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domenica 23 febbraio 2020

Coronavirus, globalismo e instabilità mondiale - L'influenza uccide 1000 volte di più!

L’influenza stagionale uccide 1.000 volte più del coronavirus

Se il coronavirus si rivela grave, poiché al momento non sembra esserlo, molte economie potrebbero essere influenzate negativamente. La Cina è la fonte di molte parti fornite ai produttori di altri paesi e la Cina è la fonte dei prodotti finiti di molte aziende statunitensi come Apple. Se non è possibile effettuare spedizioni, le vendite e la produzione al di fuori della Cina ne risentono. Senza entrate, i dipendenti non possono essere pagati. A differenza della crisi finanziaria del 2008, si tratterebbe di una crisi di disoccupazione e di un fallimento delle grandi società manifatturiere e commerciali. Questo è il pericolo a cui il globalismo ci rende vulnerabili.

Se le società statunitensi producessero negli Stati Uniti i prodotti che commercializzano negli Stati Uniti e nel mondo, un’epidemia in Cina influenzerebbe solo le loro vendite cinesi, non minaccerebbe i ricavi delle società. Le persone sconsiderate che hanno costruito il “globalismo” hanno trascurato che l’interdipendenza è pericolosa e può avere enormi conseguenze indesiderate. Con o senza un’epidemia, le forniture possono essere tagliate per una serie di motivi. Ad esempio, scioperi, instabilità politica, catastrofi naturali, sanzioni e altre ostilità come guerre e così via.
Chiaramente, questi pericoli per il sistema non sono giustificati dal minor costo del lavoro e dalle conseguenti plusvalenze per gli azionisti e bonus per i dirigenti aziendali. Solo l’uno per cento beneficia del globalismo. Il globalismo è stato costruito da persone motivate dall’avidità a breve termine. Nessuna delle promesse del globalismo è stata mantenuta: il globalismo è un errore enorme. Tuttavia, quasi ovunque i leader politici e gli economisti sono protettivi nei confronti del globalismo. Questo per quanto riguarda l’intelligenza umana. A questo punto, è difficile comprendere l’isteria sul coronavirus e le previsioni della pandemia globale.

In Cina ci sono circa 24.000 infezioni e 500 morti in una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Questa è una malattia insignificante. Rispetto alla normale influenza stagionale che infetta milioni di persone in tutto il mondo e uccide 600.000, il coronavirus finora non equivale a nulla. Le infezioni al di fuori della Cina sono minuscole e sembrano essere limitate ai cinesi. È difficile sapere con certezza, a causa della riluttanza a identificare le persone per razza. Eppure la Cina ha vaste aree in quarantena e i viaggi da e verso il paese sono limitati.

Nulla di simile a queste precauzioni è preso contro l’influenza stagionale. Finora questa stagione influenzale nei soli Stati Uniti 19 milioni di persone sono state ammalate, 180.000 ricoverate in ospedale e 10.000 sono morte. L’ultimo rapporto è che 16 persone negli Stati Uniti (forse tutti cinesi) hanno avuto il coronavirus, e nessuno è morto. Forse il coronavirus si sta appena scaldando e molto peggio deve arrivare. In tal caso, il Pil mondiale subirà un colpo.
Le quarantene impediscono il lavoro. I prodotti e le parti finiti non possono essere realizzati e spediti. Le vendite non possono avvenire senza prodotti da vendere. Senza entrate le aziende non possono pagare dipendenti e altre spese. I redditi diminuiscono in tutto il mondo. Le aziende falliscono.

Se scoppia una micidiale pandemia di coronavirus o di qualcosa’altro e c’è una depressione mondiale, dovremmo essere molto chiari nella nostra mente che il globalismo ne sarà stata la causa. I paesi i cui governi sono così sconsiderati o corrotti da rendere le loro popolazioni vulnerabili a eventi dirompenti all’estero sono instabili dal punto di vista medico, economico, sociale e politico.
La conseguenza del globalismo è l’instabilità mondiale.

(Paul Craig Roberts, “La conseguenza del globalismo è l’instabilità mondiale”, dal blog di Craig Roberts del 5 febbraio 2020).

sabato 21 dicembre 2019

BIG DATA: IL PIÙ GRANDE NEMICO DELL’UMANITÀ

DIETRO LE QUINTE DI BIG DATA: IL PIÙ GRANDE NEMICO DELL’UMANITÀ
Dietro le Quinte di Big Data
Nel nuovo libro Dietro le Quinte (Bizzocchi, Pamio, Perucchietti, in uscita a Novembre per Uno Editori) uno dei temi più importanti e a cui dedichiamo adeguata attenzione è una delle forme di potere e controllo delle masse più subdole ed invasive, quella che va sotto il nome di Big Data. Il termine è di recentissimo conio (2014) e in ogni caso non viene mai troppo utilizzato dai media mainstream. Scrivo questo perché quando di una cosa che ha ricadute enormi sulle nostre vite, non si parla, o si parla poco, occorre subito pensar male. Se dunque non si fa pubblicità alla cosa con tutta probabilità vi sono dei motivi validi. Vediamo quali.

Il Sistema che controlla il pianeta
Partiamo anzitutto dall’osservazione che il “Sistema” che nel suo insieme ci controlla è un essere proteiforme e mutante. In realtà è più che mutante, è continuamente mutante, cosicché risulta estremamente difficile, quantomeno per la persona media, coglierne le mille sfaccettature e conseguenti pericolosità.
Noi oggi viviamo in una società globalizzata che misura tutto in termini di flusso di informazioni e Big Data rappresenta esattamente questo: la raccolta in presa diretta e senza sosta di tutti i dati che disseminiamo costantemente dietro di noi quando navighiamo, telefoniamo, mandiamo email, usiamo whatsapp, pubblichiamo post, foto, commenti, acquistiamo con le carte di credito, ci registriamo in qualche sito e così via.

Chi raccoglie i Big Data?
Tutti questi dati vengono tracciati e raccolti. Ma chi è che li raccoglie?
Perlopiù i megacolossi del web conosciuti anche come The Big Four (Amazon, Facebook, Google, Apple)
e poi Uber, AirBnB e così via. Tutti questi dati vengono raccolti, catalogati, interpretati e infine, ovviamente, utilizzati. Big Data costruisce così, in tempo reale, un enorme data base che fornisce un quadro precisissimo del profilo psicologico, emozionale, sociale di tutti noi. I servizi che queste aziende ci offrono sono in stragrande maggioranza gratuiti ma è facilmente intuibile che se il servizio è gratuito allora la merce siamo noi, o, meglio ancora, la nostra anima.

La profilazione dell’individuo
Questa raccolta ed elaborazione di dati e la creazione del profilo di ognuno di noi si chiama appunto profilazione, un altro termine che solo recentemente è entrato a far parte del vocabolario comune. Lo si sente usare ma pochi sanno cosa significa veramente. La profilazione non è altro che la raccolta ed elaborazione di tutti i dati raccolti su ogni singolo individuo ed il loro utilizzo, almeno in prima battuta, è per scopi puramente commerciali.

Grazie alla profilazione una azienda può procedere dunque con un marketing mirato. Potremmo anzi ben dire che la profilazione è lo strumento principe del marketing mirato.
Anche se l’accaparramento di questi dati e la loro elaborazione viene definito profiling, più correttamente lo dovremmo definire spionaggio. Provate a pensare che tutto ciò che fate, dite, scrivete, ecc., viene tracciato, registrato e conservato in un file a vostro nome in un qualche server sperduto chissà dove. Più che di realtà aumentata qui occorre parlare di libertà diminuita.


Il Data Mining
Come vengono profilati gli utenti? Attraverso il data mining, ovvero l’estrazione, tra tutti i dati raccolti, di quelle informazioni reputate di interesse grazie al lavoro continuo di algoritmi potentissimi (si stima che mediamente un algoritmo raddoppi la propria potenza di calcolo ed elaborazione ogni 18 mesi) che ci profilano come detto senza sosta e in tempo reale. Questi algoritmi, confrontando continuamente tutti i nostri dati, scartano ciò che secondo i loro parametri non conta, e traducono in profili efficaci (e vendibili) il nostro quadro.
Come scriviamo in Dietro Le Quinte, sembra che il maggior acquirente di profilazioni dai colossi del web è l’industria farmaceutica e questo dovrebbe davvero farci riflettere molto.
L’industria farmaceutica, ma così tutte le industrie, acquistano dunque dati per questioni commerciali, cioè per venderci qualcosa (merci o servizi che siano), ma occorre poi pensare che ci sono anche e soprattutto in ballo questioni di controllo sociale.

Controllo sociale delle masse, dittatura dolce e governo invisibile.
Già nel 1928 Edward Bernays, il nipote di Freud, universalmente riconosciuto come il fondatore
delle Relazioni Pubbliche e padre degli attuali spin doctors, scriveva nel suo testo fondamentale Propaganda che, “nella società democratica le opinioni, le abitudini e le scelte delle masse vengono indirizzate da un «potere invisibile che dirige veramente il Paese» (si riferiva agli Stati Uniti ovviamente).
Bernays dunque, quasi 100 anni fa e con tecniche limitatissime se paragonate a quelle odierne, aveva già indicato chiaramente come tutti noi viviamo in una sorta di dittatura democratica in cui la gente, immersa nella propaganda sin dalla nascita, viene costantemente manipolata ed eterodiretta, ed in definitiva spiata e controllata.
Il dramma, rispetto ai tempi di Bernays, è che lo sviluppo tecnologico, con l’esplosione che ha conosciuto anche solo negli ultimi dieci anni (cioè dall’avvento degli smart-phone per essere chiari), permette oggi una tracciatura, ovvero un controllo, costante e infallibile. Di tutti noi. Per di più lo fa con il nostro tacito benestare.

Smart-Phone: uno strumento di spionaggio
Per capire le cose, soprattutto nel mondo-Matrix che abitiamo, occorre sempre fare lo sforzo di pensare al contrario. Nel nostro caso occorre dunque operare un ribaltamento di concetto per capire che cosa è e cosa rappresenta davvero un banale (ma non innocuo) smart-phone, strumento che secondo alcune stime ha raggiunto, tra la popolazione italiana, una penetrazione pari all’incirca al 75%: e cioè un controllore invisibile e infallibile e non un allegro dispensatore di servizi perlopiù gratuiti che ci fanno divertire e/o ci rendono la vita più facile.
Gli smart-phone (ma anche tutto il resto) non sono oggetti creati per renderci la vita più piacevole e facile (semmai per distrarci, che è un’altra cosa) bensì per controllarci.
Le caratteristiche malefiche dello strumento di spionaggio chiamato smart-phone.
Mi concentro sullo smart-phone non in quanto intrinsecamente peggiore di altri strumenti di controllo e manipolazione delle masse, quanto perché riunisce in sé, in pochi centimetri quadrati, caratteristiche che vanno a determinare la situazione, che oserei definire panottica, in cui ci troviamo a vivere.

Che cos’è davvero uno smart-phone?

sabato 1 settembre 2018

Svegliati schiavo!

Signor schiavo, la prego, si svegli!

Il lavoro è il più grande affronto che l’umanità abbia commesso contro se stessa e anche la più grande umiliazione subita

Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro: ha creato una classe di uomini che devono lavorare e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. “Chi non lavora non mangia”, sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta, perché sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto.
I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, ma perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori!

Il lavoro è una grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima. Per far lavorare gli altri a proprio profitto, bisogna mancare di personalità, di coscienza e per lavorare, pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita, che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita. Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbrutito e spento. Ma quando l’uomo diventerà cosciente della vita, acquisirà consapevolezza, non lavorerà mai più.

Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria… la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando, come dicono i cittadini onesti, senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta.

Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno, ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione, che il lavoro sparirà. È solo allora che verrà la vita – la vita piena e ricca – nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono e quel che è necessario.
Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà solo “Uomo”. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli, ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita – una vita grandiosa, pura e cosmica – e la passione creatrice costituirà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.

Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa. Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare. Ogni lavoro è criminale. 

giovedì 9 agosto 2018

Abbiamo esaurito le risorse della Terra, ma guai ad abbandonare il consumismo!

Abbiamo esaurito le risorse della Terra, ma guai ad abbandonare il consumismo!

Come ormai accade puntualmente sin dal 1970, abbiamo nuovamente esaurito con largo anticipo le risorse che la Terra è in grado di rigenerare nel corso dell'anno corrente.

Nonostante gli accorati appelli di scienziati ed ecologisti, l'earth overshoot day (il giorno del debito ecologico) si è verificato il primo di agosto: mai così presto, da quando l'umanità ha oltrepassato per la prima volta il limite che sancisce la sostenibilità.

E mentre la torrida estate distrugge i raccolti nel Nord Europa e il riscaldamento globale fa strage di animali con la complicità dell'inquinamento, Apple entra nel Guinnes dei primati toccando quota 1.000 miliardi di capitalizzazione, come a voler sottolineare tutta la follia dell'odierna società, che non si cura affatto delle cose fondamentali per dare un'enorme importanza all'inessenziale.

Forse l'umanità riuscirà a comprendere cosa intendo, soltanto quando a forza di sprecare tempo, risorse, energia e lavoro per produrre e consumare cose inutili e dannose in quantità crescenti e a ritmi sempre più elevati, finirà per compromettere l'ecosistema a tal punto da non riuscire più a disporre di aria, acqua e cibo a sufficienza per assicurare la sua sopravvivenza.

Ci stiamo già ammalando a causa dei veleni che abbiamo immesso nell'ambiente e che ormai respiriamo, beviamo e mangiamo ogni singolo giorno, ma la sofferenza dovuta alla malattia evidentemente non è ancora sufficiente per far risvegliare le coscienze assopite.

Tutto ciò impone una seria riflessione, perché è del tutto evidente che se non si sceglierà di far decrescere il sistema economico in modo intelligente, abbandonando ogni sorta di consumo superfluo, in breve tempo l'ecosistema collasserà.
A quel punto l'economia decrescerà lo stesso, che lo si voglia o no, ma invece di farlo in modo controllato, precipiterà, facendo morire di stenti miliardi di esseri viventi: umani inclusi.

Che cosa propongono i lungimiranti economisti per risolvere la situazione? Di far crescere ulteriormente l'economia: si tratta di un'ottima soluzione, se lo scopo è quello di accelerare il declino dell'intera umanità.

Com'è noto dall'esperienza, le vere soluzioni ai problemi della società non arrivano dall'alto, per risolvere sul serio le criticità c'è bisogno di cambiamenti individuali. 

Ma che cos'è disposto a fare in prima persona l'essere umano medio per evitare la catastrofe? Nulla.

Chi può permetterselo economicamente, non ha alcuna intenzione di abbandonare la moda e il consumismo, non vuole cambiare alimentazione, non si preoccupa di ridurre l'utilizzo della sua automobile e non si degna neanche di rinunciare ai vizi più malsani;
d'altro canto, chi non può permetterselo, nel suo intimo sogna ardentemente di poter fare altrettanto di chi invece può, e non appena la sua ricchezza si accresce, ecco che inizia ad iper-consumare, se non altro per celebrare la propria ascesa sociale.

Le soluzioni sono ben note, ma non c'è la volontà di attuarle.
E allora: buona sesta estinzione di massa a tutti! 
Non c'è salvezza per chi s'è messo in testa di voler morire.

Se l'umanità non sceglie di orientarsi alla vita, non resta altro che sperare che dalle ceneri di questa (in)civiltà fiorisca una Nuova Umanità.
Mirco Mariucci  
Fonti:

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sabato 22 agosto 2015

Credere nell’utopia

Credere nell’utopia

di Paolo Bartolini
da Megachip.
«L’uomo è u-topico, non ha luogo: è proprio così, non ha un ambiente, fa di tutti gli ambienti il suo mondo. L’utopia è l’unica realtà umana. La realtà è una parte dell’utopia. Il problema non è questo, ma quest’altro: l’umanità può diventare eutopica, può raggiungere una buona dimora?» (R. Màdera, L’animale visionario, pagg. 148-9, Il Saggiatore, 1999). Così scrive lo psicoanalista e filosofo Romano Màdera nel libro che mi ha permesso di conoscerlo e, da allora, di seguirne con passione l’itinerario intellettuale e spirituale. Ho scelto queste frasi per cominciare una riflessione, in realtà più volte accennata e ripresa su queste stesse pagine virtuali, una riflessione che riguarda la questione più trascurata dagli intellettuali e dai militanti del cosiddetto antagonismo politico: la soggettività rivoluzionaria.

Come ha ricordato recentemente lo stesso Màdera in un suo articolo su L’Unità, è questa carenza di interrogazione profonda sulla natura dell’individualità post-moderna a rendere distopiche e inefficaci le attuali visioni di trasformazione dell’esistente.

In altre parole e in forma perentoria: non può bastare, al compito immane di superamento della mentalità economicista del dio capitale, una prassi collettiva che ambisca a rivoluzionare politica, economia e controllo della moneta.
Difatti in mancanza di un uomo nuovo, non più oeconomicus bensì consapevole dell’inter-essere che lo costituisce a livello materiale, sociale e ontologico, non si darà alcuna alternativa duratura ed efficace allo strapotere del sistema.

La presunzione, a dispetto di molte prove contrarie, che ciò possa comunque accadere, mi sembra eredità dei vecchi massimalismi novecenteschi, per i quali solo il taglio netto dei nodi tecnici, politici ed economici può spianare la strada alla nascita di una società giusta composta da individui e comunità solidali. Tutto questo viene puntualmente immaginato, e non a caso, come un passaggio rapido e traumatico, indispensabile per sovvertire i precedenti equilibri e rapporti di forza.
Mentre ci ha pensato la Storia a smentire impietosamente i facili sillogismi delle avanguardie rivoluzionarie (che tanto mi ricordano oggi gli argomenti “razionali” di coloro che vorrebbero uscire dall’eurozona e dall’Unione Europea, senza però saper indicare uno straccio di classe politica capace di assumersi la responsabilità di gestire la transizione), oggi rimane ancora percorribile la via stretta di una rivoluzione culturale all’altezza dei tempi.

Qui si accenna, in definitiva, ad un profondo mutamento psicologico e spirituale che accompagni ed orienti le modifiche strutturali sopra accennate, al fine di rendere ogni istante di questa battaglia pieno di senso, al di là dei risultati immediati. A questo mutamento, e alla comprensione delle sue coordinate emergenti, dà un contributo di notevole spessore il filosofo Massimo Diana nel suo ultimo libro “Credere. Percorsi di umanizzazione III” (Moretti e Vitali, 2013). Questo non è lo spazio per una recensione approfondita del volume, ma l’occasione per soffermarmi brevemente su una frase del grande teologo e mistico Raimon Panikkar che Diana ha inserito nel suo lavoro dedicato al senso del credere nella nostra epoca del disincanto.

Le parole di Panikkar sono le seguenti: “Vorrei insistere sul fatto che, nel mondo moderno, solo i mistici sopravviveranno. Gli altri saranno soffocati dal sistema, se vi si ribellano, o affogheranno nel sistema, se vi si rifugiano”.

A scanso di equivoci voglio anticipare a chi legge che le considerazioni sviluppate da Diana nel libro toccano con coraggio anche temi spinosi e decisivi come la decrescita e il cambiamento degli stili di vita per una convivenza pacifica nell’ecumene planetaria. In tal senso possiamo subito affermare che, parlando di “mistici”, Panikkar e Diana non evocano affatto il disimpegno e la fuga dal mondo, ma, al contrario, indicano un cammino prima intentato che può condurci ad un modo di stare al mondo, e di liberarci dai dogmi del capitalismo neoliberista, capace di mantenersi equidistante dalla passiva accettazione dello stato di cose e da un ribellismo disperato e fine a se stesso. Essere mistici, allora, vuol dire riconoscersi in un Senso che trascende il nostro autointeresse, in una comunione vivente con gli altri, con la natura e con la Vita di cui siamo espressione originale e irripetibile.

Questo Senso è fede, fiducia, apertura alla libertà dello Spirito e sensazione immediata di co-appartenenza all’Intero. Solo in presenza di una autentica ricerca filosofica e spirituale le azioni concrete volte a trasformare il presente, dunque le iniziative etiche e politiche, possono sperare di raggiungere l’obiettivo sognato e di dar frutti che non siano avvelenati.

D’altronde appare sempre più chiaro che sono energie di questo tipo, ben diverse dalla cieca fede nel dio denaro e nei pilastri concettuali del mito competitivo che lo sostiene, a dover essere oggi messe in moto e coltivate, senza odio verso i propri avversari. Perché – ed è questa la novità più interessante messa in luce dal libro di Massimo Diana – il nostro tempo è infine maturo per una spiritualità terrena aperta all’infinito, fatta di illuminazione e di trasformazione, di misericordia e di giustizia sociale e ambientale.

L’antidoto alla furia nichilista del capitalismo globale è forse custodito dove meno ce lo saremmo aspettato: nel cuore e nei gesti di chi “crede” ancora ma non cerca la salvezza “altrove”.

mercoledì 16 luglio 2014

Il capitalismo blocca l'infinito potenziale della mente umana



L'Infinito Potenziale della Mente Umana
"L'Infinito Potenziale della Mente Umana"
Il problema centrale per il capitalismo è come creare profitto, non come sviluppare il potenziale umano. Volete sapere un segreto? Una mente umana sana è incompatibile con il capitalismo. Lasciatemi spiegare. La scienza ci dice che la mente non può essere ridotta ad una semplice attività del cervello. La mente viene creata e sostenuta da una complessa danza tra gli esseri umani...


Tagliata fuori dalle relazioni sociali la mente perde la sua capacità di funzionare. La prova di ciò viene dai bambini sottratti alle relazioni sociali e dagli adulti mantenuti in isolamento o soggetti a privazione sensoriale. Per più del 95% della storia umana la gente ha vissuto in piccole e cooperative società. In queste ultime migliaia di anni la nostra specie ha subito una stupefacente evoluzione culturale. I nostri cervelli non sono biologicamente cambiati ma è cambiato il modo in cui li usiamo. Mentre la gente raggruppava le proprie esperienze e accumulava il sapere da una generazione all'altra le loro menti evolvevano. Con l'evoluzione delle loro menti essi crearono nuovi accordi sociali che venissero incontro ai loro mutati bisogni. Il capitalismo blocca questo processo creativo. 
Mentre il sapere continua ad accumularsi esso non viene condiviso. E mentre alcune persone evolvono molte altre vengono ricacciate indietro. Il problema centrale per il capitalismo è come creare profitto, non come sviluppare il potenziale umano.  
Per massimizzare il profitto il capitalismo deve distruggere le relazioni umane e soffocare il potenziale umano. Più veniamo divisi e isolati e maggiore è la ricchezza che può essere generata per coloro che sono al vertice. Qualunque forma di collettivismo è una minaccia al sistema, dall'organizzazione dei sindacati alle richieste di servizi sociali finanziati dal governo. Invece di usare le nostre menti per risolvere i problemi comuni, le usiamo solo per decidere quale frazione dell’elite ci dominerà. Invece di lavorare insieme per migliorare i nostri standard di vita, fatichiamo per arricchire l’elite. Invece di proteggere noi stessi e di proteggerci gli uni cogli altri, combattiamo le loro barbare guerre per il profitto. La mente umana crolla sotto tali condizioni. 
Epidemie di rabbia, ansia, conflitto interpersonale e profondo scoraggiamento creano un oceano di miseria umana. Aggiungendo oltre al danno anche la beffa questi segni di malattia sociale sono anche etichettati come “problemi personali” e “malattie mentali”. Per preservare se stesso il capitalismo deve bloccare l'infinito potenziale della mente umana. E intendo davvero infinito. Non c'è limite al numero di modi in cui potremmo organizzare le nostre vite e la società.  
Un cervello umano medio contiene circa 100 miliardi di cellule nervose, o neuroni. Ogni neurone ha circa 10.000 connessioni con i suoi vicini. Se considerate che ciascuna di queste connessioni può essere accesa o spenta, il numero di possibili schemi di emissione del segnale [firing patterns] risulta maggiore del numero di particelle note nell'universo. Se poi aggiungete i differenti modi in cui ogni mente umana può connettersi con gli altri 6 miliardi di menti umane sul pianeta… beh, credo abbiate capito.  
Il capitalismo ha bloccato l'umanità in una gigantesca routine storica e ci ha ingannati sino a farci pensare che questo sia il meglio che possiamo fare, che abbiamo raggiunto la fine della nostra storia. Non è affatto così! Abbiamo a malapena iniziato ad esplorare il nostro potenziale. Eppure, se lasciamo fare al capitalismo non completeremo mai questo compito. Non possiamo permettere che ciò accada. Abbiamo creato il capitalismo, ma possiamo cambiare e sostituirlo con qualcosa di molto migliore.


DI SUSAN ROSENTHAL - Titolo originale: “The Infinite Potential of the Human Mind”

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