
Esiste anche una memoria extracranica, come anticipato in modo illuminante da Giuseppe Calligaris
“…guarda bene la colonna per conoscere la causa della malattia…” Ippocrate
Le “placche cutanee” e la loro “memoria”
Dal
1996 mi dedico assiduamente allo studio e all’indagine di particolari
punti cutanei, collegati alla memorizzazione di eventi stressanti, e che
sono localizzati sui versanti laterali dei processi spinosi delle
vertebre. Si tratta di 24 coppie di punti (o meglio “placche cutanee”
come specificherebbe il prof. Giuseppe Calligaris ), scaglionate dalla
prima cervicale alla quinta lombare con esclusione del segmento
sacrococcigeo. Questi stessi punti sono perfettamente sovrapponibili ai
cosiddetti punti Fuori Meridiano, denominati HuaTuojiaji, molto
conosciuti in Medicina Tradizionale Cinese.
Quale meraviglia
nascondono queste placche spinali? La risposta risiede nella capacità di
questi punti di attivarsi in relazione ad accadimenti dolorosi, di
registrare cioè gli effetti di esperienze stressanti secondo un preciso
modello temporale. Si tratta di una rivoluzionaria ipotesi
cronobiologica, densa di ricadute sul piano clinico. La nostra prima
riflessione è la seguente: se è plausibile l’esistenza di queste placche
spinali, che registrano segnali a carattere traumatico, questo porta a
pensare che esistano mappe neurali della nostra memoria autobiografica
oltre i limiti dei confini cranici. In altre parole possiamo immaginare
che perlomeno anche le strutture nervose spino-midollari possano in
qualche misura codificare la registrazione di eventi a connotazione
traumatica. Non dimentichiamo inoltre che le strutture spinomidollari
(il midollo spinale, per intenderci) rappresentano, sul piano
filogenetico, le architetture neurali più arcaiche in senso assoluto,
compatibili in questo senso con una forma di “Memoria” meno
sofisticata, ma più stabile, perché stratificata in milioni di anni di
evoluzione biologica.
Il linguaggio, con cui si esprime questa
particolare forma di memoria, è ovviamente un linguaggio “non-verbale”,
esplicitato attraverso i meccanismi dei riflessi e della sensibilità.
Possiamo quindi definire le strutture spinomidollari come la sede
elettiva della “memoria archicorticale”, in contrapposizione con la
“memoria paleocorticale” del sistema limbico e con quella “neocorticale”
della corteccia cerebrale.Le nostre “memorie”
Sotto il
profilo neurofisiologico il midollo spinale insieme al tronco encefalico
rappresenta una fondamentale via di comunicazione degli stimoli e delle
informazioni fra la periferia (cute, visceri, apparato locomotore,
etc.) e il centro (centri nervosi superiori endocranici) e consente il
corretto svolgimento delle nostre attività automatiche e istintuali.
Presiede in altre parole al normale funzionamento della nostra vita
vegetativa (controllo della respirazione, della frequenza cardiaca, del
ritmo veglia-sonno, etc.). MacLean ha denominato “cervello rettile”
(reptilian brain) questa porzione del nostro sistema nervoso, perché
sostanzialmente simile a quella dei rettili, differenziandolo dalle
strutture superiori endocraniche come il sistema limbico, il cosiddetto
“cervello emotivo” (mammalian brain) in comune con gli altri mammiferi e
gli uccelli, e la porzione più evoluta, la neocorteccia.
La memoria rettiliana e il ricordo dei traumi
Tornando
al tema centrale di questo articolo, le indagini da me svolte fino a
oggi sul cosiddetto “cervello rettile”, hanno rivelato la possibile
esistenza di precise mappe neurali, che agiscono in relazione ad eventi
stressanti sulla base di una matrice temporale. In altre parole si
tratta di mappe neurali extracraniche collegate alla nostra memoria
autobiografica.
Quanto avviene nel corso della nostra esistenza
viene così registrato non soltanto nelle aree cerebrali, ma anche in
quelle spinomidollari. Ma di quali eventi si fa carico la nostra memoria
“rettiliana”? Di quelli relativi ai giorni spensierati e felici della
nostra giovinezza o quelli di un lieto evento come il primo amore, la
nascita di un figlio, una importante promozione scolastica, un successo
lavorativo? No, la memoria “rettiliana” registra in profondità quegli
eventi, che abbiamo percepito come minacciosi per la nostra integrità,
attivando processi di tipo inibitorio. Il cervello rettiliano prende il
sopravvento, perché il suo arcaico codice evolutivo gli impone soltanto
di conservare l’individuo e quindi la specie.
La profonda
stratificazione di informazioni legate a eventi connotati come “dolore”,
“pericolo”, “minaccia”, “separazione”, “allontanamento” o “perdita”,
consente di ricordare in modo non-conscio una precedente esposizione,
per poterla evitare. L’ingestione innocente di attraenti bacche rosse si
può tradurre per l’ominide di un milione di anni fa in una esperienza
dall’esito mortale. La fortuita sopravvivenza a questo evento ha il
preciso scopo di attivare una reazione di evitamento, ogni qualvolta si
venga a contatto con le micidiali bacche rosse. Ricordare l’evento a più
livelli, coscienti e non, incrementa statisticamente non soltanto la
possibilità di evitare quel particolare tipo di esperienza, ma in ultima
analisi la sopravvivenza di quell’ominide, del suo clan e della sua
discendenza.
In ultima analisi il nostro cervello rettile
contiene una particolare memoria di allarme, che si riaccende
prontamente quando il corpo percepisce una vera o presunta riesposizione
all’evento traumatico. La reingestione accidentale di bacche rosse
simili per forma e colore, ma non tossiche, tenderà a riprodurre
nell’ominide una sintomatologia analoga (anche se in scala ridotta) a
quella sofferta al primo contatto. La riproduzione dei sintomi simili
alla prima esposizione sono innescati in modo automatizzato dalla
cosiddetta memoria di allarme del cervello rettile e hanno
verosimilmente lo scopo di salvaguardare l’integrità fisica
dell’individuo, cortocircuitando l’intenzionalità decisionale della
nostra corteccia cerebrale (decidere se ingerire o meno le bacche
rosse).
Diversificazioni del processo traumatico
Nel corso
della nostra lunghissima evoluzione e della progressiva sofisticazione
dei nostri circuiti cerebrali superiori, abbiamo via via potenziato la
capacità di elaborare pensieri di tipo astratto. Le fonti di possibile
minaccia si sono anch’esse virtualizzate, passando dall’esposizione
tossica alle bocche rosse, alla esposizione traumatica di una bocciatura
scolastica, di un mobbing strisciante in ambito lavorativo, di un
ingiustificato licenziamento, di un divorzio e di altri eventi. Siamo
inoltre esposti di continuo ad una serie infinita di microtraumatismi
emozionali, che oltrepassano la soglia di coscienza e di cui non siamo
apparentemente consapevoli. La memoria di allarme del nostro cervello
rettile registra non soltanto gli effetti di eventi evitabili come
l’accidentale ingestione di bacche velenose, ma anche gli esiti di
esperienze inevitabili come il lutto.
L’irreversibilità di un
trauma, come la separazione definitiva dai propri familiari, può
determinare sofferenza non soltanto nello spirito, ma anche nel corpo.
E’ in grado di attivare processi di natura patologica, che minacciano
l’integrità dell’individuo. Allo stato attuale delle ricerche è
difficile comprendere perché anche questi ricordi potenzialmente
pericolosi per la nostra personale sopravvivenza vengano stratificati
nei circuiti spinomidollari della nostra memoria di allarme, se invece
il suo preciso scopo sarebbe quello di garantire la difesa della nostra
integrità. Nel caso specifico dei traumi da lutto, peraltro così
frequenti nella vita dei nostri antenati per le ridotte aspettative di
sopravvivenza, potrebbe aver potenziato inconsapevolmente il ricorso
alla procreazione, non solo per soddisfare le istintuali modalità
riproduttive che ci legano agli altri mammiferi e non solo per
rimpiazzare in modo opportunistico i membri familiari deceduti,
necessari al sostentamento del clan. Ma la finalità della procreazione
in mammiferi così evoluti (forse) come gli essere umani, potrebbe essere
anche quella di antidotare il terribile dolore del distacco dai nostri
congiunti e garantire in questo modo la conservazione delle nostre
memorie attraverso la discendenza.
Punti spinali ed epoche della vita
La
finalità di questa lunga introduzione è comprendere se sussista la
possibilità di interagire positivamente con i dispositivi della nostra
memoria rettiliana, per bilanciare gli effetti tossici delle esperienze
traumatiche, a cui siamo esposti nel corso della nostra esistenza. Come
ho spiegato all’inizio, abbiamo la possibilità di comunicare in modo
sostanzialmente diretto con i dispositivi della nostra memoria
rettiliana, accedendo ai punti cutanei di proiezione spinomidollare.
Si
formula l’ipotesi, avvalorata sul piano clinico, che ogni punto spinale
corrisponda ad una precisa epoca della vita secondo un ciclo ripetuto
di 60 anni che parte dalla prima cervicale. In senso craniocaudale la
numerazione scende di una vertebra per anno anagrafico (ad eccezione del
tratto cervicale) per giungere alla quinta lombare, che corrisponde al
periodo dei 30 anni. Poi si compie un giro di boa in senso ascendente
per chiudere il ciclo al 60° anno di vita sulla prima cervicale.
Un
trauma (lutto, separazione, trauma fisico, etc.) in un certo periodo
della nostra esistenza si stratifica su una precisa area, che resta
dolorabile anche a distanza di anni. Questi punti spinali possiedono
perciò la meravigliosa facoltà di registrare il Tempo della nostra vita,
così come gli anelli concentrici della sezione di un tronco documentano
l’intero ciclo biologico di un albero. Le verifiche cliniche hanno
dimostrato che questi punti temporali possano essere identificati in
base alla dolorabilità delle singole vertebre alla digitopressione.
Inoltre possono essere eccitati mediante picchiettamento spinale (spinal
tap) con il martelletto neurologico e produrre così riflessi nervosi a
distanza (sensazioni di caldo e di freddo, orripilazione cutanea,
parestesie agli arti, ripercussioni viscerali, etc.) nei distretti
somatici, colpiti dagli effetti di un traumatismo emotivo o fisico.
La
risposta corporea è totalmente autonoma da possibili arrangiamenti
corticali, perché viene generata in modo diretto dalla eccitazione di
precise aree riflesse delle strutture spinomidollari. Il riflesso
viscerale avvertito in sede gastrica dal paziente dopo stimolazione
della seconda lombare (27° anno di vita), corrispondente alla morte del
padre per carcinoma gastrico, è un riflesso del tutto nuovo rispetto
alla nota segmentazione metamerica (le radici spinali della 2° lombare
non innervano infatti lo stomaco). Quale nuovo e misterioso riflesso si è
attivato? Si tratta forse di una sensazione soggettiva casuale? Il
riflesso generato dai dispositivi “rettiliani” corrisponde ad una
precisa mappa neurale extracranica, che contiene dati temporali (il 27°
anno di vita) e informazioni viscerali (lo stomaco) come esito di una
esperienza traumatica. Le prove sui punti spinali consentono abilmente
di cortocircuitare pericolose intromissioni delle strutture e dei
circuiti corticali, in grado di generare risposte devianti. Il paziente
potrebbe infatti spiegarmi in assoluta buona fede di aver superato
totalmente il trauma per la morte del padre.
La verifica
diagnostica, ottenuta mediante l’eccitazione dei circuiti spinali, è
densa di ricadute sul piano clinico in generale, ma anche su quello
specifico della terapia. Queste singolari porte biologiche di accesso
temporale sulla colonna ci consentono di intervenire sugli effetti di
queste memorie disturbanti, per poter ripristinare l’equilibrio. In che
modo? Semplicemente concentrando la nostra azione terapeutica su queste
aree cutanee. Si può intervenire con l’agopuntura, la digitopressione
locale (Shiatzu sui punti di Hua Tuo), l’applicazione di magneti
(osservando le opportune precauzioni), la cromopuntura, il
micromassaggio con olii essenziali e Fiori di Bach (floripuntura spinale
secondo Di Spazio). A prescindere dalle modalità di intervento, ho
denominato questa metodica AgeGate Therapy, per sottolinearne la stretta
connessione con la dimensione del Tempo.
A conclusione di questo
articolo, desidero riportare una bellissima frase del prof. Giuseppe
Calligaris, insigne neuroscienziato, che mi ha guidato in questa
difficile, ma esaltante avventura e che afferma in uno dei suoi
innumerevoli scritti “…il nostro corpo è uno specchio fedele del nostro
spirito, e questo di quello…”.Placche spinali ed esperienze terapeutiche