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lunedì 19 settembre 2016

SCUOLA? … NO GRAZIE!

SCUOLA? … NO GRAZIE!
La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.
Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.
Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.
La scuola afferma il valore della produttività.
Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.
In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!
Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.
L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.
A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.
Anche quando gli insegnanti non rispettano te.
Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.
Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.
Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.
Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!
E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.
Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.
Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.
La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.
Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.
Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.
L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.
A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.
Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

domenica 19 aprile 2015

Produrre senso: un atto pedagogico

Produrre senso: un atto pedagogico

Alain Goussot* - Una delle cose che emerge poco nella scuola attuale, ma direi nella società di oggi in generale, è il senso esistenziale delle cose. Sembra che, tranne l’utilitarismo pragmatico dell’economia dominante e l’empirismo più immediato, il senso riflessivo, umano, esistenziale dell’agire sia scomparso. Il mondo nel quale viviamo è quello dei mezzi, delle tecniche (leggi anche Il tempo della tecnica) e, quindi, delle performance; le finalità, il perché delle cose, il senso umano e storico sembrano non appartenere alla cosiddetta “postmodernità” nella quale stiamo annegando.

A scuola e in una classe succede la stessa cosa; qual è il senso delle cose che fanno gli insegnanti con i loro studenti. Attribuiscono un senso umano e esistenziale a quello che fanno? I loro studenti trovano un senso profondo nei loro vissuti in quello che fanno a scuola e in classe con gli insegnanti?
Lev Tolstoj parlava di “senso della vita” e considerava l’educazione come un processo di sviluppo della coscienza della persona umana; pensava che la lettura dei testi dei grandi pensatori come l’ascolto della saggezza del vecchio contadino fossero delle grandi lezioni di vita. Grandi pensatori e saggezza contadina pongono le domande essenziali di ogni esistenza umana.

Insomma dall’esperienza educativa e scolastica l’insegnante e l’alunno dovrebbero porsi queste domande:
“Che cose io sono?
E cos’è il genere umano?
Che cosa sto facendo?
Che cosa sta realizzando il genere umano?
Io voglio sapere che cose ho fatto di me stesso nella mia vita, a prescindere alla mia condizione: voglio sapere che cosa fa l’umanità della propria esistenza?”.


Sono le domande che secondo Heinrich Pestalozzi ogni insegnante ed alunni dovrebbero porsi in seguito ad una esperienza educativa autentica. Nelle nostre scuole succede questo?

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio complementaristico e interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone, 2014)
http://alfredodecclesia.blogspot.it/2015/04/produrre-senso-un-atto-pedagogico.html

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