venerdì 18 dicembre 2015

Disintossicazione graduale dagli psicofarmaci (metodo Bisanti)

DISINTOSSICAZIONE GRADUALE DAGLI PSICOFARMACI COL METODO BISANTI
LETTERA
SCONFIGGERE LA DIPENDENZA E L'ASSUEFAZIONE AGLI PSICOFARMACI
Ciao Valdo! Qualche giorno fa il grande Pietro Bisanti ha pubblicato una tesina che potrebbe interessare tutti coloro che stanno assumendo psicofarmaci e vorrebbero uscire dal tunnel della dipendenza. Egli spiega in dettaglio in quale modo deve avvenire lo scalaggio graduale dei farmaci elaborando una sorta di piano d'attacco globale per riportare il corpo in salute e tornare finalmente alla vita vera. (http://pietrobisanti.blogspot.it/2015/12/come-ci-si-disintossica-dagli.html)
Ne approfitto anche per segnalare una interessante intervista su youtube, rilasciata sempre da Pietro Bisanti, dal titolo: Suicidi ed omicidi indotti dagli psicofarmaci? (https://www.youtube.com/watch?v=IhhSqkzGIJs). Con stima ed affetto.
Elena

*****

DAL SITO "ALIMENTAZIONE E SALUTE" DEL DR PIETRO BISANTI (Sintesi e sottotitoli di VV)
Nutrizione vegana e principi di igienismo naturale, per vedere finalmente il mondo per quello che è e non come vogliono farlo apparire! Il blog di elezione riguardo il mondo della psichiatria e degli psicofarmaci. Per contatti: pbisant@hotmail.com

LA PSICHIATRIA MODERNA VISTA CON GLI OCCHI DI UN CARABINIERE
Psichiatri e psicofarmaci finalmente messi a nudo per quello che sono. L'unico libro in Italia che vi dice con chiarezza cosa essi siano veramente. L'unico a dirvi come liberarsi da queste droghe legalizzate e come ricominciare a vivere. Tutto questo attraverso un sano regime alimentare. Psicofarmaci durante la guida, psicofarmaci in uso e abuso presso bambini ed anziani. Tanto e tanto da leggere. Una vera bibbia del settore. Un libro assolutamente da non perdere. Un testo che sta aiutando migliaia di persone ad uscire dalla dipendenza degli psicofarmaci. Ordinazioni direttamente a pbisant@homail.com.

LA CONSAPEVOLEZZA COME ARMA VINCENTE
Battiamoci per un mondo senza psicofarmaci, dove i disagi di natura psichiatrica vengono investigati attraverso l'analisi delle cause organiche e psicologiche del singolo individuo, e non attraverso la somministrazione coatta di vere e proprie droghe legalizzate. Invia la tua storia a pbisant@hotmail.com. Si precisa che è ammessa la divulgazione di tutti i contenuti di questo blog con perentoria citazione della fonte.

PIETRO BISANTI - MILANO- ITALIA, PUNTO DI RIFERIMENTO MONDIALE
L'intento di questo blog non è fornire indicazioni di natura medica, bensì quelle informazioni che possono essere utilizzate per effettuare delle scelte personali e consapevoli, soprattutto in ambito psichiatrico (The aim of this blog is not to provide medical diagnosis or any form of treatment. All the information contained can be used to address your own choices towards a superior and better well-being, with particular attention to the psychiatric field).

COME CI SI DISINTOSSICA DAGLI PSICOFARMACI PASSO DOPO PASSO
Ricevo ogni giorno sempre più richieste di un piano d'attacco per riportare il corpo in salute dopo anni e anni di insulti farmacologici, e ho quindi deciso di prepararlo. Come dico sempre, non sono un medico, non faccio diagnosi, non curo nessuno né prescrivo alcunché, e ben me ne guardo dal farlo, essendo io stesso un autentico sostenitore della capacità autoguaritiva del corpo umano, allorquando gliene venga data la possibilità. Quindi, ciò che mi accingo a scrivere non è un consiglio di carattere medico, bensì il succo di anni e anni di studi e di esperienze come ricercatore indipendente. In pratica, quello che farei io se mi trovassi in una situazione similare.

PRIMO CONCETTO: ELIMINAZIONE GRADUALE
Gli psicofarmaci non vanno mai eliminati di botto, se non nel caso in cui siano stati presi per periodi di tempo bassi o relativamente bassi. Nella mia esperienza, ho visto persone eliminare di colpo psicofarmaci presi anche per otto mesi senza incorrere in notevoli effetti di dismissione, anche se ognuno è un caso a parte. In generale, consiglio sempre uno scalaggio graduale del 10% al mese. Questo significa che, se assumo 10 gocce di Xanax, ne toglierò una al mese: il primo mese ne assumo 9, il secondo 8 e così via. Non è sempre facile graduare lo scalaggio di un farmaco, quindi cercate sempre di passare alla versione a gocce se disponibile. In caso contrario, munitevi di un bilancino, pesate la compressa, aprite la pastiglia e contate i granuli, insomma, utilizzate l'ingegno. Non serve rigidità totale (anche se si scala del 15% al mese non succede nulla di diverso), ma cercate comunque di essere attenti e costanti.

SECONDO CONCETTO: IL RIEQUILIBRIO PUÒ RICHIEDERE TEMPI LUNGHI
Smettiamola di pensare che l'emivita di un farmaco, cioè il tempo che il suddetto rimane nell'organismo prima di essere espulso, sia l'unico fattore da tenere in considerazione per affermare che non si hanno più psicofarmaci nel corpo. Gli psicofarmaci, anche se materialmente espulsi, hanno comunque costretto il vostro sistema nervoso a camminare in una modalità anomala e fuori bilanciamento. Riequilibrarsi significa a volte impiegare anni.

TERZO CONCETTO: SCALARE I FARMACI SIGNIFICA SUBIRE ONDATE ELIMINATIVE
Per stare meglio bisogna prima stare peggio, e a volte molto peggio. Il corpo si disintossica a ondate, mediante delle crisi che vanno accolte come benefiche. Passeranno, ma bisogna imparare a non averne paura. So che è più facile a dirsi che a farsi. La dismissione da psicofarmaci può portare persino a ideazioni violente, incluso suicidio ed omicidio. Prestare dunque massima attenzione in questa fase. Specialmente all'inizio non lasciare mai solo chi sta scalando. Continuare a chiedere all'interessato se manifesti o meno pensieri di morte.

QUARTO CONCETTO: LA TESTA NON È MAI SCOLLEGATA DAL CORPO
Siamo una macchina fatta di carne e di sangue. Smettiamola di pensare che la testa sia una cosa scollegata. La maggior parte dei problemi mentali deriva da uno stile di vita orripilante protratto nel tempo. Fattori decisivi risultano essere vaccini, farmaci, integratori ed alimenti. Tutto questo va riequilibrato. Poi, se volete, potrete anche sdraiarvi sul lettino dello psicologo, ma da lucidi. Non serve a nulla fare psicoterapia sotto l'influenza di una droga legale. Provate a chiedere come sta un eroinomane mentre è sotto l'influenza dell'eroina: vi dirà che sta benissimo!

QUINTO CONCETTO: L'AUTOGUARIGIONE PORTA A RISULTATI SICURI MA SERVE PAZIENZA
Seguendo la strada corretta dell'autoguarigione, i risultati arriveranno, ma non quando lo decidete voi. La calma e la pazienza sono la virtù dei forti.

SESTO CONCETTO: BERE DI PIÙ IN FASE DISINTOSSICATIVA
Cercare di bere di più per agevolare il corpo nelle operazioni di disintossicazione. Questo vale solo durante il periodo di assestamento. Poi si berrà con modalità naturali, ossia solo se si avrà lo stimolo.

SETTIMO CONCETTO: MAI DIGIUNARE DURANTE LO SCALAGGIO DEI FARMACI

giovedì 17 dicembre 2015

Superare l’ansia e gli attacchi di panico

Superare l’ansia e gli attacchi di panico
by Enrico Maria Secci
L’ansia è senza dubbio il disturbo psicologico più diffuso. Secondo le statistiche, colpirebbe oltre 8,5 milioni italiani ed è responsabile del consumo crescente di farmaci psicoattivi, non solo nel nostro Paese.

Nel linguaggio comune la parola ansia individua un generico, ma pervasivo, stato di agitazione, di preoccupazione e di paura connotato da sintomi fisici di varia intensità. Tali sintomi irrompono all’improvviso e possono perdurare per ore, o manifestarsi con crisi acute, brevi e ripetute, sempre senza apparente ragione.
Da un punto di vista clinico, l’ansia individua una famiglia di disturbi: l’ansia generalizzata, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, l’ipocondria, le fobie specifiche ed è parte di altri quadri diagnostici come il disturbo post-traumatico da stress e la depressione.
Non è difficile capire quanto, per chi la viva, l’ansia possa apparire come un enigma angoscioso e, diventi in molti casi, motivo di vergogna, di ritiro sociale e di abbattimento, tale da compromettere significativamente la libertà di scegliere, la capacità di vivere il presente e la speranza nel futuro, che sono le qualità più sane di un’identità sana e integrata.
I sintomi prevalenti. Vediamo alcuni sintomi tipici della sindrome ansiosa tratti dal DSM, il manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali:
·         Tachicardia, palpitazioni, dolori al centro del torace, cali di pressione, polso irregolare.
·         Senso di costrizione e oppressione al petto, difficoltà respiratorie, sensazione di soffocamento.
·         Cefalea, vertigini, aumento della sudorazione, vampate oppure pallore, riduzione della salivazione.
·         Difficoltà digestive, mancanza di appetito, nausea, vomito, diarrea
·         Ronzii alle orecchie, visione confusa, vampate, dolori localizzati privi di evidenti cause organiche.
·         Aumento della frequenza urinaria, disturbi del ciclo mestruale e del desiderio sessuale.
·         Insonnia con difficoltà ad addormentarsi o sonno interrotto da incubi, riduzione della capacità di memoria e di concentrazione.
·         Ronzii alle orecchie, visione confusa, vampate, dolori localizzati privi di evidenti cause organiche.
·         Indolenzimenti e contratture muscolari, tendenza a serrare i denti sia durante il giorno (digrignamento) sia durante la notte (bruxismo) e voce tremante.
Ma i meccanismi responsabili del mantenimento e del peggioramento dell’ansia nelle sue diverse declinazioni sono di natura psicologica e riguardano la preoccupazione costante o ricorrente, ingiustificata o per motivi futili, il pessimismo, l’irritabilità e l’incapacità di rilassarsi.
Fattori a cui si aggiunge il disorientamento emotivo, dato dalla difficoltà di comprendere che le reazioni somatiche potrebbero rappresentare il riflesso di circostanze, di scelte o di traumi, pregressi e attuali.

L’ansia di avere l’ansia. In molti casi, l’ansia si configura come una reazione fisiologica del sistema corpo-mente-mondo a cui la persona risponde in modo patologico e “patologizzante”.
Per usare una metafora, chi soffre d’ansia si comporta come qualcuno che, suo malgrado o per trascuratezza, venga svegliato nel cuore nella notte dall’allarme per una fuga di gas nel suo appartamento e, nonostante il forte puzzo potenzialmente esplosivo, anziché scappare o attrezzarsi per riparare prontamente alla dispersione venefica, si ostini a interrompere il suono fastidioso e spaventoso della sirena.

Rompere il sistema d’allarme invece che mettersi al riparo. Allo stesso modo, le persone patologicamente ansiose, finiscono per volere a tutti i costi e al più presto possibile, arrestare l’allarme che le assorda, ma, nell’urgenza del sintomo, trascurano di risalire, in fretta e responsabilmente, ai comportamenti, alle relazioni, all’essenza stessa della visione di sé, degli altri e del mondo, alla base di questo naturale meccanismo psichico chiamato “ansia”.
Quindi, una parte significativa della psicoterapia dell’ansia e dei disturbi correlati all’ansia, consiste paradossalmente nell’aiutare il paziente a riconoscere che la “sua ansia di avere l’ansia” costituisce il vero problema, qui ed ora. Si tratta di aiutare la persona, nel minor numero di sedute possibile, a concentrasi sul sintomo e riconoscere “paura del sintomo” come motrice stessa della patologia, in modo da acquisire quel contatto con le proprie emozioni e con la propria esistenza, andati perduti o disgregati a causa di eventi provanti, attuali e non.
Uno degli ostacoli alla psicoterapia dell’ansia, non è il disturbo in se stesso ma la percezione di gravità e d’urgenza presentate dal paziente cronico, che, molto spesso, tende a “collezionare” medici e psicoterapeuti, a sovrapporre consulenze, farmaci e trattamenti, senza rendersi conto che, così facendo, si agisce e  si peggiora il sintomo.
Accade che la persona svaluti i miglioramenti, li dimentichi e li minimizzi nella frenesia di “guarire” indubitabilmente per sempre, magari in una singola consulenza o con un po’ di gocce …
Senza comprendere, se non a un certo punto, che saprà guarire come desidera, solo quando asseconderà l’idea che ha bisogno di fermarsi, di interrompere prima di tutto “l’ansia di avere l’ansia”, di smettere di cercare “soluzioni facili” e continue rassicurazioni, e da qui in poi, seguire con fiducia una terapia. Niente è  più terapeutico nei casi d’ansia, che calarsi nell’ansia stessa, se necessario, con l’aiuto di uno psicoterapeuta e, un po’ alla volta, rompere gli schemi mentali che la alimentano.

Al di là dell’ansia di avere l’ansia, si profilano nodi e questioni legati al sintomo ansioso in se stesso, probabili nuclei del problema e della terapia in tempi brevi:
- infelicità/stallo o cambiamenti traumatici nelle sfera familiare;
- infelicità /stallo o cambiamenti traumatici nelle sfera sentimentale;
- infelicità /stallo o cambiamenti traumatici nell’ambito professionale;
- disturbi nell’area dell’affettività e della sessualità.
La buona notizia è che l’ansia, proprio perché molto diffusa, è uno dei problemi psicologici più studiati e più “facili” da affrontare in psicoterapia.

Grazie a Internet, è agevole trovare un terapeuta nella propria città o zona di residenza a cui rivolgersi con fiducia per risolvere, prima di tutto, “l’ansia di avere l’ansia” e poi contrastare, con consapevolezza, l’ansia vera e propria per cambiare positivamente la propria esistenza e viverla, finalmente, appieno, al di là del sintomo …
Enrico Maria Secci, Blog Therapy

domenica 13 dicembre 2015

Tutto quello che pensate delle tossicodipendenze è FALSO”

Tutto quello che pensate delle tossicodipendenze è FALSO”

Nel capitolo del libro INGANNATI che parla della Marijuana ho indicati numerosi motivi per cui questa pianta, vero dono di Dio all’umanità, dovrebbe essere reintrodotta e riabilitata per i numerosi usi che se ne possono fare: a livello terapeutico, alimentare ed anche industriale.
E se esiste una piccola percentuale di consumatori che ne fa un uso “ricreativo” (cioè, se la fuma, tanto per essere più chiari), inutile la proibizione: sia perchè non risultano essere registrati casi di morte a seguito dell’uso della cannabis, ma soprattutto perchè, da un punto di vista puramente economico (valutazione dei pro e dei contro) il proibizionismo, semplicemente, non funziona. Anzi, direi quasi che è un incentivo: forse non all’uso, sicuramente alla proliferazione di una fiorente attività criminale che trae enormi utili da  un commercio che potrebbe, se nn fosse illegale, essere di gran lunga inferiore.

Sono stato molto contento pertanto di trovare questa testimonianza su Ted.com (“Ideas worth spreading”: “idee che vale la pena di divulgare”) che dice la stessa cosa, con intelligenti osservazioni derivate anche da esperimenti scientifici.
Copio e incollo sotto il testo integrale. Buon ascolto.
https://www.ted.com/talks/johann_hari_everything_you_think_you_know_about_addiction_is_wrong?language=it
Tutto quello che pensate di delle tossicodipendenze è FALSO - video su youtube
Translated by Valentina Buda
Reviewed by Carlo Floris

00:11 In uno dei miei primi ricordi cerco di svegliare un parente senza riuscirci. Ero solo un bambino, quindi non capivo perché ma da grande ho capito che in famiglia c’era un problema di tossicodipendenza, inclusa quella successiva da cocaina.

00:24 Ci ho pensato molto ultimamente, anche perché ricorre il centenario da quando abbiamo iniziato a bandire le droghe in America e Inghilterra per poi imporre quel divieto al resto del mondo. È il centenario di quando abbiamo preso questa decisione fatale di prendere i drogati, punirli e farli soffrire, perché credevamo che questo li avrebbe incentivati a smettere.

00:47 Qualche anno fa guardavo alcuni drogati che amo e sono nella mia vita, e cercavo di capire se c’era un modo per aiutarli. Ho realizzato che c’erano moltissime domande fondamentali a cui non sapevo rispondere, tipo: qual è la causa della dipendenza? Perché continuiamo con questo approccio che sembra non funzionare? Potremmo provare qualcosa di meglio?

01:09 Ho letto un sacco sull’argomento senza trovare le risposte che cercavo, quindi ho pensato: “Ok, incontrerò persone di tutto il mondo che ci sono passate e che hanno studiato l’argomento, per parlarci, e vedere se possono insegnarmi qualcosa. All’inizio non pensavo che avrei fatto più di 50.000 km ma alla fine ho incontrato un sacco di gente diversa: da uno spacciatore di crack transgender di Brownsville, Brooklyn a uno scienziato che ha passato molto tempo a dare allucinogeni alle manguste per vedere apprezzavano — pare che apprezzino, in circostanze molto specifiche — fino all’unica nazione che ha decriminalizzato tutte le droghe dalla cannabis al crack: il Portogallo. Quello che ho realizzato e che mi ha sconvolto è che quasi tutto ciò che pensiamo di sapere sulla dipendenza è sbagliato, e se iniziamo ad accettare la realtà della dipendenza penso che dovremo cambiare molto più delle leggi sulle droghe.

01:57 Ma iniziamo da quello che pensiamo di sapere, che io pensavo di sapere. Pensiamo a questa fila centrale. Immaginate di assumere eroina per 20 giorni, 3 volte al giorno. Alcuni sembrano più entusiasti di altri all’idea. (Risate) Tranquilli, è solo un esperimento mentale. Immaginate di farlo, ok? Cosa succederebbe?Ci hanno raccontato per un secolo una storia su quello che succederebbe. Poiché nell’eroina ci sono delle sostanze chimiche che creano dipendenza, pensiamo che, prendendola per un po’, il nostro corpo ne diventerà dipendente, ne avrà fisicamente bisogno e alla fine di quei 20 giorni sarete tutti eroinodipendenti, giusto? Questo è quello che pensavo.

02:33 Ho cominciato a dubitare di questa storia quando me l’hanno spiegata. Se alla fine di questo intervento venissi investito e mi rompessi un’anca, sarei portato in ospedale, dove mi darebbero un sacco di diamorfina. La diamorfina è eroina. Eroina migliore di quella che si compra per strada, perché la roba che vende uno spacciatore è contaminata. In realtà di eroina ce n’è molto poca, mentre quella roba del medico è pura. Supponiamo di assumerla per un periodo abbastanza lungo. C’è un sacco di gente qui, forse non lo sapete, ma avete assunto molta eroina. E succede anche a chiunque ci stia guardando, ovunque nel mondo. E se quello che crediamo è vero — quelle persone sono esposte a sostanze che creano dipendenza — cosa succederebbe? Dovrebbero diventare dei drogati. È stato studiato molto attentamente, e non succede: quando vostra nonna è stata operata all’anca non si è trasformata in una tossica. (Risate)

03:24 Quando l’ho scoperto mi è sembrato stranissimo, l’opposto di tutto quello che mi dicevano, che credevo di sapere, non ci credevo, finché non incontrai Bruce Alexander, un professore di psicologia di Vancouverche ha fatto un esperimento incredibile e credo possa davvero aiutarci a capire la questione. Il professor Alexander mi ha spiegato che l’idea, la storia che abbiamo in testa sulla dipendenza deriva in parte da una serie di esperimenti fatti all’inizio del XX secolo. Sono esperimenti semplici, potete farli a casa stasera se vi sentite un po’ sadici. Prendete un ratto, lo mettete in gabbia e gli date due bottiglie d’acqua. Una è solo acqua, l’altra è acqua addizionata con eroina o cocaina. Il ratto preferirà quasi sempre l’acqua drogata e quasi sempre si ucciderà piuttosto rapidamente. Ecco, questo è come pensiamo che funzioni. Negli anni ’70 il prof. Alexander guardò questi esperimenti e notò qualcosa. E disse: “Ah, noi mettiamo il ratto in una gabbia vuota, non ha niente da fare a parte drogarsi. Proviamo qualcosa di diverso”. Quindi costruì una gabbia che chiamò “Rat Park” e che è sostanzialmente il paradiso dei ratti. Un sacco di formaggio, palline colorate, tantissimi tunnel. Cosa fondamentale, avevano tanti amici. Potevano fare sesso a volontà. E avevano anche le due bottiglie di acqua normale e acqua drogata. Ecco la cosa affascinante: nel Rat Park, ai ratti non piace l’acqua drogata. Non la usano quasi mai. Nessuno di loro la usa compulsivamente. Nessuno di loro va in overdose. Si va da un 100% di overdose quando sono isolati a uno 0% quando vivono delle vite felici e connesse.

04:58 Quando vide tutto questo il prof. Alexander pensò: “Forse questo vale per i ratti, che sono abbastanza diversi da noi”. — Forse non tanto diversi quanto vorremmo ma insomma… — Fortunatamente c’era anche un esperimento umano, con lo stesso identico principio nello stesso identico momento. Si chiamava Guerra del Vietnam. In Vietnam il 20% delle truppe americane usavano un sacco di eroina, e se guardate le notizie dell’epoca, negli USA erano preoccupati perché pensavano: “Mio Dio, avremo centinaia di migliaia di tossici per le strade degli Stati Uniti quando la guerra finirà”. Aveva senso. Questi soldati, che facevano uso di eroina, vennero seguiti a casa. Gli Archivi di Psichiatria Generale fecero uno studio dettagliato e cosa successe a questi soldati? Non andarono in riabilitazione né in astinenza. Il 95% di loro aveva semplicemente smesso. Se si crede alla storia delle sostanze che creano dipendenza questo non ha assolutamente senso ma il prof. Alexander pensò che poteva esserci una storia diversa sulla dipendenza. E se la dipendenza non fosse determinata da quelle sostanze? Se dipendesse dalle nostre gabbie? E se la dipendenza fosse un adattamento all’ambiente che ci circonda? Nei Paesi Bassi

giovedì 10 dicembre 2015

Come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula di Bruce H. Lipton

Come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula di Bruce H. Lipton

Durante il periodo in cui Bruce Lipton lavorava come ricercatore e professore alla scuola di medicina, fece una sorprendente scoperta sui meccanismi biologici attraverso i quali le cellule ricevono ed elaborano le informazioni: infatti, piuttosto che controllarci, i nostri geni sono controllati, sono sotto il controllo di influenze ambientali al di fuori delle cellule, inclusi i pensieri e le nostre credenze. Questo prova che non siamo degli “automi genetici” vittimizzati dalle eredità biologiche dei nostri antenati.

Siamo, invece, i co-creatori della nostra vita e della nostra biologia.
Lipton descrive questa nuova scienza, chiamata epigenetica, nel suo libro “Biologia delle Credenze: Liberare il Potere della Consapevolezza, della Materia e dei Miracoli“, pieno di citazioni e riferimenti di altri scienziati che conducono, in tale campo, ricerche all’avanguardia, questo libro potrebbe, letteralmente, cambiare la vostra vita al suo livello più fondamentale.

Fino alla scoperta dell’epigenetica, si credeva che il nucleo di una cellula, contenente il DNA, fosse il “cervello” della cellula stessa, del tutto necessario per il suo funzionamento. Di fatto, come hanno scoperto Lipton ed altri, le cellule possono vivere e funzionare molto bene anche dopo che i loro nuclei siano stati asportati. Il vero “cervello” della cellula è la sua membrana, che reagisce e risponde alle influenze esterne, adattandosi dinamicamente ad un ambiente in perpetuo cambiamento. Che cosa significa questo per noi, quali collezioni di cellule chiamati esseri umani? Man mano che incrociamo le diverse influenze ambientali, siamo noi a suggerire ai nostri geni cosa fare, di solito inconsciamente. I carboidrati ci fanno ingrassare? Sì, se lo crediamo. Saremo amati, avremo successo nel lavoro, saremo ricchi? Se ci crediamo, lo saremo.

Lipton ci mostra anche come Darwin avesse torto. La competizione non è la base dell’evoluzione; non è la sopravvivenza del più forte che ci permette di sopravvivere e prosperare. Al contrario, dice, dovremmo leggere l’opera di Jean-Baptiste de Lamarck, che venne prima di Darwin e dimostrò che la cooperazione e la comunità sono la base della sopravvivenza. Immaginate se ciascuna dei vostri trilioni di cellule decidesse di farcela da sé, di combattere per essere la regina della collina piuttosto che cooperare con le cellule compagne. Per quanto sopravvivereste?

L‘INTERVISTA
Barbara Stahura: La premessa di base della tua ricerca e del tuo libro, La Biologia delle Credenze è che il DNA non controlla la nostra biologia.

Bruce Lipton: Sì. Ho cominciato a studiare questo verso la fine degli anni ’60. Da allora la scienza di frontiera ha iniziato a rivelare tutte le cose che avevo osservato. I biologi che fanno ricerca d’avanguardia sono a conoscenza di ciò che dico nel libro. Il pubblico, però, non ne ha comprensione alcuna perché, o gli arriva in forma abbreviata, o quello che gli viene venduto è la credenza che siamo controllati dai nostri geni, sebbene ciò non sia sostenuto dalla scienza d’avanguardia. Tutto il mio sforzo si è concentrato nel far giungere al mondo l’informazione d’avanguardia. L’orientamento mentale del pubblico è stato programmato secondo la credenza che siamo degli automi genetici, che i geni controllano la nostra vita, che ne siamo vittime, e via di seguito. Il punto, però, è che la scienza di frontiera – quella di cui parlo – si è stabilizzata da almeno 15 anni. È ora che sia portata nel mondo perché è lì che viene usata.

BS: Questa scienza relativamente nuova sulla quale tu scrivi viene chiamata epigenetica. Ci spiegheresti di che cosa si tratta?

BL: L’epigenetica è quella scienza che mostra che i geni non si auto-controllano, ma sono controllati dall’ambiente. Si sa da circa 15 anni, e ora fa finalmente fa capolino da dietro l’angolo. Ti faccio un esempio. La Società Americana per il Cancro ha recentemente pubblicato una statistica che afferma che il 60 per cento dei tumori sono evitabili, cambiando stile di vita e dieta. Quest’informazione proviene da un’organizzazione che ha cercato per circa 50 anni i geni del cancro. E ora se ne viene fuori dicendo: è lo stile di vita, non sono i geni. Ci siamo focalizzati sul cancro come se fosse una questione genetica, ma solo il cinque per cento dei cancri ha una connessione genetica. Il novantacinque per cento dei cancri in effetti non ha nessuna connessione coi geni. La ragione (che ci fa dire che c’è una connessione genetica) è che tale spiegazione è fisica, tangibile, perciò preferiamo lavorare su di essa. E il 95 per cento che ha un cancro e non c’è una connessione genetica? Non è facile fare esperimenti su qualcosa sulla quale non puoi focalizzarti fisicamente.

BS: Così il determinismo genetico – l’idea che siamo controllati dai nostri geni – è inevitabilmente incrinata, come dici nel libro.

BL: Sì.

BS: Hai scritto anche di Jean-Baptiste de Lamarck e della sua teoria dell’evoluzione – che sopravviviamo attraverso la cooperazione, piuttosto che la più recente idea darwiniana di competizione e sopravvivenza dei più forti. Che tutti i nostri trilioni di cellule devono cooperare per mantenere il nostro corpo in perfetto funzionamento, in quanto noi esseri umani non possiamo sopravvivere senza grandissime quantità di cooperazione gli uni con gli altri e con il nostro ambiente.

BL: Immediatamente, appena hai detto cooperazione, stavi violando la teoria darwiniana, che è competizione e lotta. Di fatto, si tratta di un’interpretazione erronea. La nuova scienza ci dice che quella credenza è sbagliata. La credenza di cui hai appena parlato, invece – la natura della cooperazione e della comunità – è in effetti il principio basilare dell’evoluzione.
Nel 1809 Lamarck ha scritto che i problemi che tormenteranno l’umanità verranno dal suo separarsi dalla natura, e ciò condurrà alla distruzione della società. Aveva ragione, perché la sua enfasi sull’evoluzione era che un organismo e l’ambiente creano un’interazione cooperante. Se volete capire il destino di un organismo, dovete capire la sua relazione con il suo ambiente. Poi ha affermato che separarci dal nostro ambiente significa assumere la nostra biologia e tagliarci fuori dalla nostra sorgente. Aveva ragione. E quando arrivi a capire la natura dell’epigenetica, la sua teoria ora ha trovato sostanza. Senza alcun meccanismo che, all’inizio, le desse un senso – e specialmente da quando abbiamo comprato il concetto dei biologi neo-darwiniani che affermano che tutto è controllato geneticamente – Lamarck sembrava stupido. Ma sai cosa? Aveva proprio ragione.

BS: La tua dimostrazione che il “cervello” della cellula non è il DNA ma, bensì, la sua membrana è affascinante. Che significato ha questa scoperta riguardo a ciò che pensiamo di noi stessi e della nostra vita, dal momento che siamo proprio una comunità di cellule?

BL: Se due cellule si uniscono e stanno comunicando, useranno i loro “cervelli” per farlo, giusto? E se dieci cellule si uniscono, useranno i loro cervelli affinché la loro comunicazione reciproca abbia un senso. Quando prendi un insieme di un trilione di cellule, come in un cervello umano, queste opereranno ancora secondo il principio del cervello cellulare. Beh, quando abbiamo comprato l’idea che i geni ed il nucleo formano il cervello della cellula – che ci porta fuoristrada – e la applichi come fosse un principio di neurologia o di neuro-scienza, ti sei già incamminato nella direzione sbagliata. Non puoi arrivare da nessuna parte perché quello non è il cervello della cellula. 

I nostri principi su come funziona l’intelligenza sono stati totalmente sviati. Ecco perché, dopo tanta neuro-scienza, se chiedi a qualcuno: “come funziona, veramente, il cervello?” La risposta sarà: “veramente, non lo sappiamo”.

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