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giovedì 7 agosto 2014

I campi morfici e morfogenetici

di Mariangela Ferrara
Dedichiamo questo incontro al pensiero di Rupert Sheldrake che, attraverso la sua teoria della “causalità formativa”, ha contribuito a dare una spiegazione per l’emergere di forme e strutture complesse con la introduzione del concetto di campo morfico, riprendendo ed integrando quello di entelechia  (dal greco entelecheia  eichein "avere", en- "in" telos "compimento“) avanzato  prima da Aristotele quale caratteristica della materia di avere ogni possibilità insita nel proprio essere, poi da Leibniz come qualità propria della monade di avere il compimento del proprio fine già in sé ed infine da Dreisch il quale sostenne che l’entelechia nei sistemi agisce come una sorta di forza organizzatrice che ne coordina i processi chimici e fisici.
Sheldrake ha studiato filosofia a Harvard e scienze naturali a Cambridge dove ha conseguito un dottorato di ricerca in biochimica  nel 1967 dirigendone poi il dipartimento contestualmente a quello di biologia cellulare fino al 1973. Ha fatto parte della Royal Society. Ha scritto più di sessanta articoli scientifici e numerosi libri. Quanto segue è tratto in parte dall’articolo “Le informazioni invisibili: i campi morfici “ dello psicologo Luca Bertolotti riportato sul sito Spazio Mente – Pagine di libera informazione scientifica
(http://www.spaziomente.com/le_informazioni_invisibili,i_campi_morfici.htm) integrato da nostre considerazioni, ed adattamenti espositivi.
   
Il DNA e il problema della forma
Gli scienziati che lavorano sul mondo microscopico generalmente non si curano della forma degli organismi su cui lavorano, in quanto il loro oggetto di interesse è la chimica e la fisiologia; ma per coloro che studiano gli organismi viventi nel loro insieme è impossibile comprendere la vita senza tenere conto della sua forma. Il grande interrogativo che per molto tempo è rimasto senza risposta è il perché e il come gli esseri viventi riescano ad assumere determinate forme fisiche proprie della loro specie. Con la scoperta del DNA, i biologi molecolari dichiararono risolto il problema, dato che esso è costituito da molecole direttrici che contengono tutte le informazioni grazie alle quali un intero organismo può essere costruito.
Ma il problema iniziale sussiste.
Infatti, considerando il DNA come il programma completo di ogni organismo vivente, alcuni scienziatisi sono chiesti che cosa può invece controllare la forma di oggetti non viventi come i cristalli.
In tali materie, prive di DNA, devono intervenire necessariamente altri fattori.Una possibile – e molto probabile – soluzione, si può ritrovare nelle forze subatomiche alla base delle molecole che le compongono, che contribuiscono non solo alla configurazione interna della struttura, ma anche a quella esterna, ossia la forma. Dunque, se tali forze governano le molecole degli oggetti inanimati, è deducibile che governino anche le molecole degli esseri viventi, quindi il DNA. Fino ad oggi il problema della forma è rimasto un problema centrale in biologia.
Nessuno è in grado di capire perché, ad esempio, una cellula maturi in una cellula di foglia e un’altra in una cellula di gambo, dato che entrambe appartengono alla stessa pianta e hanno un DNA identico.
E lo stesso quesito si ripropone nell’essere umano, dove una cellula diventa una cellula epiteliale e un’altra una cellula epatica quando il DNA di ciascuna è lo stesso.
Risulta evidente che deve esistere qualcosa di ancora più profondo del DNA che ne regola il funzionamento. Nel DNA è contenuto il codice genetico che si suppone avere il compito di governare tutto quello che avviene negli esseri viventi in via di sviluppo. Ma dato che tutti i tipi di cellula delle diverse parti organiche del corpo umano contengono il medesimo DNA, deve quindi esserci necessariamente qualcosa al di sopra di esso in grado di spiegarne il loro differente esito.
Tutto il compito del DNA si può sintetizzare nel suo fornire la sequenza degli aminoacidi in modo da permettere alla cellula di produrre determinate proteine. 
Il problema posto dal biologo inglese Rupert Sheldrake – che incominciò ad interessarsi all’enigma della forma durante le sue ricerche sulla crescita delle piante a Cambridge – non si ferma però alla questione di fornire le proteine giuste alle cellule giuste al momento giusto, ma cerca di capire come possano le cellule organizzarsi in forme particolari fino a svilupparsi in differenti organismi. 
In definitiva, il DNA aiuta a comprendere come si ottengono le proteine che forniscono i “mattoni” e il “cemento” con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega il modo in cui questi elementi assumono determinate forme. Nel quadro della scienza classica, tutte le domande rimaste senza risposta a proposito dell’ereditarietà e delle proprietà degli organismi viventi, vengono attribuite a probabili funzioni del DNA ancora sconosciute.
I biologi chiamano morfogenesi l’ambito di studi relativi all’origine della forma (termine che deriva dal greco morphé, forma, e genesis, origine), cercando di ovviare al problema in modo superficiale e provvisorio facendo affidamento alla programmazione genetica.
Secondo questa visione ogni specie non fa altro che seguire le istruzioni dei propri geni.
È però importante sottolineare che l’unica teoria rigorosa e definita riguarda il modo in cui il DNA codifica il RNA e quest’ultimo codifica le proteine, tutte le altre funzioni che vengono ipoteticamente attribuite al DNA non possono assolutamente essere specificate in termini molecolari.
È a questo punto, dove la scienza classica si ferma, che Sheldrake  propone, in linea con la fisica contemporanea, la teoria dei campi morfici come reale guida del programma genetico organizzato dal DNA che risiederebbe sotto forma di informazione a livelli energetici molto più sottili di quelli considerati fino ad ora. 

L’ipotesi della causalità formativa
Dopo anni di studi e riflessioni sull’enigma della  morfogenesi, Sheldrake giunse alla conclusione che questo non potrà mai essere realmente compreso attraverso le concezioni meccanicistiche classiche, ma richiede concetti assolutamente nuovi.
Fu così che nel 1981 propose per la prima volta l’idea relativa all’esistenza di un campo morfogenetico, attraverso i tre principi base dell’ipotesi della causalità formativa.
I campi morfogenetici sono un nuovo tipo di campo che fino ad ora non è stato riconosciuto dalla fisica.
Così come gli organismi alla cui formazione presiedono, si evolvono. Hanno una storia e, grazie a un processo chiamato risonanza morfica, contengono in sé una memoria.
Fanno parte di una famiglia più vasta di campi, detti campi morfici.
Secondo Sheldrake, i campi morfici sono localizzati dentro e intorno ai sistemi che organizzano ed agiscono come una struttura informativa razionale e portatrice di significato, il cui effetto non è limitato dai parametri spazio-temporali sui quali però esercitano la propria influenza.
Essi  impongono un ordine all’indeterminismo intrinseco dei sistemi cui presiedono e che sono preposti ad organizzare.
Il Dna agirebbe come un ricevitore di informazioni genetiche provenienti dai campi morfogenetici.
In altre parole, la causalità formativa è il meccanismo grazie al quale le cose assumono la loro forma, o la loro organizzazione. Sheldrake ha introdotto quindi l’ipotesi che, sia la struttura sia i comportamenti caratteristici di tutti i sistemi chimici, fisici e biologici esistenti in natura,  siano guidati e plasmati da campi organizzativi, da lui chiamati appunto campi morfici, che, come una mano invisibile, agiscono in maniera non locale.
In zoologia e in botanica i campi morfici che presiedono allo sviluppo e al mantenimento della forma vengono chiamati campi morfogenetici; quelli che si occupano della percezione, del comportamento e dell’attività mentale si chiamano campi percettivi, comportamentali e mentali; quelli che si riscontrano in mineralogia sono detti campi cristallini e molecolari; quelli invece che si osservano in sociologia sono detti campi sociali e culturali.
Infatti, così come un campo cristallino organizza i modi secondo cui molecole e atomi si ordinano all’interno di un cristallo [...] un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, per esempio il modo in cui ciascun uccello vola all’interno dello stormo.

Il lavoro dei campi morfici viene compiuto a livello subatomico, funzionando come restrizione schematizzata sulla moltitudine di eventi probabili e indeterminati che si verificano ai livelli più profondi dei sistemi fisici.
Così un campo cristallino organizza i modi secondo cui le molecole e gli atomi si debbono ordinare all’interno di un cristallo; il campo di un animale plasma invece le cellule e i tessuti all’interno di un embrione, ne guida lo sviluppo fino a che esso assuma la caratteristica forma della sua specie; così come un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, per esempio il modo in cui, come già detto,  ciascun uccello vola all’interno del suo stormo.
Il campo morfico conduce i sistemi a esso sottoposti verso mete o obiettivi specifici, denominati attrattori, termine ripreso dal matematico René Thom (fondatore della teoria delle catastrofi, branca della teoria dei sistemi) che rappresentano i limiti verso i quali un sistema dinamico viene attratto.
Per Sheldrake infatti il campo stesso si evolve, esso non è fissato una volta per tutte da un’equazione matematica, ma la sua struttura dipende da ciò che è accaduto in precedenza. Contiene una sorta di memoria. Attraverso la ripetizione, i modelli che organizza divengono sempre più probabili, sempre più abituali.
Una volta che questo nuovo campo, questo nuovo modello di organizzazione, ha cominciato a esistere, esso si rafforza attraverso la ripetizione. È sempre più probabile che il modello si riproponga. I campi divengono una sorta di memoria cumulativa, evolvendosi nel tempo, e sono alla base della formazione delle abitudini della natura.

Risonanza morfica e mente collettiva 

L’influenza del pensiero, la risonanza morfica di Sheldrake

Rupert Sheldrake, biologo e saggista britannico, nel 1981 pubblicò il suo libro “A New Science of Life: l’ipotesi di Morphic Resonance" , fu accusato di essere un eretico pseudo-scientista , persino da John Maddox, il direttore della rivista Nature che suggerì di bruciare quel libro.
Sheldrake è stato ridicolizzato dalla scienza ufficiale per il suo lavoro sulla telepatia esistente tra gli animali e i loro proprietari, la telepatia telefonica e quant’altro.
La sua teoria della risonanza parla di un attingere alla memoria collettiva della specie , sintonizzandosi con i membri passati della specie per contribuire all’ulteriore sviluppo della specie.
Questo comporta una sorta di “risonanza” tra gli individui e i gruppi di una specie e in un altra sua pubblicazione The Presence of the Past, avanza l’ipotesi che i ”campi ricordi” non siano effettivamente memorizzati nel cervello ma piuttosto in un campo di informazioni, in una sorta di biblioteca nell’etere, a cui si accinge tramite il cervello..
Se questo fosse dimostrato, ciò avvalorerebbe la tesi che la coscienza umana, i nostri ricordi personali e il nostro senso dell’io possano sopravvivere alla morte biologica.
Ogni complesso mentale dell‘uomo (sogni, esperienze mistiche, stati alterati di coscienza) possiedono una loro struttura e possono essere trasferiti da un individuo all’altro grazie al meccanismo della risonanza morfica che è come una acquisizione e condivisione delle “abitudini ” che gli organismi, compresi i virus, acquisiscono durante il processo evolutivo e “risuonano” all’interno della specie, fornendo nuove capacità (es, la nuova capacità di resistenza di un virus).
La teoria di Sheldrake, dunque, fornisce una possibile spiegazione scientifica per l’interconnessione esistente tra molte persone anche distanti tra loro. Questa teoria non spiega quindi solo la telepatia ma la co-evoluzione di una specie che viene influenzata dalle informazioni collettive.
Del resto anche Jung parlava di inconscio collettivo , un contenitore psichico universale comune a tutti gli esseri umani e contiene gli archetipi che si manifestano in tutti i popoli di tutte le culture.
Rupert Sheldrake ritiene che vi siano campi morfici, campi morfogenetici di informazioni che stanno plasmando la nostra esistenza come parte di una specie. Questi campi sono invisibili, come la gravità, ma possono essere osservate dai suoi effetti.
E anche se scientificamente non possiamo spiegare in che modo siamo legati ad una coscienza collettiva sappiamo però che a volte ci possiamo collegare con i pensieri altrui e come tutte le informazioni della nostra specie , influenzano milioni di persone in tutto il mondo.
Quello che fai, quello che dici e ciò che si pensa può influenzare un’altra persona . Così siamo più responsabili delle nostre azioni, parole e pensieri.. il che significa che dobbiamo essere più attenti a quello che stiamo pensando se ci preoccupiamo per l’effetto che hanno sugli altri.
Recentemente è stato effettuato un esperimento di natura emotiva proprio su fb.. Lo studio, pubblicato su Pnas, certificava che il ”contagio emotivo”, fra stati d’animo positivi, si realizza anche sul piano virtuale.
Peccato che gli utenti fossero ignari di aver preso parte a una simile indagine emozionale e soprattutto che il proprio ‘flusso’ di notizie fosse stato intenzionalmente plasmato ai fini di questa ricerca.
L’esperimento, condotto dal team Core Data Science di Facebook (FB) attraverso l’alterazione dei feed degli utenti, ha dimostrato che gli stati d’animo come la felicità o la depressione possono essere trasferiti attraverso i social network.
Gli scienziati, infatti, hanno alterato per una settimana, dall’11 al 18 gennaio 2012, l’algoritmo che filtra le informazioni visualizzate sulla bacheca di 689,003 persone, per verificare se il “contagio emotivo” si verifica anche a distanza.
Quindi la teoria di Sheldrake ha una valenza importantissima poiché i nostri pensieri permeano il pianeta e lo plasmano, come dire…il pensiero è materia e realtà incipiente. 
Monica Scaini 
http://blog.libero.it/MISTERIES/12889681.html

lunedì 17 marzo 2014

Il dio Scienza e i suoi comandamenti. Intervista al biologo di fama mondiale Rupert Sheldrake

Intervista al biologo di fama mondiale Rupert Sheldrake

Il credo materialista, professato da scienziati che hanno assunto l’autorità di un nuovo sacerdozio, ha trasformato la scienza da un metodo d’indagine aperto e flessibile a un massiccio sistema di convinzioni. Rupert Sheldrake, uno degli scienziati più innovativi a livello mondiale, ci spiega – dopo averli elencati e indagati nel suo ultimo libro – perché i dogmi della scienza sono limitanti, un potenziale pericolo per il futuro dell’umanità. Sheldrake ci invita a porci con coraggio nuove domande, offrendoci al contempo possibilità di scoperta inimmaginabili e una nuova visione del reale e di ciò che è possibile.

E primo fu il Verbo… quello della Scienza

E in seguito Esso creò i sui comandamenti: dieci. Ovvio.

Essi sono scolpiti nella materia meccanica, da corpi inerti e menti limitate alla massa cerebrale. Imponenti nella loro autorevolezza sono tali da influenzare alla base la visione dell’universo, della vita sulla terra, della mente, della coscienza, della medicina… Megafonati dai media, infiltrati in Wikipedia, pubblicati in ogni bibbia scientifica scolastica, rappresentano a tutt’oggi il sapere della scienza e, a seguire, della visione-cultura materialista al nocciolo dormiente della nostra civiltà. Nessuno nega che abbiano fornito ingenti miracoli al progresso tecnologico e tuttavia è altrettanto evidente che stanno franando. Della scienza hanno perduto il passo facendosi fissi, occhi vitrei di chi, negando la coscienza, rischia di negare la vita e il suo movimento. La scienza, ci mostra Rupert Sheldrake – uno degli scienziati più innovativi a livello mondiale – è diventata più dogmatica che scientifica. Il suo libro, intitolato nella versione italiana Le illusioni della scienza (Urra Editore), dovrebbe circolare in tutte le scuole superiori e le università, per stimolare di nuovo l’indagine, la ricerca in aree inesplorate, lo spirito vitale del metodo scientifico. La Scienza crede che il più sia stato scoperto, spiegato e, da tempo, si è seduta sulle parole di un suo esimio rappresentante, di cui non ricordo il nome, che ne dichiarano il capolinea. Infatti, a un capolinea siamo arrivati, quello della scienza meccanicistica stessa, della moribonda ideologia materialista, dell’autorità di una medicina solo chimico-chirurgica. Può sembrare una disamina eccessiva, eppure – ci credereste? – il video dell’intervento di Rupert Sheldrake a TED è stato censurato e rimosso, sotto una pioggia di articolate critiche. Vedi su youtube: The Science Delusion BANNED TED TALK, sottotitoli in italiano

Come dicevamo, dogma ci cova!

Sembra essere un condizionamento quasi universale: “Se la scienza dice che è vero deve essere così”. Da dove deriva questa fede nella scienza?
La scienza possiede un’autorità enorme perché i suoi risultati tecnologici sono impressionanti. I computers, internet, i telefoni cellulari, i jet, impressionano tutti, e a ragione.
Sono nuovi nella storia dell’umanità e la scienza li ha resi possibili. Allo stesso modo, tutti sono giustamente impressionati dai trionfi della medicina moderna, come gli antibiotici e la chirurgia mininvasiva. Questo rende la scienza estremamente importante nel mondo contemporaneo. E da quando la scienza moderna è iniziata – nel XVII secolo – si è sempre basata sullo slogan di Francesco Bacone, il principale profeta della scienza: “la conoscenza è potere”.

Nel XIX secolo essa è diventata il principale interesse dei movimenti sociali che volevano stabilire una nuova agenda politica, come il comunismo, che si dichiarò scientifico. Questi movimenti sociali impostarono la scienza come fonte di autorità che rivaleggiasse con la religione. Erano spesso antireligiosi e vedevano gli scienziati come una nuova forma di sacerdozio. Ed è andata avanti così. Con ogni nuovo trionfo della scienza e della tecnologia il prestigio è aumentato, almeno fino ai tempi recenti. Tuttavia ora la scienza è diventata per molte persone un sistema di credenze dogmatico e c’è una crescente messa in discussione dei suoi presupposti. E, giacché, gli effetti nocivi, suoi e della tecnologia globalizzate, diventano più evidenti, attraverso il fenomeno del cambiamento climatico, ancor più diventa importante porsi domande su ciò che accade.
 
La realtà è materiale? Se non lo è, le dispiacerebbe spiegare a nostri lettori la sua conoscenza diretta di ciò?
Naturalmente parte della realtà è materiale, fatta di materia. Nessuno sarebbe in disaccordo su questo. La filosofia del materialismo, però, afferma che tutto è, in ultima analisi, materiale, anche la coscienza. Le nostre menti non sono altro che il prodotto del cervello. L'attività mentale è attività cerebrale e niente più.

Non è questo il presupposto con cui la scienza moderna ha avuto inizio. Nel XVII secolo si basava su una netta dualità tra mente e materia. Cartesio pensava che tutta la materia fosse incosciente e meccanica, i corpi umani erano inconsci e meccanici a parte l’interazione con la mente conscia in una piccola regione del cervello. Le uniche menti coscienti nell'universo erano quelle degli esseri umani, degli angeli e di Dio. Questo estremo dualismo permetteva alla scienza meccanicistica di coesistere con la religione, e concedeva agli scienziati di rimanere religiosi pur trattando la natura come meccanica. C'è stato, però, un cambiamento nel XIX secolo, quando coloro che si opponevano al dualismo cartesiano hanno provato a sostituirlo con un monismo di un tipo o dell’altro. Gli idealisti hanno cercato di sostenere che tutto era mente, e i materialisti che tutto era materia. I materialisti hanno trionfato e nel tardo XIX secolo il materialismo diventa la visione del mondo di default – predefinita delle scienze.

Ci sono però due problemi fondamentali con quest’atteggiamento.
Il primo è che la fisica stessa ha trasceso il materialismo perché la materia non è più il suo ultimo principio esplicativo. La materia stessa è spiegata in termini di campi e di energia. Un elettrone è una vibrazione all'interno di un campo di elettroni, un atomo è un modello vibratorio di attività all'interno dei campi quantistici di nuclei ed elettroni. La materia è diventata un processo piuttosto che una cosa.

In secondo luogo il materialismo non fornisce alcuna spiegazione per la coscienza e, in effetti, da un rigoroso punto di vista materialistico, la coscienza non dovrebbe esistere. Tuttavia esiste, almeno negli esseri umani. Nel campo degli studi sulla coscienza, vi è ora un vivace dibattito sulla filosofia materialista, e un numero crescente di ex materialisti stanno adottando una diversa filosofia della natura, il panpsichismo, secondo il quale vi è un qualche aspetto della mente a tutti i livelli della natura nei sistemi di auto organizzazione, anche negli elettroni e negli atomi.
 
Nella sua esperienza scientifica esiste la coscienza? Se sì, come lo sa?
La scienza stessa è basata sulla coscienza. Nella teoria quantistica è generalmente riconosciuto che tutte le osservazioni richiedono degli osservatori e quindi le menti dei fisici. Ma questo è vero per qualsiasi tipo di osservazione. Osservare richiede degli osservatori e quindi delle menti. La Scienza nasce dall’esperienza umana e questa non può essere spiegata semplicemente in termini di scienza materialista. Questo è un punto logico semplice ed evidente. La scienza presuppone la coscienza e quindi non è in grado di spiegare ciò che essa stessa presuppone.

Potrebbe sembrare, dalle sue parole, che mente e coscienza siano la stessa cosa, è così?
Non penso che la mente sia uguale alla coscienza, perché, naturalmente, molta della nostra mente è inconscia. Credo che gli aspetti abituali della mente siano ampiamente inconsci, come le abitudini in generale. La nostra coscienza riguarda in gran parte azioni potenziali, il futuro e le scelte tra più possibilità.

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