domenica 18 novembre 2018

La Follia come mezzo di Cambiamento

La Follia come mezzo di Cambiamento

di Vincenzo Bilotta
Quante volte avreste voluto cambiare e non ci siete mai riusciti per diverse paure? Paura del giudizio, paura del cambiamento stesso, paura del futuro, di scontentare qualcuno…
Alcune volte vi sarà capitato che, mentre confidavate un vostro progetto futuro ad un conoscente, egli vi abbia preso per folli dicendovi frasi del tipo: “ma chi te lo fa fare?”, “sei impazzito?”, “cosa penseranno gli altri?”, “e se non dovesse riuscire?”.
In questi casi, se non eravate pronti, sicuramente sarete tornati sui vostri passi, avrete avuto ancor più paura perché avrete sommato alle vostre le altrui paure e, in conclusione, non avrete mosso un passo in direzione dei vostri progetti futuri, volti alla realizzazione della Vita dei vostri sogni.
Insomma, spesso si rinuncia a vivere perché si è troppo poco centrati, per riuscire in un’impresa senza chiedere consiglio agli altri. Così facendo, però, si vivrà sempre in uno stato di dipendenza dai pareri altrui e solo se gli altri saranno d’accordo a maggioranza sulle vostre decisioni, allora sì, sarete sicuri di far bene… Ma far bene cosa, poi? In questi casi, mi sa, che più che al bene vostro e alla realizzazione dei vostri sogni, tenderete al bene e alla realizzazione dei sogni della maggioranza dell’assemblea giudicante la vostra Vita!
E siccome non dovete approvare un bilancio di una società ma si tratta, invece, di decidere della vostra Vita, allora è meglio che lasciate stare i pareri altrui perché, per quanto razionali possano sembrarvi all’apparenza, essi, in realtà, nascondono dietro tutte le paure congelate del soggetto di turno, al quale avrete chiesto consiglio in merito ad una scelta che voi dovreste fare.
Pensate sia bello dipendere dagli altri per prendere delle decisioni che cambieranno la vostra Vita? Questa non è sicuramente evoluzione né crescita, sia spirituale che materiale. LA VERA RICCHEZZA CONSISTE NELLO SPERIMENTARE LA VITA ASSUMENDOSENE LA RESPONSABILITA’ AL 100%.
Spesso, quando farete di testa vostra (finalmente!), senza più chiedere consiglio a nessuno, sarete presi per folli, per delle persone che non sanno stare in società (composta in gran parte da pecore alla moda). Tuttavia, se sarete disposti ad essere presi per folli, avrete da subito diversi vantaggi: per prima cosa prenderete in mano le redini della vostra Vita e ne diventerete, finalmente, padroni assoluti, poi, smetterete di farvi influenzare dagli altrui pareri, pur continuando ad ascoltarli e tenendoli in considerazione quando validi (non dovete per forza fare il contrario di quanto vi consigliano, se ciò va a vostro vantaggio).

Imparate ad assumervi la responsabilità delle vostre scelte, della vostra Vita. Così facendo diventerete padroni del vostro destino senza agire in compartecipazione con nessun altro. Per diventare creatori della propria realtà futura, bisogna prima diventare folli, uscire dagli schemi e smettere di credere a quello in cui crede la maggior parte delle persone.
I risultati standard sono per le persone mediocri che non osano. L’eccellenza, in tutti i campi, la raggiunge chi ha il coraggio di osare risultando, per ciò stesso, folle, diverso, strano e chi più ne ha, più ne metta!
Andate oltre, diventate pazzi, rischiate l’isolamento, il giudizio, ma vivete da persone libere!
Articolo di Vincenzo Bilotta


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I “Guerrieri dell’Arcobaleno”

I “Guerrieri dell’Arcobaleno”

di Enzo Braschi
Mentre la Terra muore al vecchio… sta nascendo… una nuova tribù di tutti i colori. Questa tribù si chiama “I Guerrieri dell’Arcobaleno” e mette la sua fede nelle azioni, non nelle parole. (Profezia dei Nativi Americani Hopi).
Non so quanti di noi siano Guerrieri dell’Arcobaleno. So comunque che ce ne sono già tanti in ogni luogo della Terra e che il loro numero sta crescendo sempre di più.
Volerlo essere è facile: basta amare e rispettare la Creazione. Volerlo essere è difficile: si deve infatti prima di tutto imparare a disimparare molto del tanto che ci è stato insegnato e che ci ha allontanati dalla Creazione stessa.

Ci può volere davvero tanto tempo, costanza, amore e pazienza soprattutto verso noi stessi, che diventiamo i bambini a cui dobbiamo insegnare tutto da capo. Spesso sbaglieremo ancora, spesso riterremo di essere sulla strada buona e ci accorgeremo un attimo dopo di essere ancora una volta vittime di antichi pregiudizi, stupidi luoghi comuni, modi di pensare che non ci appartengono.
Le vecchie abitudini torneranno ad avere il sopravvento: è facile non poter fare a meno, alla fine, del nostro persecutore; è difficile lasciarsi andare alle passioni laddove esse servano a condurci solo ad innamorarci della perfezione.
Se ci si lascerà piegare come una pianta di bambù ma si saprà resistere, se non ci si schianterà come una quercia che con arroganza pensa di essere incrollabile, si sarà già percorso un buon tratto di strada.
A quel punto si potrà continuare a voler essere un Guerriero dell’Arcobaleno. Si sarà ancora vulnerabili ma incredibilmente più forti che in passato, penseremo. E invece sarà anche più duro di com’era prima di imbarcarsi in quest’impresa. Perché ci si sentirà soli… ed è terribile scoprire di essere soli in mezzo a una miriade di esseri umani uguali a noi.

Si avranno da dire e da fare tante cose e ci si accorgerà di non trovare orecchie disposte ad ascoltare, e non si saprà da dove cominciare per cambiare davvero le cose. Credo inoltre che nessuno dovrebbe mai assumersi il ruolo di “insegnante” di nessun altro. Pensare di essere un maestro ritengo sia peccato molto grave. Con tutta la buona fede che si può avere, pare presuntuoso assumersi tale compito.
Sarebbe oltremodo giusto che ognuno arrivasse a costruirsi il suo mondo con le sue stesse mani. Ma non sempre è così, o quantomeno, a volte sembra opportuno il voler tentare di accorciare le distanze, soprattutto quando si avverte che i tempi lo esigono.
Così si deve provare a condividere con gli altri quello che si sente, che si sa, che si ritiene buono, e aspettare con pazienza di vedere germogliare i nostri semi, sempre che i semi siano quelli di una buona pianta. Può funzionare, così come può risultare sforzo vano, sciocco e inutile.
Si sarà dunque soli, si sarà perduta la vecchia strada fatta di vuote certezze, ma pur sempre la strada che la maggioranza della gente percorre da sempre; si sarà sbigottiti, confusi, così confusi dal giungere alla conclusione di avere sbagliato a lasciar andare tutto per… per cosa poi? Per niente…

Quello sarà davvero il momento più cattivo: il baratro che ci si aprirà dinanzi e alle spalle. Ci si scoprirà in bilico su un sostegno fragilissimo: in qualunque direzione ci si volterà non si vedrà altro che una spessa coltre di nebbia. Sotto di noi sarà il precipizio nel quale si potrebbe scivolare senza mai arrivare a toccare il fondo. Sopra, di contro, sarà l’assenza di una voce, di un segno che ci indichi che cosa fare.
Si dovrà andare avanti. Letteralmente. Basterà trovare appena quel poco di coraggio necessario ad allungare un piede sul niente e camminare: prima un piede, poi l’altro, e poi un altro ancora…

Quello che ci era parso il vuoto più opprimente ci sosterrà, essendo ciò che facciamo il più solido dei fondamenti. Potremmo sentirci forse ancora soli, voltare le spalle e vedere le cose a noi familiari sfumare a poco a poco, insieme alla moltitudine delle facce di chi ci è stato compagno di viaggio per tutto quel tempo che non tornerà mai più; sentire freddo, provare terrore per la buia oscurità che ci si parerà dinanzi e che dovremo attraversare.
A quel punto del nostro percorso, però, si accenderà una luce; la strada si farà più ampia e sicura e voltandoci un’ultima volta vedremo altri seguirci… non perché presuntuosamente noi saremo stati loro d’esempio. D’esempio lo si deve essere prima di tutto per noi stessi. Semplicemente perché altri cominceranno a non avere più paura, o saranno affascinati dalla paura o con essa intenderanno cimentarsi.

Non è importante capire perché a volte si facciano certe cose. È importante comprendere quando è tempo di farle. E questo è il tempo… e bisogna avere fretta di farle, queste cose, se non si vuole rimanere per sempre indietro.
Articolo di Enzo Braschi

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LA MALATTIA NASCE DAL MODO IN CUI VIVI LA TUA VITA

LA MALATTIA NASCE DAL MODO IN CUI VIVI LA TUA VITA

La felicità è la natura dell’uomo. Non devi preoccuparti affatto di essa, perché esiste già nel tuo cuore – devi solo smettere d'essere infelice, devi fermare il meccanismo che opera per creare infelicità.

Eppure nessuno sembra pronto a farlo. La gente afferma: “Voglio essere felice”. Ma questo è come se dicessi: “Voglio essere sano” – e intanto ti attacchi alla malattia e non permetti che se ne vada.
Se il dottore prescrive una medicina, tu la butti via; non segui mai le prescrizioni. Non vai mai a fare una passeggiata al mattino, non vai mai a nuotare o a correre sulla spiaggia; non fai mai esercizio. Mangi in modo ossessivo, distruggi la tua salute – e poi continui a chiedere dove puoi trovare la salute. Non cambi il meccanismo che crea la malattia.

La salute non è qualcosa che si può trovare da qualche parte, non è un oggetto.

La salute è un modo completamente diverso di vivere.
È il modo in cui vivi che crea la malattia, è il modo in cui vivi che crea l’infelicità.
Ad esempio, qualcuno viene da me e sostiene di voler essere felice, ma di non essere capace di smettere d'essere geloso. Ma se non smetti d'essere geloso, l’amore non crescerà mai: le erbacce della gelosia distruggeranno le rose dell’amore. E se l’amore non cresce, non potrai essere felice. Chi può essere felice se l’amore non cresce? Se quella rosa non sboccia in te, se quella fragranza non viene espressa, non puoi essere felice.

La gente vuole essere felice, ma non è possibile raggiungere la felicità solo desiderandola. Desiderare non è sufficiente. Devi osservare il fenomeno della tua infelicità, devi osservare come la crei – come sei riuscito a diventare infelice, come continui a essere infelice ogni giorno: qual è la tua tecnica?

La felicità è un fenomeno naturale – perché qualcuno sia felice non è necessaria alcuna particolare abilità o competenza.

Gli animali sono felici e così anche gli alberi. Tutta l’esistenza è felice, a eccezione dell’uomo. Solo l’uomo è così bravo da riuscire a creare infelicità – nessun altro sembra essere così capace. Essere felici è un fenomeno semplice, innocente – nulla di cui vantarsi. Al contrario, quando sei infelice, stai facendo grandi cose: è veramente difficile.
The Path of Paradox, Vol. 2, #6 Osho
http://divinetools-raja.blogspot.it/ La Via del Ritorno... a Casa

La ragione bio-logica delle belle ragazze di oggi.

Ragazze belle

Perla saggia:
Gli animali si nutrono, l'uomo mangia,
e solo l'uomo intelligente sa mangiare.
Anthelme Brillant Savarin
Questo breve articolo non ha molto da dire. Lo sto scrivendo a bordo di un FrecciaBianca diretto a Milano ed è un articolo sulla bellezza delle ragazze e sulle ragioni per cui oggi è difficile trovarne di francamente brutte o comunque esteticamente sgradevoli.
Può sembrare un discorso da vecchio maiale quasi-sessantenne, ma non è così.

C'è una ragione biologica ben precisa per la quale oggi le ragazze sono così belle.
Mancano i conquistatori, i corteggiatori, gli uomini da donna, i maschi che cantano sottovoce qualcosa all'orecchio di lei, quegli uomini che "incantonano" la femmina e la "prendono" e non sono solo io a dirlo, sono le donne stesse.

Non sto ad indagare sulle ragioni del perché mancano i corteggiatori. Scie chimiche, glifosato, uova estrogeniche, pollo e carni agli ormoni, ipercompetitività, microonde telefoniche stritolacoglioni, donne iperaggressive, società cerebrale, permalosità alle avances, consenso informato alla pratica sessuale o al semplice corteggiamento? Chi lo sa?
Sta di fatto che la omosessualità maschile è un fenomeno dilagante e non sono qui a dire se sia giusto o sbagliato, non mi interessa.
Quello che mi interessa è cercare di illustrare il perché le ragazze oggi sono così belle ed è una ragione lapalissiana. "Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto".

Entra in gioco un particolare effetto studiato da molte persone al mondo, il Progetto Senso, un sentito "intraspecie" che suggerisce alle nuove femmine caratteristiche estetico-comportamentali tal per cui il divenire l'obiettivo del maschio sia più facile.
Ciò potrebbe spiegare le ragioni per cui le femmine, oggi, siano più aggressive anche dal punto di vista sessuale.
D'altra parte la biologia vuole, pretende la sua parte, e quella che conta di più in assoluto è la prosecuzione della specie in generale e della vita in assoluto.

La femmina è, biologicamente, l'individuo che ha l'ultima parola su tutta la catena opportunità sessualeconsensoapproccio sessualeaccoppiamentogestazionenascitaimprintingcrescita.
Come noto, in Natura nulla si spreca e nulla si risparmia e per ottenere il meglio occorre che il meglio venga messo in campo. Una donna bella, sana, energeticamente nel pieno delle sue dotazioni, non può perdere molto tempo ad attendere che un buon maschio offra quanto di meglio ha da dare. Se lui non si approccia, occorre far si che sia attirato e spronato a farlo.
Da qui le arti attive e passive dell'attrazione sessuale. La bellezza, l'appetitosità e i profumi naturali (feromoni) fanno parte delle arti passive, ma certo non meno efficaci di quelle attive. Queste sono l'aggressività, le richieste dirette.
Se un tempo la femmina non si sarebbe mai azzardata a chiedere esplicitamente, perché il maschio le stava addosso, oggi la figura maschile è "addormentata" e lei cerca di svegliarla a costo di essere pedante o "maschile".

Attenzione! Quanto ho scritto sembra svilire i concetti di amore e tenerezza, complicità e rispetto, condivisione e collaborazione, ma questi sono concetti mentali, spesso sopravvalutati o comunque messi troppo spesso in primo piano rispetto alla sfera animale alla quale, pur bestiale, non è possibile rinunciare.
Quando la bestia sta rischiando di morire, l'unica cosa che le rimane da fare è sovvertire il suo comportamento e le sue dotazioni standard per tentare di sopravvivere.
Come noto, nella formazione di una coppia uomo-donna è necessario che si formi prima la coppia maschio-femmina. Sono ormoni, profumi, energie che si scambiano ancor prima che tra i due scattino quelle sensazioni mentali di cui sopra. E c'è una precisa ragione per cui ciò avviene.
Ognuno di noi, maschio o femmina, è unico ed emette codici sessuali unici. Ma riceve anche tanti codici sessuali e solo per pochi di essi si hanno le password di accesso/attivazione. Quando chiave e serratura si accoppiano, scatta quello che chiamiamo infatuazione, amore, desiderio, bramosia, etc. È in quei momenti che non si capisce nulla, che si perde il controllo, che si è attratti diabolicamente dall'altro ed è giusto che sia così. La mente viene messa da parte e si entra nella beatitudine dell'incoscienza, dei sensi, del sesso più bello, appagante, ma...
...c'è un ma.
Non si può rimanere in quello stato per troppo tempo, altrimenti ci si trasforma in prede, attaccabili, vulnerabili. Deve tornare il controllo della situazione. Negli animali tutto è demandato alla rapidità dell'atto, per cui tutto si circoscrive a quel minuto o due di rapporto.
Nell'uomo torna in campo la mente sotto forma di coccole vigili, di tenerezze accorte, di amore conscio.
Che bello aver scritto tutto questo; poca roba d'accordo, ma affascinante.
Ah, visto che siamo in tema di femmine e maschi, credo di aver capito il perché una donna talvolta nasconde il seno ed altre volte lo mostra decisamente.
Le mammelle sono l'immagine stessa della femmina, ma non l'unica immagine della donna. La donna è ben di più della sola femmina e talora vuole ben scindere la femmina in se' dalla donna in se'. Quando non vuole che si confonda la femmina con la donna, copre il suo seno. E' come se dicesse "Guardami come donna, come essere pensante razionale, io non sono solo emozione, sono anche un cervello sofisticato e generoso. Rispettami come se fossi un uomo!"
Quando vuole che si capisca bene la sua natura femminile - e vuole che lo capisca chi lei ha scelto - allora mostra il seno o ne sottolinea le forme. La ragione lascia spazio all'istinto.
Opere d'arte che viaggiano in questo mondo, le ragazze.
Solo pochi occhi sanno cogliere la ragione di tanta speranzosa bellezza.

Vedi anche:

La grande bugia: mentire a se stessi.

La grande bugia

Perla saggia:
Le terapie, come le bugie, hanno le gambe corte.
Giorgio Beltrammi

«E adesso che lo so... cosa faccio?»
È la domanda che si fanno tutti quelli che partecipano alle serate divulgative che ho svolto e che continuerò a svolgere.
È difficile rispondersi e, dall'esterno, impossibile dare una risposta, perché l'esperienza della malattia, e quindi della vita, è unica.

Come si fa a dire ad una persona: «Fai questo e non fare quello!» sapendo che è quello che farebbe chi lo dice e non chi lo ascolta?
Come fai a sapere quali sono le convinzioni della persona, le cose che non vuole dire, quelle che vorrebbe dire ma si vergogna a dire, quello su cui sta mentendo e quello che ingigantisce o sminuisce?
Come si fa, oggettivamente, a separare il corpo della persona dalla sua storia, dalle sue esperienze, dalle sue delusioni, dalle sue gioie, dalle sue conquiste e dalle sue sconfitte, dalla sua famiglia, dal suo lavoro, dalle sue ricchezze e dalle sue miserie. Come si fa ad intrufolarsi impunemente nelle sue schifezze, nei suoi lati oscuri, nelle sue depravazioni ed anche potendolo fare, come si riesce a rimanerne distaccati ma al contempo esserne partecipi?

Io credo che l'unica strada che, oggettivamente, si può percorrere è quella informativa, dove ogni singola pietra che la compone è una informazione. Rimane poi compito della persona, decidere se mettere i piedi su una pietra invece che su un'altra. Ed è un compito difficile.
Ancor prima dell'applicare una qualsiasi cura, di quelle disponibili, la persona è chiamata ad applicare la propria responsabilità, ovvero l'essere di fatto responsabile del proprio corpo.
Guardate che è una cosa veramente difficile. Io credo la più difficile. Specialmente dopo che per molti secoli si è stati convinti che debba essere il medico l'unico vero responsabile della salute dei suoi assistiti.
Ma non è così.

L'unico, vero, genuino responsabile della propria salute è la singola persona; l'unica in grado di dire cosa è successo davvero alla propria vita.
Guardate che ci sono persone che dalla propria malattia ottengono dei vantaggi (vedi diversi malati cronici che usano la propria ingigantita sofferenza per essere coccolati, o tenere in pugno la famiglia o singoli componenti di essa). È proprio in questi casi che si capisce che la malattia ha un senso e una sua utilità.

C'è chi vuole davvero guarire e chi non vuole farlo; come si fa a capire chi è l'uno o l'altro? E anche avendo capito chi non vuole guarire e chi vuole farlo, chi sei per dire «Fai questo e non quello»?

Molte persone mentono non solo al proprio medico - cosa grave - ma soprattutto e per primo a se stesse - fatto ancor più grave ma comunque non giudicabile o criticabile - e la Natura contrappone alla menzogna di una finta salute, la verità semplice e cruda della malattia.
Già, la malattia!
La stupida, tremenda, inutile, ingiusta malattia.
Tremenda certo. Ma certo non stupida, ne' inutile. Il concetto di giustizia è mentale ed è umano.

La malattia, in sintesi, è una domanda molto chiara e importante.
Ti chiede se stai mentendo, non agli altri, ma a te stesso.
Ti chiede se stai frodando, non gli altri, ma te stesso. Se stai millantando la tua salute. Se stai falsificando o rubando l'unico vero gioiello che possiedi: la tua vita.
Le cure esterne, a cui vanno riconosciuti piccoli risultati, per altro di breve durata, non servono a nulla. Ma non perché Big Pharma è cattiva o complottista, no. Ma perché un farmaco non può curare la vita di una persona. Può certo modificare il corpo, ma è altrettanto certo che non può cambiare i meccanismi famigliari, gli stress lavorativi, le rinunce, i soprusi, le aspettative amare, i sogni infranti, le paure, l'autodisistima, ecc., ecc., ecc.

Una persona incapace di rispondere a sè stessa di sè stessa (responsabilità = abilità al rispondere), difficilmente otterrà risultati evidenti e duraturi dalle terapie che assume, specie per le "malattie" più gravi, che lo sono non solo perché comportano il pericolo di morte, ma perché proprio cercano di coprire drammaticamente una bugia, una azione malevole (il termine "malattia" deriva da mala actio= azione malevole, ma anche da malo habitus= abitudine malevole) di grandi dimensioni, incompatibili con il corpo e con la vita.

Quindi, cosa devi fare?
Essere totalmente, incondizionatamente sincero/a con te stesso/a e con il tuo corpo e non è facile, anzi, è moooolto difficile.
Fatto questo saprai autonomamente cosa fare e sarà il meglio per te.

Buon lavoro :-)

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sabato 10 novembre 2018

Smartphones, social ecc. Non siamo già più esseri umani!


Smartphones, social e tutto il resto. La fine dell’umanità così come è sempre stata.
3 novembre 2018 Andrea Bizzocchi
Ho sempre avuto una istintiva repulsione, o come minimo diffidenza, nei confronti della tecnologia. Ovviamente la tecnologia presenta, come qualunque altra cosa al mondo, una commistione di caratteri sia negativi che positivi. Ma presenta anche delle caratteristiche ben precise: ad esempio la tecnologia non è tanto l’oggetto tecnologico che ha prodotto, quanto un certo tipo di mentalità e una certa “visione della vita” che quell’oggetto sono arrivati a concepire. Per dire: i popoli della natura non si sono mai sviluppati da un punto di vista tecnico-tecnologico non perché non avessero sufficienti capacità intellettive, ma semplicemente perché l’idea di progresso/sviluppo era del tutto alieno ad una mentalità che viveva “nel tempo” (e non del tempo) e nel “Tutto” (generalizzando, l’unione simbiotica con la Natura e il cosmo, la capacità di immedesimarsi in un animale, in una foglia che cade, in un fiume che scorre, eccetera). Più semplicemente questi popoli “freddi” (come li chiamava Levy Strauss) non hanno mai avuto smanie di “progresso” di alcun genere (tanto meno tecnologico) perché stavano bene così come stavano. A differenza nostra, che ci “agitiamo” a progredire e svilupparci proprio perché non stiamo bene.
Ma veniamo a noi. Ho scritto queste poche righe qualche mese fa seduto su una panca del terminal GreyHound di Port Autorithy (Newark) dopo aver passato quasi due giorni per aeroporti (Bologna, Parigi, Atlanta, Orlando, New York). Ovunque ho visto solo persone a testa bassa smanettare sul loro smartphone; e nessuno, dico nessuno, ridere/scherzare/giocare/parlare con il proprio compagno, con il proprio figlio, con l’amico o con lo sconosciuto vicino di sedia (che una volta era cosa assolutamente normale). Eppure ancora solo dieci anni addietro le cose stavano diversamente, e quando ho cominciato a viaggiare da solo per il mondo (una trentina d’anni fa, che non sono pochi ma non sono nemmeno un’altra era geologica) il viaggio era la quintessenza del conoscere persone e dell’intessere relazioni. Anzi, direi che si viaggiava soprattutto per questo. Ma oramai è così ovunque e la sostanza del discorso è che questi aggeggi che si sono impossessati delle nostre vite (unitamente a tutto il resto è ovvio), sono un formidabile strumento di distruzione del tessuto sociale e di rapporti. 
E una società che piuttosto che delle molteplici e drammatiche realtà che sta vivendo a diversi livelli si preoccupa del numero dei like della pizza che sta mangiando e condivide in tempo reale su qualche social, è una società che ha poche speranze di combinare qualcosa di buono. Ed è anche una società in cui cooperazione, mutuo aiuto, condivisione, senso di solidarietà, eccetera, scompaiono progressivamente. Perché i valori (si fa per dire) diventano altri.
Che fare? Non credo ci siano soluzioni perché le operazioni di ingegneria sociale (cioè di trasformazione della società dirette dall’alto) sono molteplici e portate avanti in maniera scientifica e impercettibile (vedi tra le altre cose la distruzione della famiglia tradizionale, promozione di genderismo e gravidanze via uteri in affitto, ecc).
Siamo tutti in riprogrammazione e non ce ne rendiamo conto. Siamo, antropologicamente parlando, in una fase di transizione che ci scaricherà direttamente nel postumano. Eppure pochi paiono capirlo. Antropologicamente parlando, non siamo già più esseri umani, che ci piaccia o meno ammetterlo. Qui non si tratta di “salvare l’uomo”, ma di vivere con dignità e semmai di non essere complici di coloro che “l’uomo” lo stanno distruggendo.
Mi sento solo di dire: rendiamoci conto di dove, come umanità, stiamo andando, e mettiamo giù questi strumenti, non usiamoli o quantomeno il meno possibile. La realtà, la vita, l’amore e il cuore, che sono ciò di cui abbiamo bisogno per vivere bene, stanno da un’altra parte. Torniamo alla nostra umanità, che sarà pure molto imperfetta ma che nel suo farci ridere e piangere, gioire e soffrire, amare e a volte anche “odiare”, è pur sempre reale e soprattutto ci fa sentire ed essere “vivi” e non morti come quegli oggetti tecnologici con cui ci relazioniamo costantemente (anche qui si fa per dire. Non ci si può relazionare con qualcosa di morto). 
Perché come “a stare con lo zoppo si impara a zoppicare”, a relazionarsi con ciò che è morto ci si spegne e poi si muore. Anche se si è “vivi”.

mercoledì 7 novembre 2018

Questo mondo non è frutto di una tua scelta, hai il diritto di opporti, ma…


Questo mondo non è frutto di una tua scelta, hai il diritto di opporti e di cambiarlo, ma se non lo “fai” allora si avrai fatto una scelta, lo avrai scelto tu.

Nessun, dico nessuno, essere umano vorrebbe un mondo come quello in cui ti trovi, ti hanno dato l’illusione di aver scelto qualcosa, ma percepisci bene che era un inganno visti i risultati, ora considerato che tu hai dei diritti fondamentali, almeno così ti dicono mentre in realtà sono falsi anche quelli, hai(se no te lo prendi) il pieno diritto ad opporti ad esso e cambiarlo, la scusa del “non si può far niente” lasciala agli incapaci.
Marcello Salas

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