sabato 23 aprile 2016

Non-Lavoro e Rivoluzione

Non-Lavoro e Rivoluzione

di C. Benatti

Il non-lavoro è un modo di fare la rivoluzione? No, di viverla

Stralci da un’intervista di Claudia Benatti a Philippe Godard, saggista francesce, autore di Contro il Lavoro (ediz. Elèuthera), pubblicata dall’ultimo numero del mensile Terra Nuova.

Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioa del saper fare tante attività diverse, e di farle non perché dobbiamo, ma perché ci sembra giusto e necessario (…). La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente al lavoro inteso come produzione di beni destinati a mercati anonimi e sconosciuti, destinati cioè ad alimentare l’economia monetaria.

È stato con l’avvento degli Stati moderni e del capitalismo che gli esseri umani sono stati trasformati nella materia prima destinata a una macchina che trasforma il lavoro in denaro.

L’esaltazione del lavoro presenta per chi ha il potere l’enorme vantaggio ideologico di riunire sotto lo stesso vessillo sfruttatori e sfruttati. Si finisce così per considerare il lavoro come un valore; ma se così è, allora significa che questa società considera anche il processo di produzione-consumo un valore fondamentale, prospettiva di per sé agghiacciante. Peraltro è un giochino che permette di schiacciare le libertà, che si riducono solo a quelle necessarie al valore del lavoro: poter produrre e consumare liberamente. Il lavoro, dunque, è divenuto un modello di società all’interno della quale non ci resta che il consumo.

Il sindacalismo per i diritti del lavoratori? Non libera dal lavoro, vuole semplicemente sostituire il lavoro per i padroni con lavoro collettivo per la comunità in senso astratto.
Tutti, nessuno escluso, negano la possibilità di una cooperazione umana, spontanea e pacifica; il sistema capitalista si adopera per renderla sempre meno realizzabile (…).

Capitalisti, comunisti, persino anarchici, ci hanno sempre raccontato che la tecnica a seconda della direzione che le sarebbe stata data avrebbe potuto essere messa al servizio dell’emancipazione anziché dell’oppressione.

Illusi sono anche i moderni ecologisti soft, che sperano e credono che la tecnologia, sinonimo di miracolosa efficacia, di massima produttività e minimo consumo, possa salvarci dal mondo abbrutito, abbrutente e inquinato. Eppure la storia ci ha insegnato che i balzi tecnologici sono sempre accompagnati da un aumento della pressione sugli essere umani, una maggiore limitazione delle loro libertà, un’accentuazione del dominio e della repressione contro chiunque contesti questi meccanismi. (…) Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.

Quelli che noi consideriamo «selvaggi», dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre i quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, ma nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.

Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione. Di fronte a un input tanto drastico, molti si spaventano. Invece no, non ci si deve spaventare. (…) Possiamo inventarci un’esistenza diversa, dalla quale bandire il lavoro.

Il non-agire è tutto il contrario del non-intervento. Non è un ritirarsi dal mondo, bensì una critica verso qualsiasi azione contro l’ambiente. Non è un modo di fare la rivoluzione, ma di viverla.
Articolo pubblicato sul sito Comune.info

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