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sabato 23 febbraio 2019

Suicidi: decima causa di morte…

Suicidi: decima causa di morte…

Secondo il CDC («Center for Disease Control and Prevention») di Atlanta i tassi di suicidio negli Stati Uniti sono aumentati di (media) quasi il 30% dal 1999 e le condizioni di salute mentale sono uno dei fattori che contribuiscono al suicidio.
Nel periodo di controllo, dal 1999 al 2016, i tassi di suicidio sono aumentati in maniera significativa in 44 stati, 25 dei quali hanno registrato aumenti ben superiori al 30%.
Va precisato che nel 2015 di oltre la metà dei deceduti (54%) in 27 stati non era nota la condizione di salute mentale, quindi i dati sono incompleti.
Nel 2016 si sono suicidate negli Stati Uniti circa 45.000 persone di età superiore ai 10 anni.
In generale i suicidi sono aumentati tra le persone di tutte le fasce di età (<75 anni), con gli adulti tra i 45 e i 64 anni con il più alto tasso in assoluto.
Attualmente il suicidio è diventata la decima causa di morte e una delle tre cause principali in costante aumento!
Vanno anche tenute in considerazione le percentuali di visite di emergenza per autolesionismo non fatale, cioè i ricoveri di quelle persone che hanno provato ad uccidersi senza riuscirci.
L’autolesionismo è aumentato del 42% dal 2001 al 2016.
Il costo sociale tra suicidi e autolesioni negli States ammonta a circa 70 miliardi di dollari all’anno, in termini di costi diretti per la perdita di lavoro e di malattia.
Droghe che hanno causato la morte...
Tra le sostanze che il CDC ha riscontrato come causa principale della morte vi sono: oppioidi 944 (31,4%), antidepressivi 800 (26,6%), benzodiazepine 624 (20,8%), antipsicotici 219 (7,3%) e altro.
Nelle persone suicide sono state rilevate una o più sostanze chimiche nel sangue, ma queste non sono state considerate la causa della morte: alcol - su 10950 persone testate positive 4442 (40,6%); oppioidi - su 8554 testati positivi 2279 (26,6%); benzodiazepine - su 8124 persone positivi 2464 (30,3%), cocaina - su 7978 persone 499 positive (6,3%); anfetamine - su 7615 persone 736 positive (9,7%); marijuana - su 6569 persone 1471 positive (22,4%) e infine antidepressivi testati su 5425 positivi 2214 pari al 40,8%.
Questa è la conferma che droghe illegali e droghe legali giocano un ruolo importante nel fenomeno.

Suicidi e periodo storico
Le statistiche dei suicidi, secondo il New York Times, sono inquietanti e il numero aumenta o cala a seconda del periodo e della situazione economica e sociale.
«I tassi di suicidio sono aumentati e calati rispetto alla storia del paese o tendono a raggiungere picchi nei momenti difficili. Nel 1932, durante la Grande Depressione, il tasso era di 22 per 100.000, tra i più alti nella storia moderna»[1].
Quindi durante uno dei periodi più bui dal punto di vista economico della storia americana ben 22 persone su centomila si sono tolte la vita.  Oggi però non siamo certo messi meglio, visto che il tasso odierno - sempre secondo il CDC - è giunto a quota 15,6 per 100.000 abitanti.

Suicidi tra i militari
Un dato molto interessante, che apparentemente sembra uscire dal discorso, sono i suicidi tra i soldati.
I suicidi sono aumentati di oltre il 150% nell’esercito e più del 50% nel solo corpo dei marines, tra il 2001 al 2009, come segnalato nel Military Times.
I grafici riportati dal giornale militare, sugli aumenti dei suicidi e sulle prescrizioni di farmaci[2] sono praticamente sovrapponibili.

Nel 2010, almeno 1 su 6 dei militari in servizio assumeva una sostanza psicoattiva e «molti di loro ne stanno assumendone più di un tipo, mescolando diverse pillole in cocktail giornalieri, per esempio un antidepressivo con un antipsicotico per prevenire incubi, più un anti-epilettico per ridurre il mal di testa» afferma sempre Military Times.
L’89% dei soldati con Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) assume al momento farmaci psicoattivi e tra il 2005 e il 2009 la metà di tutte le prescrizioni di farmaci per militari tra i 18 e i 34 anni sono state di antidepressivi. Nel 2008 sono state prescritte 578.000 pillole per l’epilessia e 89.000 antipsicotici a militari in servizio.
Con una mole così impressionante di psicofarmaci, c’è da stupirsi dell’aumento dei suicidi in mimetica?
L’esempio dei militari calza a pennello con il tema del presente articolo, perché se non si tiene in seria considerazione la psichiatrizzazione delle masse, non sarà possibile effettuare un’analisi oggettiva e seria del fenomeno «suicidi».

Abuso di psicofarmaci
Ecco perché l’aumento dei suicidi va di pari passo con l’aumento delle prescrizioni di psicofarmaci.
Per esempio tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, e la tendenza europea è analoga. Oggi possiamo affermare che si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.[3]
«L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo l’Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci» dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.[4]
Stiamo parlando di un mercato da oltre 3 miliardi di euro all’anno. Stiamo parlando degli psicofarmaci: la maggior fonte di entrata per le case farmaceutiche!
Nel mondo, sempre per queste droghe legalizzate si spendono oltre 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo.
Un altro dato, che però non rientrando nei «suicidi» il CDC ce lo farà notare, sono il mezzo milione di persone sopra i 65 anni che muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci!

Depressione come se piovesse

lunedì 25 gennaio 2016

Non annullarti, riconnettiti a chi sei veramente

Non annullarti, riconnettiti a chi sei veramente

Stai vivendo una vita piena di problemi da cui ti riesce difficile uscire, stai tirando avanti il tuo vivere in attesa che qualcosa cambi, nel frattempo però non ti stai accorgendo che tu non esisti, ti sei annullata/o in favore di altri.

Stai donando tutto il tuo amore a chi ti circonda e sai bene che loro lo meritano come anche le tue attenzioni, ma pare che sia un dare a senso unico, non c’è alcun ritorno, pare che chi ami non riesca a vedere il tuo dolore, la tua necessità d’attenzioni, d’amore e anche se tu non lo chiedi ne hai bisogno, hai necessità di sentirti parte integrante con chi ti circonda e che tu ami, ma non avviene.

In questo tuo dare incondizionato, a volte disperato, hai tralasciato te stessa/o, non hai meditato su come stare bene senza quello che ti manca e quindi rimani in attesa che il tempo faccia cambiare le cose, che l’amore cambi le persone…

Se ti sei accorta/o che stai ingrassando sappi che quella ritenzione idrica non è un caso è un messaggio forte indirizzato a te, ti sta dicendo che stai vivendo nella paura di essere sola/o, ma è davvero così? E’ reale quel tuo bisogno? Si può eludere o elaborare tale emozione per iniziare a vivere?
Se la tua schiena richiede le tue attenzioni non trascurare quel dolore, ti sta dicendo che stai trasportando un peso che non potrai portare per sempre, forse è meglio che lo molli per un po’, vivendo in un’altra prospettiva.
Se il tuo stomaco fa sempre i capricci anche lui ti sta indicando un percorso di vita alternativo, quello attuale con molta probabilità ti è indigesto.
Se mangi come se non avessi mai mangiato e non pensi al perché allora è perché forse hai un istintivo bisogno di “buono” e che la tua vita non lo è, ma così la vita non cambia, cambi solo tu e non in meglio.
Se attendi la sera per ritrovarti e nel corso della giornata senti quell’angoscia o ansia che ti tiene compagnia, non vuoi che nessuno ti dica come devi vivere, ma sai bene che quella che stai vivendo non va bene e anche se ancora non hai trovato il percorso giusto, sai che c’è, è sempre lì nella tua testa/cuore in attesa che tu lo scopra e lo intraprenda.
Ecc. ecc. ecc.
Se ti soffermi un attimo ti accorgi che in effetti non hai ancora compreso lo scopo del tuo vivere(essere), ma chiaramente non è una colpa, la vita e la società ti hanno messo in condizioni tali da dover andare avanti a testa bassa senza farti domande, soffrendo e senza avanzare pretese. In alcuni casi è doveroso avere pretese ed il tuo caso è uno di quelli, pretendi una vita migliore, pretendila da te, non dagli altri, anche se questo può sembrarti assurdo, anche se gli altri te lo impediscono, tu puoi essere migliore, puoi avere una vita diversa ti basta indirizzare quella forza e quell’amore che tutti giorni doni agli altri verso nuove concezioni che faranno parte della tua nuova vita.

Se sei in questo mondo non è un caso, hai una missione e potrebbe essere proprio quella che stai portando avanti, ma di fondo c’è un’esigenza comune in tutte le anime, fare l’esperienza della vita che è governata dall’amore e l’amore è armonia, è serenità, è energia.

Ora prova a pensare a te come anima, ti trovi in questo mondo per fare quello che stai facendo, ma devi anche godere dell’esistenza, devi sentire la connessione con tutto ciò che sei e che ti circonda, senti il tuo respiro, senti il tuo battito, senti il tuo amore, essi sono in primis verso di te, sono la tua forza, ti stanno sostenendo, non dimenticartelo mai, la vera tua forza sei tu, il tuo vero amore sei tu, gli altri (figli, coniuge, genitori, fratelli, amici, compagni) vengono dopo, dopo che hai compreso quanto tu sia importante per te stessa/o.

I messaggi (malattie) che il tuo corpo ti manda stanno lì ad indicarti che il tuo cammino attuale è avverso, quindi amati di più di quanto ami se vuoi dare di più agli altri, coccolati di più se vuoi essere d’aiuto ai tuoi cari, riconosciti come essere spirituale e immortale che è venuto in questa vita per aiutare, ma non dimenticare che devi anche gioire, anche se tutto sembra avverso.
Non ti sei accorta/o che sei viva/o, che respiri, che in quest’istante dentro di tè c’è una forza inarrestabile fatta d’amore che sta inondando il tuo ambiente e tutto il mondo? E' la tua essenza che sta modificando gli eventi nel senso di come tu vivi la tua vita.

La vera gioia della vita è quella di sentire se stessi per quelli che veramente si è, esseri spirituali venuti qui a sperimentare la vita a modificare gli eventi con l’alchimia del cuore che ce li farà apparire tutti come una manifestazione d’amore; guarda a quello che accade come una manifestazione dell’amore, comprendi il tuo stato e quello dei tuoi cari e rinasci alla vera vita, quella piena di te, quel te che non sapevi di essere e che avevi bisogno di trovare.
Quando scoprirai nel profondo la tua essenza, sentirai che i bisogni che avevi si affievoliranno, sentirai che sei completa/o così come sei venuto al mondo e prenderai quel che ti verrà dato come un’aggiunta, un surplus alla tua abbondanza e godrai di te, godrai della vita, del tuo respiro e del tuo stesso amore.
“Questa potenzialità ti darà una forza… che è la più grande forza che si possa concepire, una forza che può cambiare il mondo in un istante, basta un flash che tu “afferri” questo allora tutto quello che ti auguri, tutto ciò che insegui, diventa realtà” [1].
Le tue paure scapperanno, le tue malattie se ne andranno e tu attrarrai solo quello che senti e sei nel profondo: Amore.
Marcello Salas

[1] Vittorio Marchi – documentario “Un altro mondo”

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giovedì 17 dicembre 2015

Superare l’ansia e gli attacchi di panico

Superare l’ansia e gli attacchi di panico
by Enrico Maria Secci
L’ansia è senza dubbio il disturbo psicologico più diffuso. Secondo le statistiche, colpirebbe oltre 8,5 milioni italiani ed è responsabile del consumo crescente di farmaci psicoattivi, non solo nel nostro Paese.

Nel linguaggio comune la parola ansia individua un generico, ma pervasivo, stato di agitazione, di preoccupazione e di paura connotato da sintomi fisici di varia intensità. Tali sintomi irrompono all’improvviso e possono perdurare per ore, o manifestarsi con crisi acute, brevi e ripetute, sempre senza apparente ragione.
Da un punto di vista clinico, l’ansia individua una famiglia di disturbi: l’ansia generalizzata, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, l’ipocondria, le fobie specifiche ed è parte di altri quadri diagnostici come il disturbo post-traumatico da stress e la depressione.
Non è difficile capire quanto, per chi la viva, l’ansia possa apparire come un enigma angoscioso e, diventi in molti casi, motivo di vergogna, di ritiro sociale e di abbattimento, tale da compromettere significativamente la libertà di scegliere, la capacità di vivere il presente e la speranza nel futuro, che sono le qualità più sane di un’identità sana e integrata.
I sintomi prevalenti. Vediamo alcuni sintomi tipici della sindrome ansiosa tratti dal DSM, il manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali:
·         Tachicardia, palpitazioni, dolori al centro del torace, cali di pressione, polso irregolare.
·         Senso di costrizione e oppressione al petto, difficoltà respiratorie, sensazione di soffocamento.
·         Cefalea, vertigini, aumento della sudorazione, vampate oppure pallore, riduzione della salivazione.
·         Difficoltà digestive, mancanza di appetito, nausea, vomito, diarrea
·         Ronzii alle orecchie, visione confusa, vampate, dolori localizzati privi di evidenti cause organiche.
·         Aumento della frequenza urinaria, disturbi del ciclo mestruale e del desiderio sessuale.
·         Insonnia con difficoltà ad addormentarsi o sonno interrotto da incubi, riduzione della capacità di memoria e di concentrazione.
·         Ronzii alle orecchie, visione confusa, vampate, dolori localizzati privi di evidenti cause organiche.
·         Indolenzimenti e contratture muscolari, tendenza a serrare i denti sia durante il giorno (digrignamento) sia durante la notte (bruxismo) e voce tremante.
Ma i meccanismi responsabili del mantenimento e del peggioramento dell’ansia nelle sue diverse declinazioni sono di natura psicologica e riguardano la preoccupazione costante o ricorrente, ingiustificata o per motivi futili, il pessimismo, l’irritabilità e l’incapacità di rilassarsi.
Fattori a cui si aggiunge il disorientamento emotivo, dato dalla difficoltà di comprendere che le reazioni somatiche potrebbero rappresentare il riflesso di circostanze, di scelte o di traumi, pregressi e attuali.

L’ansia di avere l’ansia. In molti casi, l’ansia si configura come una reazione fisiologica del sistema corpo-mente-mondo a cui la persona risponde in modo patologico e “patologizzante”.
Per usare una metafora, chi soffre d’ansia si comporta come qualcuno che, suo malgrado o per trascuratezza, venga svegliato nel cuore nella notte dall’allarme per una fuga di gas nel suo appartamento e, nonostante il forte puzzo potenzialmente esplosivo, anziché scappare o attrezzarsi per riparare prontamente alla dispersione venefica, si ostini a interrompere il suono fastidioso e spaventoso della sirena.

Rompere il sistema d’allarme invece che mettersi al riparo. Allo stesso modo, le persone patologicamente ansiose, finiscono per volere a tutti i costi e al più presto possibile, arrestare l’allarme che le assorda, ma, nell’urgenza del sintomo, trascurano di risalire, in fretta e responsabilmente, ai comportamenti, alle relazioni, all’essenza stessa della visione di sé, degli altri e del mondo, alla base di questo naturale meccanismo psichico chiamato “ansia”.
Quindi, una parte significativa della psicoterapia dell’ansia e dei disturbi correlati all’ansia, consiste paradossalmente nell’aiutare il paziente a riconoscere che la “sua ansia di avere l’ansia” costituisce il vero problema, qui ed ora. Si tratta di aiutare la persona, nel minor numero di sedute possibile, a concentrasi sul sintomo e riconoscere “paura del sintomo” come motrice stessa della patologia, in modo da acquisire quel contatto con le proprie emozioni e con la propria esistenza, andati perduti o disgregati a causa di eventi provanti, attuali e non.
Uno degli ostacoli alla psicoterapia dell’ansia, non è il disturbo in se stesso ma la percezione di gravità e d’urgenza presentate dal paziente cronico, che, molto spesso, tende a “collezionare” medici e psicoterapeuti, a sovrapporre consulenze, farmaci e trattamenti, senza rendersi conto che, così facendo, si agisce e  si peggiora il sintomo.
Accade che la persona svaluti i miglioramenti, li dimentichi e li minimizzi nella frenesia di “guarire” indubitabilmente per sempre, magari in una singola consulenza o con un po’ di gocce …
Senza comprendere, se non a un certo punto, che saprà guarire come desidera, solo quando asseconderà l’idea che ha bisogno di fermarsi, di interrompere prima di tutto “l’ansia di avere l’ansia”, di smettere di cercare “soluzioni facili” e continue rassicurazioni, e da qui in poi, seguire con fiducia una terapia. Niente è  più terapeutico nei casi d’ansia, che calarsi nell’ansia stessa, se necessario, con l’aiuto di uno psicoterapeuta e, un po’ alla volta, rompere gli schemi mentali che la alimentano.

Al di là dell’ansia di avere l’ansia, si profilano nodi e questioni legati al sintomo ansioso in se stesso, probabili nuclei del problema e della terapia in tempi brevi:
- infelicità/stallo o cambiamenti traumatici nelle sfera familiare;
- infelicità /stallo o cambiamenti traumatici nelle sfera sentimentale;
- infelicità /stallo o cambiamenti traumatici nell’ambito professionale;
- disturbi nell’area dell’affettività e della sessualità.
La buona notizia è che l’ansia, proprio perché molto diffusa, è uno dei problemi psicologici più studiati e più “facili” da affrontare in psicoterapia.

Grazie a Internet, è agevole trovare un terapeuta nella propria città o zona di residenza a cui rivolgersi con fiducia per risolvere, prima di tutto, “l’ansia di avere l’ansia” e poi contrastare, con consapevolezza, l’ansia vera e propria per cambiare positivamente la propria esistenza e viverla, finalmente, appieno, al di là del sintomo …
Enrico Maria Secci, Blog Therapy

sabato 5 settembre 2015

Psicofarmaci: il tuo inferno personale

Psicofarmaci, una sorprendente scoperta: il tuo inferno personale

Articolo di un chimico pluripremiato, autore del libro "Over the Counter Natural Cures" (Cure naturali da banco)

Potrei essere un perfetto candidato per la psichiatria.
Faccio domande senza punto interrogativo per abbreviare la conversazione. Evito lo sguardo diretto degli sconosciuti per paura (ansia?) d'imparare troppo su di loro.
Penso segretamente che i Metallica farebbero musica migliore se riprendessero a stordirsi con droghe da strada e alcool, non con la 'terapia'.
Cerco di applicare la legge della repulsione per proteggermi da un 'vero lavoro', una casetta e macchine scassate. E continuo a dare consigli ai miei figli, solo per darli a me stesso.

 

Psichiatra: i tuoi farmaci possono aiutarmi?

Forse queste sono le domande che mi hanno spinto a intraprendere una carriera come chimico specializzato nello sviluppo di farmaci, vincendo tanti premi per il mio lavoro. A parte gli addominali di mia moglie, niente mi eccita più dei farmaci e il modo in cui essi influenzano il corpo. Ho studiato la loro anatomia molecolare, rischiato vita e membra per mescolare e legare elementi chimici in provette cilindriche, e ho persino venduto la mia anima a Big Pharma in cambio di un banco da laboratorio e una cappa aspirante.
Durante questo periodo ho fatto alcune sorprendenti scoperte sugli psicofarmaci, classe di medicine comprendente antidepressivi, antipsicotici, stimolanti e ansiolitici. Capire cosa ho imparato ti proteggerà dall'alluvione di effetti collaterali che vengono ora scoperti a velocità supersonica, grazie alla miriade di pazienti cui sono stati prescritti psicofarmaci in nome della salute mentale.

 

Il tuo inferno personale

Gli antidepressivi cercano di aumentare, nel cervello, la quantità di una molecola 'amica,' conosciuta come serotonina. Si ritiene che possa aiutarci a trovare la felicità quando è nascosta da valanghe di cattiveria, ma non è mai stato provato. Questi farmaci tentano di aumentare il livello di serotonina impedendone, in maniera "selettiva" , la ricaptazione nelle cellule cerebrali. L'acronimo con cui sono chiamati questi farmaci – SSRI – significa proprio questo: Selective Serotonin Reuptake Inhibitor (inibitore selettivo della ricaptazione di serotonina). E' un nome altisonante, ma un'idea stupida: niente, nel corpo, è selettivo.
Mentre tentano d'inibire la ricaptazione di serotonina, gli antidepressivi possono anche impedire il loro rilascio, e anche quello di un altro composto importante per il cervello noto come dopamina. Le aree del cervello deputate al rilascio e alla ricaptazione di questi neurotrasmettitori sono maledettamente simili (dopotutto lavorano sulla stessa molecola): un farmaco antidepressivo non è abbastanza intelligente da capire su quale dei due deve lavorare. E quindi fa ciò che farebbe un qualsiasi farmaco stupido: li blocca entrambi. Questo è il motivo per cui chi prende questi farmaci si ritrova con quello sguardo fisso e vitreo: vittime dell'incantesimo psichiatrico, sono usciti di testa.
Col tempo possono insorgere tristezza profonda, rabbia e aggressività. Rimuovendo serotonina e dopamina dal cervello, chi fa uso prolungato di antidepressivi non riesce a provare né trovare felicità. Piuttosto, viene sommerso da una valanga di cattiveria. E se non riesci a provare o trovare felicità nella vita, allora qual è il punto? Cosa t'impedisce d'impiccarti o di sterminare i tuoi compagni di scuola? Non molto, quando vivi nel tuo inferno di antidepressivi.

 

Pensi si tratti di opinioni?

Secondo la FDA (l'agenzia statunitense di controllo dei farmaci) gli antidepressivi possono causare ideazioni e comportamenti suicidi, peggioramento della depressione, ansia, attacchi di panico, insonnia, irritabilità, ostilità, impulsività, comportamento aggressivo, episodi psicotici e violenza. Secondo i produttori, alcuni antidepressivi causano anche ideazioni omicide. Molta gente, dopo avere fatto uso prolungato di antidepressivi, racconta di non riuscire più a provare emozioni normali. Si sente intontito, come uno zombie.
Gli effetti avversi di questi farmaci non sono tuttavia limitati al peggioramento del tuo stato emotivo e al causare psicosi e violenza. Vi sono anche effetti collaterali di tipo fisico, tra cui sanguinamento anomalo, difetti di nascita, attacchi cardiaci, crisi epilettiche e decesso improvviso. Come una sirena d'allarme, sono stati pubblicati oltre duecento avvisi – includendo studi e raccomandazioni da parte di agenzie di supervisione dei farmaci – sulla pericolosità degli antidepressivi.

 

Farmaci che potrebbero stordire un elefante

Gli psichiatri prescrivono farmaci antipsicotici come Zyprexa e Seroquel per un ampio spettro di disturbi: dalla schizofrenia al disturbo bipolare, dalle allucinazioni alla depressione psicotica, autismo o qualsiasi altra cosa immaginabile, persino il "disturbo pervasivo dello sviluppo" – un'idea geniale che ha fatto impennare le vendite di antipsicotici perché vengono prescritti a bambini irritabili o aggressivi o agitati. E' un vero peccato, perché questi farmaci servono solo a stordire elefanti, non curare disturbi psichiatrici.
Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Psychological Magazine, i farmaci antipsicotici causano un rimpicciolimento del cervello. In altre parole diminuiscono la quantità e il volume di cervello.
In origine erano stati sviluppati per curare i cosiddetti schizofrenici, ma l'industria farmaceutica ha avuto una brillante idea per aumentarne la diffusione presso un mercato molto più ampio: utenti insoddisfatti degli antidepressivi. In America, dove è ammessa la pubblicità dei farmaci, ci sono anche gli spot in TV: "se il tuo antidepressivo non funziona, non incolpare il farmaco: potresti avere il disturbo bipolare!".
Una volta ingoiato, il farmaco antipsicotico raggiunge velocemente il cervello e, come il petrolio in mare, lo ricopre di una coltre di medicinale che blocca la trasmissione di onde cerebrali. Le normali funzioni cerebrali vengono impedite.
Motivazione, voglia e qualsiasi sensazione di ricompensa vengono deviati. Se gli psichiatri la definiscono "cura" allora i veri matti sono loro.

sabato 28 febbraio 2015

Combattere la depressione con la dieta

Alimenti ricchi di serotonina contro la depressione

 

Come combattere la depressione con la dieta

L'alimentazione e gli stati depressivi sono interconnessi e se la dieta non risolve il problema alla radice, almeno può ridurlo. Infatti, gli alimenti ricchi di serotonina sono un'ottima risorsa contro la depressione. Qui ti indichiamo quali sono e come possono aiutarti a combattere la depressione.

La serotonina è un neurotrasmettitore che influisce direttamente sugli stati depressivi. Se il suo livello nel sangue è elevato, fornisce sensazioni di piacere e benessere, con una diminuzione del desiderio di mangiare farine e dolci. Se, invece, il livello di serotonina è basso, sentirai maggiormente il desiderio di mangiare alimenti dolci aumentando, di conseguenza, di peso.
Come combattere la depressione con la dieta:
Questi stati depressivi si possono combattere, non solo con medicinali consigliati dal medico, anche con alimenti ricchi di serotonina, i quali agiscono contro la depressione.

Tra i tre macronutrienti che costituiscono gli alimenti, quelli che maggiormente influiscono sono gli idrati di carbonio, che agiscono direttamente sui livelli di serotonina.

Inoltre, esistono altri alimenti che contengono all'interno delle proprie proteine un aminoacido chiamato triptofano, che agisce sulla produzione della serotonina, pertanto sono da includere nella dieta.

Quindi, è molto importante realizzare una buona selezione di alimenti che contengano idrati di carbonio e proteine che aiutano a trattare la depressione, senza aumentare di peso.

  • Latticini e uova: Sono ricchi di triptofano, che agisce direttamente sulla sintesi della serotonina.
  • Sostituisci farine bianche, torte, impasti e dolci in generale con verdura, frutta fresca, cereali integrali e legumi quali la soia e tutti i suoi derivati che contengono molta fibra, ideale per aiutare il trattamento della depressione e contrastare l'ansia.
  • Frutta secca: Quali noci, mandorle, nocciole, ricche di triptofano.
  • Carni: Pesce, pollo sono fonti di triptofano e aiutano nella formazione di serotonina.
  • Infine, evita l'alcool che agisce assopendo i neuroni, provocando uno stato di euforia iniziale che poi si dissolve e peggiora lo stato d'animo.
Come vedrai, una dieta ricca di alimenti contenenti serotonina e triptofano può aiutare a combattere i sintomi della depressione. Non dimenticare che l'alimentazione completa il trattamento con medicinali prescritti dal tuo medico. Ricordati di consultarlo per qualsiasi dubbio. 
http://www.innatia.it/c-alimentazione-sana/a-alimenti-ricchi-di-serotonina-contro-la-depressione-3241.html 


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giovedì 13 novembre 2014

Una silenziosa e devastante epidemia sociale

Disoccupazione e depressione: i vissuti emotivi, le dinamiche psicologiche


Da oltre vent’anni l’Italia subisce la decrescita economica e osserva il crollo verticale del mercato del lavoro come un dato numerico, un fatto di conti e di curve statistiche, e lo affronta come tale. Tasse, bolli, balzelli, contorsioni fiscali sono serviti a compensare nei limiti del possibile i libri contabili nazionali ma non hanno inciso positivamente sulla realtà occupazionale del Paese e restano inerti nell’aggravarsi della crisi psicologica incipiente.
Oggi, i tassi di inoccupazione e disoccupazione sono la misura di una febbre sociale che tocca il parossismo nelle ormai quotidiane notizie di suicidi e di tentati suicidi e in atti di protesta estremi spesso attribuiti dalla cronaca a depressione o a un grave disagio personale degli individui coinvolti..

La disoccupazione come emergenza sanitaria. Al momento, pochi sembrano occuparsi con consapevolezza politica del fatto che la disoccupazione, prima ancora che essere un problema di conti pubblici, rappresenti un’emergenza sanitaria a breve, medio e lungo termine capace di travolgere e di sfigurare irrimediabilmente il futuro del Paese. Per la sociologia e la psicologia sociale, esistono correlazioni significative tra l’inoccupazione, il lavoro precario e la disoccupazione a seguito della perdita del lavoro e l’incidenza di ansia, depressione, attacchi di panico, condotte devianti e auto-distruttive, abuso di sostanze, disturbi nella sfera affettiva e relazionale. E la risposta più sbagliata di un Paese dove il lavoro manca sarebbe medicalizzare i cittadini più sofferenti, imbottirli di farmaci o di “sussidi” speciali. Non solo sbagliata, sarebbe la risposta più disfunzionale: una persona che vive il dramma della disoccupazione non ha “solo” un problema oggettivo di soldi, vive soprattutto un vuoto, una lacerazione nella propria identità di cittadino e di essere umano.
Una ferita nell’identità. Chi non riesce a trovare una prima occupazione o chi perde un lavoro deve affrontare nodi e questioni di natura esistenziale su cui grava, ineluttabilmente, l’incapacità economica in cui si trova costretto. E’ infatti straniante vivere in una società istituzionalmente fondata sul lavoro ma praticamente basata sul consumo quando non si ha, o si é persa, un’identità professionale. Le persone inoccupate o disoccupate rischiano l’alienazione fatta di sentimenti di inadeguatezza, di colpa, di inutilità che possono  combinarsi pericolosamente in quei vissuti di sconfitta e di rassegnazione che sconfinano nel campo clinico delle sindromi depressive.
Non solo, 
é stata da più parti sottolineata la correlazione tra inoccupazione, disoccupazione e abuso di sostanze, instabilità affettiva e disfunzioni nell’ambito della sessualità. Dati che dipingono uno scenario umano ben lontano dalle disamine sullo spread e dalle questioni politicheggianti di cui trabordano i massmedia.

Quattro vissuti emotivi. Vergogna, senso di colpa, solitudine e sentimenti di rivalsa e vendetta, sono i vissuti dolorosi di chi non trova una prima occupazione e di chi la perde.
·       Vergogna, perché la mancanza di un lavoro é percepita in molti casi come una mutilazione della personalità, un difetto che suggerisce inadeguatezza e diversità in relazione alle aspettative del mondo esterno.
·       Senso di colpa, perché a fronte di un sistema che promuove come valori la ricchezza e gli status-symbol, chi non ha un lavoro tende al ripiegamento su di sé e a ritenersi colpevolmente inadatto, senza un posto nella società, e a rimuginare pericolosamente sui propri “errori”.
·       Solitudine, perché i luoghi di lavoro rappresentano, superata la soglia dei 25-30, occasioni di interazione costanti e strutturare tra coetanei, dove é possibile proseguire e perfezionare l’identità adulta. Senza un’opportunità lavorativa, viene meno anche la possibilità di costruire nuove relazioni d’amicizia.
·       Rabbia, rivalsa e vendetta perché, dopo mesi o anni di disoccupazione, subentra, insieme alla rassegnazione, il risentimento per l’indifferenza delle istituzioni e l’amarezza del sentirsi disconosciuti, esclusi, ripudiati da un sistema in cui altri riescono nel frattempo ad integrarsi.

Questi vissuti raggiungono l’apice nella schiera degli “inattivi”, composta da coloro che si sono licenziati dal “lavoro di cercare lavoro” vinti dall’oggettiva carenza dell’offerta occupazionale e sconfitti dalla rassegnazione che li ha portati a perdere ogni speranza di inserimento nel tessuto produttivo. La condizione degli inoccupati e disoccupati inattivi è ,da un punto di vista psicologico, quella di fragilità maggiore e potenzialmente patologizzante, perché attraverso la rinuncia al lavoro, esprime uno stato di perdita di speranza e di fiducia in se stessi, negli altri, nella società e nel futuro, e la perdita della speranza è uno dei sintomi più persistenti e spaventosi della malattia depressiva. 
http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2014/09/29/disoccupazione-e-depressione-i-vissuti-emotivi-le-dinamiche-psicologiche/

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