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domenica 28 ottobre 2018

Morte cerebrale? Una bugia, serve per togliere organi a persone vive

«Visitai Alfie: il problema è la “morte cerebrale”»
di Benedetta Frigiero
Da dove nasce l’approccio medico svelato al mondo in maniera palese dal piccolo Alfie Evans?
La risposta per il dottor Paul Byrne, neonatologo di fama internazionale, che nel dicembre del 2017 visitò il piccolo, è chiara: «Anche se Alfie non fu dichiarato cerebralmente morto, tutto nasce dalla definizione di “morte cerebrale”. Una visione per cui la vita è misurata sulla quantità di funzioni dell’encefalo».
Da dove nasce l’approccio medico svelato al mondo in maniera palese dal piccolo Alfie Evans? La risposta per il dottor Paul Byrne, neonatologo di fama internazionale, che nel dicembre del 2017 chiamato dalla famiglia del bambino volò a Liverpool per visitarlo, è chiara da anni: «Tutto nasce dalla definizione di morte, non più clinica ma cerebrale, sancita nel 1968 da una commissione medica di Harvard».

Dottor Byrne, ci spieghi perché lei differenzia la morte reale dalla morte cerebrale e quali implicazioni ha questa distinzione? Ho avviato una terapia intensiva per bambini malati nel 1963 presso il Cardinal Glendon Hospital for Childrend di St. Louis, ero profondamente animato dall’intenzione di sostenere la vita in ogni modo possibile.
Durante questo periodo, sono state scoperte nuove terapie. Ma pochi anni dopo cominciò a diffondersi una nuova definizione di morte: il paziente non era più considerato morto solo dopo la cessazione delle funzioni cardiache e circolatorie, quindi anche respiratorie e del sistema nervoso, ma bastava rilevare l’assenza di attività dell’encefalo per dichiararlo morto.
Nel 1975 nel mio reparto fu ricoverato un bimbo nato prematuro, Joseph. Venne ventilato e poi dichiarato cerebralmente morto perché il suo elettroencefalogramma non dava segni di attività. Ma Joseph era vivo, quindi continuai a curarlo: oggi è padre di tre figli. Da quel momento ho cominciato a interrogarmi sulla definizione di morte cerebrale, scoprendo che era una bugia.

Cosa c’entra tutto questo con Alfie che non era stato dichiarato “cerebralmente morto”? Questa visione ha un impatto enorme sui pazienti come Alfie. Se concepiamo le persone morte, e quindi non più degne di cure, quando il loro cervello non dà segnali di attività, si arriva a pensare che la persona con attività cerebrali minime abbia minore dignità.
Se la misura della vita è il cervello allora diventa normale pensare che siccome parte del cervello di Alfie non appariva normale (aveva anche le convulsioni), allora il bambino era quasi morto e quindi non degno di cure.
Non a caso, anche se Alfie era vivo, invece che ricevere la tracheostomia e le cure, hanno deciso, come se fosse normale, di farlo morire. Quando poi lo hanno visto respirare per quattro giorni anche senza la ventilazione, i medici, pur sorpresi, sapevano che avrebbe faticato a riprendersi senza cure adeguate.

Come si sarebbe comportato come medico di fronte ad Alfie? Tutti i medici sanno che dopo due o tre settimane di ventilazione, e certamente dopo un anno e mezzo come per Alfie, è necessario praticare la tracheostomia. Non sappiamo se poi Alfie avrebbe respirato più a lungo con la tracheostomia. L’unico modo per saperlo era curarlo.
I genitori di Alfie hanno combattuto contro questa visione riduttiva e falsa e hanno svelato a molti la verità che il mondo, immerso nella cultura della morte, non vede più. O meglio la vedono le persone normali che non sono state ancora indottrinate, come la gente che ha protestato a Liverpool.
Come le sono apparsi Alfie e la sua famiglia? Siamo immersi nella cultura della morte e Alfie è stato chiamato a farcelo capire grazie ai suoi genitori che si sono posti contro un sistema medico e giuridico gigantesco, non diverso da quello canadese e americano.
La morte cerebrale è un’imitazione della morte, non è morte reale. Ma è utile al mercato degli organi, che spinge a guardare le persone il cui sistema circolatorio è attivo come non persone e il loro corpo come un insieme di pezzi da ricambio.

In poche parole sta dicendo che la cultura della morte nasce dalla donazione di organi di persone vive. Non è possibile espiantare gli organi da un cadavere. Per farlo c’è bisogno di una persona viva, che però bisogna chiamare morta per giustificare questa prassi.
In questo modo si comincia a pensare che la vita c’è ed ed degna solo se una persona ha le funzioni cerebrali almeno minimamente attive, altrimenti perde di dignità. Questa visione è parziale ed elimina la concezione di anima.
Dottore, qual è invece la sua concezione? La vita di ogni persona è un continuum dal concepimento alla morte reale (mors vera), che ha dignità anche se la condizione in cui si trova non ci piace. Si deve continuare a curare ogni persona finché le sue funzioni respiratorie, cerebrali e circolatorie non sono tutte cessate.

Pensa che sia una coincidenza che la definizione di “morte cerebrale” e il primo trapianto si siano verificati uno in fila all’altro nel 1967-68?

venerdì 7 agosto 2015

La verità sul trapianto d’organi

La verità sul trapianto d’organi

Il concetto di morte cerebrale è stato creato all’università di Harvard per giustificare la pratica dei trapianti e diminuire i costi economici dei pazienti in coma, alias: liberare letti d’ospedale..

Quanto sopra riportato può essere tranquillamente letto dal rapporto dei medici di Harvard al seguente collegamento
http://www.hods.org/english/h-issues/documents/ADefinitionofIrreversibleComa-JAMA1968.pdf

 

MORTE CEREBRALE E TRAPIANTO DI ORGANI: UN’AUTOREVOLE VOCE CRITICA
Una conversazione con il prof. Rocco Maruotti, chirurgo di fama internazionale

– La legge italiana n.578, del 29 dicembre 1993, nel suo articolo 1, dichiara che:

“La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.”
Il parlare di “cessazione irreversibile di tutte le funzioni” di un organo tuttora esplorato e conosciuto in minima parte non significa forse parlare di qualcosa che ha a che fare – per dirla con Karl Popper – più col piano della metafisica che con quello della verificabilità (e falsificabilità) sperimentale? Non dovrebbe lo stesso criterio della cosiddetta “morte cerebrale” apparire palesemente improponibile in sede scientifica? ...

La legge italiana ha recepito la morte di Harvard – conosciuta come morte cerebrale – sulla base di due fattori : l’eccitazione popolare per i trapianti e la spinta di parte della comunità medica per cambiare quello che per centinaia di migliaia di anni era stato il fondamento sacrale, umano ed universalmente accettato della fine della vita e quindi della morte. La classe medica ha riposto generalmente fiducia nel dogma stabilito dagli esperti di Harvard, allo stesso modo con cui i chirurghi ripongono la loro fiducia in quel che fanno, ad esempio, i colleghi anestesisti o ortopedici.
 

La Commissione della Harvard University era stata incaricata di definire la morte in chiave neurologica con lo scopo principale di evitare accuse legali alle équipes che cominciavano a fare la gara dei trapianti. I motivi espressamente addotti per definire come morte il coma considerato irreversibile erano e sono esclusivamente utilitaristici : liberare letti d’ospedale, alleviare il peso sociale dei pazienti in stato vegetativo, reperire organi da trapiantare senza il rischio di accuse legali e etiche alle équipes chirurgiche .
 

In sede scientifica, sulla morte di Harvard sono così stati scritti migliaia di libri e di articoli e sono stati fatti centinaia di congressi, meetings, trasmissioni televisive, articoli di giornale quasi esclusivamente ad opera di persone con generalizzato conflitto di interesse. Ancor oggi è in atto una corsa per ridefinire sempre più arbitrariamente la morte per l’interesse esclusivo del business dei trapianti e, ovviamente, di coloro che chiedono un ricambio di organi da estranei.

- Questo comporta, allora, che il soggetto umano destinato ad essere espiantato è “morto” soltanto per mera convenzione?
E’ evidente che nessuno, al di fuori della coorte dei trapiantisti, considererebbe i pazienti in morte di Harvard come persone defunte. 
La prova era ed è che nessuno, compreso i trapiantisti, avrebbe, ad esempio, il coraggio di mettere in una bara una figlia che respiri sia pure assistita, che abbia il cuore e il polso che battono, che abbia la cute rosea e calda, e che magari possa condurre a termine una gravidanza.

E’ evidente che tali persone non sono cadaveri e che, d’altra parte, espiantare gli organi dai veri cadaveri è del tutto inutile al fine dei trapianti. Per questo recentemente è stato proposto di chiamare “finestra di espiantabilità” il tempo che un paziente vive tra un incidente e la morte vera e propria, onde evitare di cadere nell’assurdo scientifico della morte cerebrale di Harvard.

Tuttavia, già venti anni fa, nel 1992, l’articolo di Truog della stessa Harvard minava alle basi il concetto di morte cerebrale. Il testo dell’articolo “Rethinking brain death” (Ripensamento della morte cerebrale) afferma testualmente: “Proponiamo quattro argomenti a sostegno del parere che i pazienti che rispondono agli attuali criteri clinici della morte cerebrale, non necessariamente presentano la perdita irreversibile di tutte le funzioni del cervello.
-      In primo luogo, in molti pazienti clinicamente in morte cerebrale è conservata la funzione endocrina-ipotalamica.
-      In secondo luogo, in molti pazienti è conservata l’attività elettrica cerebrale.
-      In terzo luogo, alcuni pazienti conservano la capacità di reagire agli stimoli dell’ambiente.
-      In quarto luogo, il cervello è definito fisiologicamente come sistema nervoso centrale, e in molti pazienti clinicamente in morte cerebrale è conservata l’attività del sistema nervoso centrale, sotto forma di riflessi spinali. 

Questi risultati sono in netto contrasto con il requisito di una cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali”.

La conclusione della ricerca scientifica fu che non esistono mezzi strumentali atti a dimostrare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, quindi neanche l’ elettroencefalogramma o altri test sono in grado di accertare la cessazione irreversibile di ogni attività encefalica, men che meno il letale test dell’apnea. Lo stesso Truog ribadì con ancora più forza le sue tesi nel 1998.

- Ma, allora, come è possibile che si continui a parlare, con toni tanto rassicuranti, di prelievo “da cadavere”?
Da circa venti anni i bioeticisti dalle varie Università si sono spinti a stilare nuove definizioni della morte ritenute necessarie per continuare l’attività trapiantistica e sempre sulla base del principio del procacciamento di organi da pazienti “as legally dead as necessary, as biologically alive as possible ” (morti legalmente quanto necessario, vivi biologicamente il più possibile).
In pratica la morte viene sempre più ridefinita non come assenza irreversibile di tutte le funzioni cerebrali, ma come, ad esempio, cessazione di rapporti con il mondo.

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