Dedichiamo
questo incontro al pensiero di Rupert Sheldrake che, attraverso la sua
teoria della “causalità formativa”, ha contribuito a dare una
spiegazione per
l’emergere di forme e strutture complesse con la introduzione del
concetto di campo morfico, riprendendo ed integrando quello di
entelechia (dal greco entelecheia eichein "avere", en- "in" telos
"compimento“) avanzato prima da Aristotele quale caratteristica della
materia di avere ogni possibilità insita nel proprio essere, poi da
Leibniz come qualità propria della monade di avere il compimento del
proprio fine già in sé ed infine da Dreisch il quale sostenne che
l’entelechia nei sistemi agisce come una sorta di forza organizzatrice
che ne coordina i processi chimici e fisici. Sheldrake ha studiato filosofia a Harvard e scienze naturali a Cambridge dove ha conseguito un dottorato di ricerca in biochimica nel 1967 dirigendone poi il dipartimento contestualmente a quello di biologia cellulare fino al 1973. Ha fatto parte della Royal Society. Ha scritto più di sessanta articoli scientifici e numerosi libri. Quanto segue è tratto in parte dall’articolo “Le informazioni invisibili: i campi morfici “ dello psicologo Luca Bertolotti riportato sul sito Spazio Mente – Pagine di libera informazione scientifica
(http://www.spaziomente.com/le_informazioni_invisibili,i_campi_morfici.htm) integrato da nostre considerazioni, ed adattamenti espositivi.
Il DNA e il problema della forma
Gli
scienziati che lavorano sul mondo microscopico generalmente non si
curano della forma degli organismi su cui lavorano, in quanto il loro
oggetto di interesse è la chimica e la fisiologia; ma per coloro che
studiano gli organismi viventi nel loro insieme è impossibile
comprendere la vita senza tenere conto della sua forma. Il grande
interrogativo che per molto tempo è rimasto senza risposta è il perché e
il come gli esseri viventi riescano ad assumere determinate forme
fisiche proprie della loro specie. Con la scoperta del DNA, i biologi
molecolari dichiararono risolto il problema, dato che esso è costituito
da molecole direttrici che contengono tutte le informazioni grazie alle
quali un intero organismo può essere costruito.
Ma il problema iniziale sussiste.
Infatti, considerando il DNA come il programma completo di ogni organismo vivente, alcuni scienziatisi sono chiesti che cosa può invece controllare la forma di oggetti non viventi come i cristalli.
In tali materie, prive di DNA, devono intervenire necessariamente altri fattori.Una possibile – e molto probabile – soluzione, si può ritrovare nelle forze subatomiche alla base delle molecole che le compongono, che contribuiscono non solo alla configurazione interna della struttura, ma anche a quella esterna, ossia la forma. Dunque, se tali forze governano le molecole degli oggetti inanimati, è deducibile che governino anche le molecole degli esseri viventi, quindi il DNA. Fino ad oggi il problema della forma è rimasto un problema centrale in biologia.
Nessuno è in grado di capire perché, ad esempio, una cellula maturi in una cellula di foglia e un’altra in una cellula di gambo, dato che entrambe appartengono alla stessa pianta e hanno un DNA identico.
E lo stesso quesito si ripropone nell’essere umano, dove una cellula diventa una cellula epiteliale e un’altra una cellula epatica quando il DNA di ciascuna è lo stesso.
Risulta evidente che deve esistere qualcosa di ancora più profondo del DNA che ne regola il funzionamento. Nel DNA è contenuto il codice genetico che si suppone avere il compito di governare tutto quello che avviene negli esseri viventi in via di sviluppo. Ma dato che tutti i tipi di cellula delle diverse parti organiche del corpo umano contengono il medesimo DNA, deve quindi esserci necessariamente qualcosa al di sopra di esso in grado di spiegarne il loro differente esito.
Tutto il compito del DNA si può sintetizzare nel suo fornire la sequenza degli aminoacidi in modo da permettere alla cellula di produrre determinate proteine.
Il problema posto dal biologo inglese Rupert Sheldrake – che incominciò ad interessarsi all’enigma della forma durante le sue ricerche sulla crescita delle piante a Cambridge – non si ferma però alla questione di fornire le proteine giuste alle cellule giuste al momento giusto, ma cerca di capire come possano le cellule organizzarsi in forme particolari fino a svilupparsi in differenti organismi.
In definitiva, il DNA aiuta a comprendere come si ottengono le proteine che forniscono i “mattoni” e il “cemento” con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega il modo in cui questi elementi assumono determinate forme. Nel quadro della scienza classica, tutte le domande rimaste senza risposta a proposito dell’ereditarietà e delle proprietà degli organismi viventi, vengono attribuite a probabili funzioni del DNA ancora sconosciute.
I biologi chiamano morfogenesi l’ambito di studi relativi all’origine della forma (termine che deriva dal greco morphé, forma, e genesis, origine), cercando di ovviare al problema in modo superficiale e provvisorio facendo affidamento alla programmazione genetica.
Secondo questa visione ogni specie non fa altro che seguire le istruzioni dei propri geni.
È però importante sottolineare che l’unica teoria rigorosa e definita riguarda il modo in cui il DNA codifica il RNA e quest’ultimo codifica le proteine, tutte le altre funzioni che vengono ipoteticamente attribuite al DNA non possono assolutamente essere specificate in termini molecolari.
Ma il problema iniziale sussiste.
Infatti, considerando il DNA come il programma completo di ogni organismo vivente, alcuni scienziatisi sono chiesti che cosa può invece controllare la forma di oggetti non viventi come i cristalli.
In tali materie, prive di DNA, devono intervenire necessariamente altri fattori.Una possibile – e molto probabile – soluzione, si può ritrovare nelle forze subatomiche alla base delle molecole che le compongono, che contribuiscono non solo alla configurazione interna della struttura, ma anche a quella esterna, ossia la forma. Dunque, se tali forze governano le molecole degli oggetti inanimati, è deducibile che governino anche le molecole degli esseri viventi, quindi il DNA. Fino ad oggi il problema della forma è rimasto un problema centrale in biologia.
Nessuno è in grado di capire perché, ad esempio, una cellula maturi in una cellula di foglia e un’altra in una cellula di gambo, dato che entrambe appartengono alla stessa pianta e hanno un DNA identico.
E lo stesso quesito si ripropone nell’essere umano, dove una cellula diventa una cellula epiteliale e un’altra una cellula epatica quando il DNA di ciascuna è lo stesso.
Risulta evidente che deve esistere qualcosa di ancora più profondo del DNA che ne regola il funzionamento. Nel DNA è contenuto il codice genetico che si suppone avere il compito di governare tutto quello che avviene negli esseri viventi in via di sviluppo. Ma dato che tutti i tipi di cellula delle diverse parti organiche del corpo umano contengono il medesimo DNA, deve quindi esserci necessariamente qualcosa al di sopra di esso in grado di spiegarne il loro differente esito.
Tutto il compito del DNA si può sintetizzare nel suo fornire la sequenza degli aminoacidi in modo da permettere alla cellula di produrre determinate proteine.
Il problema posto dal biologo inglese Rupert Sheldrake – che incominciò ad interessarsi all’enigma della forma durante le sue ricerche sulla crescita delle piante a Cambridge – non si ferma però alla questione di fornire le proteine giuste alle cellule giuste al momento giusto, ma cerca di capire come possano le cellule organizzarsi in forme particolari fino a svilupparsi in differenti organismi.
In definitiva, il DNA aiuta a comprendere come si ottengono le proteine che forniscono i “mattoni” e il “cemento” con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega il modo in cui questi elementi assumono determinate forme. Nel quadro della scienza classica, tutte le domande rimaste senza risposta a proposito dell’ereditarietà e delle proprietà degli organismi viventi, vengono attribuite a probabili funzioni del DNA ancora sconosciute.
I biologi chiamano morfogenesi l’ambito di studi relativi all’origine della forma (termine che deriva dal greco morphé, forma, e genesis, origine), cercando di ovviare al problema in modo superficiale e provvisorio facendo affidamento alla programmazione genetica.
Secondo questa visione ogni specie non fa altro che seguire le istruzioni dei propri geni.
È però importante sottolineare che l’unica teoria rigorosa e definita riguarda il modo in cui il DNA codifica il RNA e quest’ultimo codifica le proteine, tutte le altre funzioni che vengono ipoteticamente attribuite al DNA non possono assolutamente essere specificate in termini molecolari.
È a questo punto, dove la scienza classica si ferma, che Sheldrake propone, in linea con la fisica contemporanea, la teoria dei campi morfici
come reale guida del programma genetico organizzato dal DNA che
risiederebbe sotto forma di informazione a livelli energetici molto più
sottili di quelli considerati fino ad ora.
L’ipotesi della causalità formativa
Dopo
anni di studi e riflessioni sull’enigma della morfogenesi, Sheldrake
giunse alla conclusione che questo non potrà mai essere realmente
compreso attraverso le concezioni meccanicistiche classiche, ma richiede concetti assolutamente nuovi.
Fu così che nel 1981 propose per la prima volta l’idea relativa
all’esistenza di un campo morfogenetico, attraverso i tre principi base
dell’ipotesi della causalità formativa.
I campi morfogenetici sono un nuovo tipo di campo che fino ad ora non è stato riconosciuto dalla fisica.
Così come gli organismi alla cui formazione presiedono, si evolvono. Hanno una storia e, grazie a un processo chiamato risonanza morfica, contengono in sé una memoria.
Fanno parte di una famiglia più vasta di campi, detti campi morfici.
I campi morfogenetici sono un nuovo tipo di campo che fino ad ora non è stato riconosciuto dalla fisica.
Così come gli organismi alla cui formazione presiedono, si evolvono. Hanno una storia e, grazie a un processo chiamato risonanza morfica, contengono in sé una memoria.
Fanno parte di una famiglia più vasta di campi, detti campi morfici.
Secondo Sheldrake, i campi morfici sono localizzati dentro e intorno ai sistemi che organizzano ed
agiscono come una struttura informativa razionale e portatrice di
significato, il cui effetto non è limitato dai parametri
spazio-temporali sui quali però esercitano la propria influenza.
Essi impongono un ordine all’indeterminismo intrinseco dei sistemi cui presiedono e che sono preposti ad organizzare.
Il Dna agirebbe come un ricevitore di informazioni genetiche provenienti dai campi morfogenetici.
Il Dna agirebbe come un ricevitore di informazioni genetiche provenienti dai campi morfogenetici.
In altre
parole, la causalità formativa è il meccanismo grazie al quale le cose
assumono la loro forma, o la loro organizzazione. Sheldrake ha
introdotto quindi l’ipotesi che, sia la struttura sia i comportamenti
caratteristici di tutti i sistemi chimici, fisici e biologici esistenti
in natura, siano guidati e plasmati da campi organizzativi, da lui
chiamati appunto campi morfici, che, come una mano invisibile, agiscono
in maniera non locale.
In zoologia e in botanica i campi morfici che presiedono allo sviluppo e al mantenimento della forma vengono
chiamati campi morfogenetici; quelli che si occupano della percezione,
del comportamento e dell’attività mentale si chiamano campi percettivi,
comportamentali e mentali; quelli che si riscontrano in mineralogia sono
detti campi cristallini e molecolari; quelli invece che si osservano in
sociologia sono detti campi sociali e culturali.
Infatti, così come un campo cristallino organizza i modi secondo cui
molecole e atomi si ordinano all’interno di un cristallo [...] un campo
sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo
compongono, per esempio il modo in cui ciascun uccello vola all’interno
dello stormo.
Il lavoro dei campi morfici viene compiuto a livello subatomico,
funzionando come restrizione schematizzata sulla moltitudine di eventi
probabili e indeterminati che si verificano ai livelli più profondi dei
sistemi fisici.
Così un campo cristallino organizza i modi secondo
cui le molecole e gli atomi si debbono ordinare all’interno di un
cristallo; il campo di un animale plasma invece le cellule e i tessuti
all’interno di un embrione, ne guida lo sviluppo fino a che esso assuma
la caratteristica forma della sua specie; così come un campo sociale
organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono,
per esempio il modo in cui, come già detto, ciascun uccello vola
all’interno del suo stormo.
Il
campo morfico conduce i sistemi a esso sottoposti verso mete o
obiettivi specifici, denominati attrattori, termine ripreso dal
matematico René Thom (fondatore della teoria delle catastrofi, branca
della teoria dei sistemi) che rappresentano i limiti verso i quali un
sistema dinamico viene attratto.
Per Sheldrake infatti il campo
stesso si evolve, esso non è fissato una volta per tutte da un’equazione
matematica, ma la sua struttura dipende da ciò che è accaduto in
precedenza. Contiene una sorta di memoria. Attraverso la ripetizione, i
modelli che organizza divengono sempre più probabili, sempre più
abituali.
Una volta che questo nuovo campo, questo nuovo modello di organizzazione, ha cominciato a esistere, esso si rafforza attraverso la ripetizione. È sempre più probabile che il modello si riproponga. I campi divengono una sorta di memoria cumulativa, evolvendosi nel tempo, e sono alla base della formazione delle abitudini della natura.
Una volta che questo nuovo campo, questo nuovo modello di organizzazione, ha cominciato a esistere, esso si rafforza attraverso la ripetizione. È sempre più probabile che il modello si riproponga. I campi divengono una sorta di memoria cumulativa, evolvendosi nel tempo, e sono alla base della formazione delle abitudini della natura.
Risonanza morfica e mente collettiva


