre figli. Da quel momento ho cominciato a interrogarmi sulla definizione di morte cerebrale, scoprendo che era una bugia.

Cosa c’entra tutto questo con Alfie che non era stato dichiarato “cerebralmente morto”? Questa visione ha un impatto enorme sui pazienti come Alfie. Se concepiamo le persone morte, e quindi non più degne di cure, quando il loro cervello non dà segnali di attività, si arriva a pensare che la persona con attività cerebrali minime abbia minore dignità.
Se la misura della vita è il cervello allora diventa normale pensare che siccome parte del cervello di Alfie non appariva normale (aveva anche le convulsioni), allora il bambino era quasi morto e quindi non degno di cure.
Non a caso, anche se Alfie era vivo, invece che ricevere la tracheostomia e le cure, hanno deciso, come se fosse normale, di farlo morire. Quando poi lo hanno visto respirare per quattro giorni anche senza la ventilazione, i medici, pur sorpresi, sapevano che avrebbe faticato a riprendersi senza cure adeguate.

Come si sarebbe comportato come medico di fronte ad Alfie? Tutti i medici sanno che dopo due o tre settimane di ventilazione, e certamente dopo un anno e mezzo come per Alfie, è necessario praticare la tracheostomia. Non sappiamo se poi Alfie avrebbe respirato più a lungo con la tracheostomia. L’unico modo per saperlo era curarlo.
I genitori di Alfie hanno combattuto contro questa visione riduttiva e falsa e hanno svelato a molti la verità che il mondo, immerso nella cultura della morte, non vede più. O meglio la vedono le persone normali che non sono state ancora indottrinate, come la gente che ha protestato a Liverpool.
Come le sono apparsi Alfie e la sua famiglia? Siamo immersi nella cultura della morte e Alfie è stato chiamato a farcelo capire grazie ai suoi genitori che si sono posti contro un sistema medico e giuridico gigantesco, non diverso da quello canadese e americano.
La morte cerebrale è un’imitazione della morte, non è morte reale. Ma è utile al mercato degli organi, che spinge a guardare le persone il cui sistema circolatorio è attivo come non persone e il loro corpo come un insieme di pezzi da ricambio.

In poche parole sta dicendo che la cultura della morte nasce dalla donazione di organi di persone vive. Non è possibile espiantare gli organi da un cadavere. Per farlo c’è bisogno di una persona viva, che però bisogna chiamare morta per giustificare questa prassi.
In questo modo si comincia a pensare che la vita c’è ed ed degna solo se una persona ha le funzioni cerebrali almeno minimamente attive, altrimenti perde di dignità. Questa visione è parziale ed elimina la concezione di anima.
Dottore, qual è invece la sua concezione? La vita di ogni persona è un continuum dal concepimento alla morte reale (mors vera), che ha dignità anche se la condizione in cui si trova non ci piace. Si deve continuare a curare ogni persona finché le sue funzioni respiratorie, cerebrali e circolatorie non sono tutte cessate.

Pensa che sia una coincidenza che la definizione di “morte cerebrale” e il primo trapianto si siano verificati uno in fila all’altro nel 1967-68?

venerdì 1 dicembre 2017

Combattere il cancro alla prostata

Combattere il cancro alla prostata

Più male che bene: la maggior parte degli uomini sta meglio NON trattando il cancro alla prostata - la maggior parte dei tumori non causerà danni
Tutti abbiamo sentito che la diagnosi precoce è vitale per molte condizioni mediche, ma quando si parla di cancro alla prostata, un accademico di Oxford ha affermato che migliaia di uomini che hanno la malattia starebbero effettivamente meglio se non fossero mai stati diagnosticati.

Secondo il professor Freddie Hamdy, molti uomini con tumori a crescita lenta che non si erano diffusi subirono un trattamento di cui non avevano bisogno per pura ansia per la presenza del tumore.

Ha detto che una diagnosi ha spinto molti uomini a sentirsi preoccupati e depressi, optando per il trattamento anche quando non era nel loro interesse. 

Il professor Hamdy ha detto: "Puoi sovra-rilevare [il cancro alla prostata] nelle persone, quando non causerebbe loro alcun danno. Il sovra-trattamento è una conseguenza della sovra-rilevazione perché quando dici a un paziente che ha un cancro, gli dai una nuova identità, gli dai un nuovo passaporto che dovrà portare per il resto della sua vita.

La radioterapia e la terapia del cancro alla prostata possono avere gravi effetti collaterali, tra cui l'incontinenza e la perdita della vita sessuale di un uomo.

Al momento, il professor Hamdy sta conducendo uno studio nel Regno Unito che esamina 82.400 pazienti con cancro alla prostata di età compresa tra i 50 e i 69 anni per confrontare i risultati e i costi tra i pazienti che optano per radioterapia, chirurgia o nessun trattamento al di là di follow-up regolari.

In una precedente ricerca, il professor Hamdy ha studiato 500 uomini con tumore prostatico localizzato. Questo tipo di tumore alla prostata rappresenta circa la metà di tutti i casi e si riferisce a un tumore a crescita lenta che non si è diffuso a nessun altro organo.

I pazienti che ha studiato hanno ottenuto scansioni regolari, ma non hanno subito alcun trattamento in un approccio noto come "sorveglianza attiva". All'inizio l'80% degli uomini ha accettato di non sottoporsi a nessun trattamento e di continuare il monitoraggio, ma questa percentuale è scesa al 75% dopo tre anni. Un decennio dopo, solo il 44% non aveva subito trattamenti. Solo l'1% era morto a causa del loro cancro, mentre un altro 10% era deceduto a causa di altre cause.

La maggior parte dei pazienti ha deciso di farsi curare non perché il loro tumore si fosse diffuso, ma a causa dell'ansia per la possibilità che si diffondesse in futuro.

Il direttore della ricerca del cancro alla prostata nel Regno Unito, il dott. Matthew Hobbs, ha detto che i risultati sono molto positivi per gli uomini che vengono diagnosticati prima che il cancro si diffonda al di fuori della prostata poiché il 99% degli uomini ha vissuto per almeno un decennio indipendentemente dal trattamento. Ha sottolineato che dimostra che quando la sorveglianza attiva viene portata a un livello elevato, può dare agli uomini le stesse probabilità di sopravvivenza in dieci anni di coloro che optano per la radioterapia o la chirurgia.

Il Dr. Hobbs ha detto che questi risultati dovrebbero essere trasmessi agli uomini con carcinoma prostatico localizzato in modo che possano fare scelte informate su come procedere.

Guarda la tua dieta per aiutare a combattere il cancro alla prostata
È comprensibile che gli uomini a cui viene diagnosticato un cancro alla prostata si sentano obbligati a fare qualcosa al riguardo, ma il trattamento non necessario è chiaramente la strada sbagliata da scegliere. Invece, gli uomini possono prendere il controllo della loro salute migliorando la loro dieta, eliminando cibi trattati e conservanti chimici. Forse ancora più importante, ci sono alcuni alimenti chiave che dovrebbero aggiungere alla loro dieta.

La ricerca ha dimostrato che mangiare mele e uva è un ottimo modo per combattere il cancro alla prostata. In uno studio dell'Università del Texas ad Austin, i ricercatori hanno scoperto che il resveratrolo nell'uva e l'acido ursolico nelle bucce di mela erano tra i composti più efficaci quando si trattava di affamare le cellule del cancro alla prostata e di arrestarne la proliferazione. La combinazione dei due ha inoltre impedito alle cellule cancerose di consumare la glutammina di cui hanno bisogno per crescere.

Secondo l'American Cancer Society prevede che un uomo su sette possa sviluppare il cancro alla prostata, è importante per tutti gli uomini procedere con cautela seguendo una diagnosi ed evitare trattamenti inutili. Segui ulteriori notizie sui pericoli degli interventi medici su: DangerousMedicine.com.
Le fonti includono: 
Fonte diretta:  
Traduzione e adattamento: Nin.Gish.Zid.Da
Per saperne di più: 
http://prostatainforma.com/blog/prostata-e-erezione/ 
http://prostatainforma.com/blog/cancro-alla-prostata/


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giovedì 7 settembre 2017

Una medicina senz’anima! Senza coscienza!

La causa diatrogena della malattia(e della morte) non è affatto un’ipotesi di impercettibile entità in quanto costituisce la componente essenziale del peggioramento clinico di ogni paziente e molto spesso porta alla morte e nessuno, dico nessuno, se ne occupa attivamente anche perché al contrario di quella iatrogena neanche viene citata ed è spesso sconosciuta agli addetti al settore.

Non è affatto normale che in un mondo di umani quello che manca è proprio l’umanità, l’umanità di comprendere che una diagnosi spesso fa molto più danni di un qualsiasi tumore, sclerosi, chemio, radio o altra terapia, a questo si aggiunge il fatto che la stessa viene reiterata a causa dei disumani, ma redditizi, protocolli di controllo che durano anni e che di fatto sono la spada di Damocle del malato che quindi è tenuto in una situazione psico-emotiva disumana per tutto il corso della malattia.

Prendiamo atto che è la salute emotiva e psichica del paziente la prima a cui bisogna rivolgere le attenzioni, dopo si può intervenire anche sul corpo certi che esso sosterrà ogni tipo di cura esistente perché il corpo è perfetto, ma se non c’è il cuore a sorreggerlo sarà l’assenza d’amore a decretarne la fine.
Marcello Salas

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Il vero problema non sono nemmeno le chemio!

di Adriano Buranello

Alcuni recenti fatti di cronaca in Italia che chiamano in causa la morte di due giovani donne che, secondo numerosi articoli di giornale, sono morte per aver rifiutato la chemioterapia, inducono molte persone a schierarsi contro pratiche di medicina naturale, che non prevedono l’utilizzo della chemio e che basano la comprensione del processo di malattia (tumori compresi), sulla consapevolezza della causa emozionale quale attivazione di questi processi biologici.

Il can can mediatico sulla questione, porta i sostenitori della medicina di Stato a chiedere a gran voce alle autorità di intervenire per arginare con leggi o leggine, il proliferare di queste conoscenze che sono così osteggiate dalla medicina convenzionale. Per contro, coloro che operano con queste conoscenze basate su una visione alternativa, sentendosi attaccati e sentendo in particolare attaccato il diritto di scelta terapeutica, tendono a difendersi rincarando la dose e denunciando gli effetti devastanti di terapie così fortemente invasive come la chemio.
In entrambi i casi, però, non stiamo evidenziando la vera natura del problema. Non sono le chemio o le radio o qualunque altra terapia ad essere (almeno nella maggioranza dei casi) la vera causa di morte dei pazienti trattati. Il problema va ricercato altrove. Ve lo dice una persona che ha visto morire molte persone nelle corsie di ospedali, che avevano seguito tutti gli iter previsti dalla medicina ufficiale, come pure persone che si erano affidate a pratiche alternative e che sono comunque morte.

Tutto questo mi ha portato a chiedermi quale fosse la “reale” motivazione dell’insuccesso nel trattare questi pazienti. La risposta forse vi sorprenderà? ma prima di darvela desidero fare una premessa: questo articolo non l’ho scritto per la gente comune che tende a credere e ad affidarsi a questa o quella terapia nella speranza di conservare la salute. A queste persone chiedo, per questa volta, di essere spettatori di quanto sto per scrivere, osservatori senza giudizio, capaci di fare una profonda riflessione davanti a quanto ora dichiarerò.

L’articolo in questione in realtà lo rivolgo a tutti i terapeuti, consulenti delle “5 leggi biologiche”, medici che praticano terapie alternative, operatori olistici nelle varie discipline, insomma tutti gli operatori nell’ambito della salute, che abbiano imparato a vedere la malattia come qualcosa di diverso dalla visione della medicina convenzionale. A loro mi rivolgo per chiedere di unire i nostri sforzi per fare una denuncia importantissima, per evidenziare la vera causa della morte di più di 500 persone, ogni giorno in Italia, nelle corsie degli ospedali… sì quelle persone che non fanno scalpore con la loro morte e non sono menzionate negli articoli scandalistici di qualche giornale, perché perlopiù sono morte di ‘medicina di Stato’ seguendo cioè tutti i protocolli medici previsti per la loro malattia e ciò nonostante sono morte.
Chiedo quindi a tutti gli operatori che come me sono stanchi di veder morire così tante persone, di denunciare la vera causa di tante morti:

L’accanimento diagnostico!

Sì signori! Tutti questi morti sono la conseguenza di una pratica seguita da tutti i medici convenzionali e cioè quella di accanirsi nel voler trovare, a tutti i costi il ‘germe della malattia’ nei loro pazienti. In particolare, coloro che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore o malattia oncologica sono soggetti per tutta la loro vita a regolari controlli, che hanno la finalità non di garantire la salute del soggetto controllato, ma solo di trovare possibili recidive della malattia oncologica. Una sorta di ‘spada di Damocle’ sulla testa di queste persone, che vivono nella paura ad ogni controllo di sentirsi dire la famosa parola che suona come una condanna a morte: Metastasi.

Metastasi!

Sapete che la maggior parte delle persone che ricevono una diagnosi di metastasi muore entro 6 mesi? Perché pensate che muoiano? Per delle cellule impazzite che replicano senza più controllo nel corpo del malato o piuttosto per le conseguenze emotive generate dalla diagnosi di morte ricevuta dal proprio medico? Perché non denunciare proprio questo? E cioè, che è proprio il medico con il suo accanimento diagnostico, la prima causa di morte in questi pazienti!
Cito il recente caso di Eleonora, morta a 18 anni in una corsia di ospedale. Nella precedente dimissione da un altro ricovero ospedaliero, sapete cosa avevano scritto nel foglio di dimissioni? Malata terminale! Si proprio così! Malata terminale! Un foglio dato in mano ad Eleonora! Che effetto pensate possa aver avuto su di lei una frase di questo tipo? Cosa avreste provato voi se l’avessero scritto su un vostro referto? Allora ha ragione Hamer quando dice che questa medicina è una medicina senz’anima! Senza coscienza!
Capite ora perché dico che il vero problema non sono le chemio? Dobbiamo risalire a quello che vive il paziente sottoposto a diagnosi infauste e/o accanimento diagnostico, per trovare le vere cause di quei processi che inducono poi la morte! Questo dobbiamo denunciare! Le 5 leggi biologiche evidenziano proprio questo, e cioè che diagnosi di questo tipo generano conflitti biologici nel paziente, che sfoceranno in nuovi processi tumorali che prontamente indurranno il medico ad emettere ulteriori diagnosi di morte! Il tutto, in nome di una medicina che ha scordato l’enorme impatto emozionale che ‘quello che dice il medico’ (considerato legge dai pazienti) ha sul paziente. In seconda battuta l’accanimento diagnostico sfocia in un altro processo altrettanto devastante: l’accanimento teapeutico. 

L’accanimento terapeutico!

Davanti a delle diagnosi di malattia grave, il medico si sente autorizzato a provare qualsiasi terapia pur di arginare le metastasi, anche solo per aggiungere qualche mese di vita al paziente. Ecco quindi proporre terapie devastanti da un punto di vista biologico, come la chemio e la radio terapia; ma davanti ad un “brutto male” cos’altro si potrebbe fare se non tentare il tutto per tutto e sperare nella buona sorte? E’ vero, molti muoiono come conseguenza diretta del veleno delle chemio, ma credo che abbiate capito che la vera causa di morte non và ricercata qui, bensì nell’intero iter diagnostico praticato dal medico.

Questo chiedo di denunciare pubblicamente!

Siamo disposti ad unire le nostre voci per rispetto di tanti caduti vittime di questa medicina? Avremo il coraggio di fare questo senza accanirci verso i medici e le loro terapie, che in fondo si limitano solo a seguire quei ‘protocolli’ che sono il vero problema?
Nessuna guerra quindi! Solo una presa di coscienza per chiederci cosa abbiamo sbagliato nel praticare una medicina, che nel pretesto di essere scientifica, ha dimenticato il centro della consulenza del medico, e che non è la malattia bensì l’individuo con il suo vissuto e con le sue emozioni, si proprio quelle emozioni attivate da un conflitto biologico, ad essere la vera causa della malattia.
Articolo di Adriano Buranello (Naturopata)


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