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sabato 23 giugno 2018

Il mito dell’Alzheimer

Il mito dell’Alzheimer

Un po’ di storia
La malattia di Alzheimer ha preso il nome dal medico tedesco Alois Alzheimer che per primo ne studiò un caso (la signora Auguste D. moglie dell’impiegato delle ferrovie Carl D.). Ma non è tutto perché l’uomo che dovrebbe passare alla storia come il vero padre dell’Alzheimer è il medico psichiatra Emil Kraepelin, direttore della Reale clinica psichiatrica di Monaco. 
Fu proprio Kraepelin che offrì ad Alzheimer l’opportunità di far parte del suo gruppo a Heidelberg, nominandolo successivamente suo assistente.
Nel 1910 Emil Kraepelin coniò ufficialmente il termine Alzheimer Krankheit (malattia di Alzheimer). 
Creando l’AD, Kraepelin aveva conquistato un territorio diagnostico molto importante per il suo laboratorio. Secondo alcuni storici nel consolidare l’esistenza della malattia giocò un ruolo importante la diatriba tra Kraepelin e Sigmund Freud.

La teoria di Freud rivoluzionò lo studio delle nevrosi attribuendo i sintomi delle malattie psichiatriche ai misteriosi lavorii dell’inconscio, e ipotizzando la cura attraverso la terapia psicoanalitica. Queste teorie erano in netto contrasto con la concezione organicistica delle malattie mentali sostenuta da Kraepelin e Alzheimer. Per loro le malattie avevano una base esclusivamente organica che poteva essere accertata con mezzo scientifici.

Si venne così a creare una profonda divisione tra la psichiatria a base organica e la psichiatria freudiana. Ognuna di queste due correnti cercava il riconoscimento nell’ambito medico, perché la posta in gioco era elevata...

La determinazione di Kraepelin a far sì che la malattia di Alzheimer fosse classificata come patologia organica è appunto il tentativo strategico di conquistarsi il riconoscimento, oltreché non perdere il suo orgoglio di scienziato e naturalmente la sua eredità di studioso. 
Quando Kraepelin incluse l’AD nel suo testo Psychiatrie, diede avvio a una storia lunga 100 anni durante la quale, da un singolo paziente bollato in modo molto approssimativo, siamo arrivati all’attuale pandemia che coinvolge 25 milioni di persone.

La malattia di Alzheimer sarebbe potuta rimanere rara e insignificante se, nella seconda metà del XX secolo nei paesi industrializzati non fosse aumentata progressivamente l’attesa di vita media.

L’invecchiamento della popolazione, associato alla proliferazione di nuovi strumenti tecnologici che promettevano di prolungare la vita. Stimolò l’interesse per la ricerca neurologica e gerontologica. 
Nei primi anni Settanta i neuro scienziati, ben consapevoli dell’enorme interesse dell’invecchiamento, cercarono di ottenere maggiori finanziamenti. 
Il loro lavoro avrebbe dovuto concentrarsi su qualcosa di molto concreto e attuale, qualcosa di terrificante e incurabile: una malattia che giustificasse l’impiego di enormi risorse, la malattia del secolo. L’Alzheimer si adattava in maniera perfetta allo scopo. 

Nel 1974 viene fondato il National Institute on Aging (NIA, Istituto nazionale sull’invecchiamento) e sotto la guida dello psichiatra clinico Robert Butler, inizia subito a promuovere l’AD come suo principale ambito di ricerca, consentendo ai fondi federali di essere convogliati ai ricercatori.
Lo stesso Butler dichiarò: “decisi che dovevamo rendere il termine (malattia di Alzheimer) una parola di uso comune. Sapevo che questo sarebbe stato l’unico modo per far convergere i diversi settori della ricerca in un unico filone che diventasse priorità nazionale. Io chiamo questa strategia la politica sanitaria dell’angoscia”. 
Nel 1976 il dottor Robert Katzman in un editoria scrisse che negli Stati Uniti l’AD si collocava al quarto o quinto posto tra le cause più frequenti di morte e sollecitò il paese ad investire di più. 
Nel 1979 a Washington fu creata l’Alzheimer’s Disease ad Related Disorder (ADRDA, Associazione per la malattia di Alzheimer e i disturbi correlati). 
Nel 15 settembre 1983 la Camera dei rappresentanti propose il mese di novembre come Mese Nazionale dell’Alzheimer.

La reinterpretazione dell’invecchiamento cerebrale come malattia a sé stante, e lo stanziamento di enormi quantità di denaro da parte del governo, produssero un entusiasmo che contagiò i ricercatori e i familiari dei pazienti affetti d’AD. 

Cambiò la dizione, e il termine “senilità” venne soppiantato dal termine molto più angosciante che non lascia spazio a dubbi: “malattia di Alzheimer”, il nuovo idioma dell’angoscia! 
Nel 1984 1985 il NIA aveva istituito in tutto il paese ben dieci Alzheimer’s Disease Research centers.

Nel 1979 il NIA aveva speso per la ricerca sull’AD circa 4 miliardi di dollari; nel 1991 era arrivato a spenderne 155 (37 volte tanto). 
Nel 2007 i fondi federali assegnati alla ricerca per la “guerra contro l’AD” erano lievitati a una cifra sbalorditiva di 643 miliardi di dollari.

Celebrità a sostegno
La nascita del nuovo linguaggio popolare intriso di angoscia e terrore fu amplificato quando vennero coinvolti nella “causa” dell’AD personaggi molto popolari: gli attori Rita Hayworth, Charles Bronson e Charlton Heston, il presidente statunitense Ronald Reagan, la Regina dei Paesi Bassi Giuliana, il Primo ministro britannico Wiston Churchill, il pugile campione del mondo Sugar Ray Robinson, ecc.

Cos’è l’Alzheimer?
Ufficialmente la malattia di Alzheimer (AD, Alzheimer Disease) è provocata dalla degenerazione del cervello e dalla perdita di cellule nervose a causa di molteplici fattori, perlopiù ignoti alla medicina. 

E’ una malattia degenerativa e progressiva caratterizzata dalla perdita irreversibile di cellule cerebrali. Questa degenerazione porta al rimpicciolimento e all’atrofia di alcune aree del cervello, alla riduzione di alcuni neurotrasmettitori, in particolare l’acetilcolina. 

Gli effetti di questa “patologia” sono: deficit di memoria, una compromissione della capacità di apprendere, di ragionare, di formulare giudizi, di riconoscere oggetti, di comunicare; gravi difficoltà nel compiere attività quotidiane; agitazione, ansia, depressione, allucinazioni e insonnia.

La demenza
Il termine oggi molto in voga di “demenza”, deriva dal latino “fuori di mente” e in passato era utilizzato per identificare i dissidenti e devianti di ogni tipo, soprattutto donne anziane che venivano accusate di stregoneria quando manifestavano sintomi di decadimento cognitivo.

Le teorie ufficiali più in voga
Beta-amiloide e grovigli neurofibrillari 
I ricercatori pensano che i deficit cognitivi dell’AD siano associati alla presenza nel cervello di alterazioni anatomopatologiche costituite da due formazioni di natura proteica: le placche di proteine beta-amiloide (BAP) e i grovigli neurofibrillari (NFTs), che alla fine distruggerebbero i neuroni a livello cerebrali. 

Ma in tutto questo le lacune conoscitive non mancano, per esempio gli scienziati non capiscono come le beta-amiloide uccida i neuroni; non sanno se tali placche sono responsabili della degenerazione o dei semplici marcatori e/o cicatrici di una morte, quindi se sono causa o effetto di tale degenerazione.

La proteine beta-amiloide si accumula in TUTTI i cervelli man mano che invecchiano, e tale processo può addirittura iniziare nei ventenni. Risulta pertanto difficile stabilire quale sia il livello soglia oltre il quale l’accumulo di beta-amiloide diventa patologico.
Radicali liberi
I radicali sono atomi o gruppi di atomi che contengono almeno un elettrone spaiato e quindi sono debolmente legati, instabili e altamente reattivi. Si accumulano nel cervello provocando nelle cellule un danno e un deficit che potrebbe contribuire all’AD. Queste molecole reattive si formano nel corpo durante i normali processi biologici che possono essere accelerati da agenti esterni come infezioni, fumo di tabacco, agenti tossici, erbicidi, radiazione solare e inquinanti. I radicali possono anche danneggiare il DNA.
Infiammazioni
Secondo questa teoria l’AD è una conseguenza dell’infiammazione cerebrale che genera metaboliti anomali (piccole molecole prodotte dai processi metabolici) a partire da normali molecole cerebrali.

Per esempio le citochine, che sono normali proteine del sistema immunitario, sono prodotti dall’infiammazione tissutale e possono circolare nel cervello.
Teoria vascolare
Piccoli infarti isolati in aree strategiche del cervello, oppure l’occlusione di multipli vasellini sanguigni, possono provocare demenza riducendo l’apporto di ossigeno al cervello e alterando i circuiti neuronali coinvolti nei processi decisionali, nella memoria.
Teoria infettiva
Secondo gli esperti alcuni virus della famiglia dell’herpes possono provocare demenza, ma solo alcuni studi li hanno messi in relazione con l’AD.
Teoria delle eccitotossine
I neuroni morirebbero per un eccesso di stimolazione da parte di neurotrasmettitori aminoacidi eccitatori (eccitotossine). Dato che il glutammato e altri neurotrasmettitori eccitatori normalmente inducono la scarica elettrica dei neuroni, se sono presenti in eccesso, possono portare i neuroni a scaricare (ed eccitarsi) fino alla morte. 
La teoria del diabete
Disturbi del metabolismo del glucosio erano stati descritti nella malattia di Alzheimer già da decenni, e gli scienziati avevano ipotizzato che in un soggetto diabetico o il cervello manca di sufficiente glucosio per funzionare correttamente o lo zucchero presente in eccesso nel sangue produce un danno vascolare che compromette l’irrorazione dei neuroni.
Studi epidemiologici indicavano che le persone affette da AD avevano più frequentemente un diabete concomitante.


Il mito dell’Alzheimer
La malattia di Alzheimer (AD) è un mito creato dalla nostra cultura nel tentativo di fornire un senso a un processo naturale, l’invecchiamento cerebrale, che non possiamo controllare. 

Quello che non viene detto alla popolazione è che la cosiddetta “malattia di Alzheimer” (AD) NON può essere differenziata dal normale processo di invecchiamento e che la patologia NON ha mai lo stesso decorso. 

Sembra che ogni anno sempre più persone cadano vittime dell’AD. Quotidiani e riviste vorrebbero farci credere che la AD si sta diffondendo nella popolazione a ritmo pandemico. 
Naturalmente quello che non viene detto è che non sappiamo come diagnosticare la AD, figuratevi se siamo in grado di stilare il bilancio delle vittime. 

giovedì 14 dicembre 2017

Tu, non sei solo tu! Tu sei una costellazione di identità, di "other selves".

Tu non sei solo tu! Alla scoperta delle tue altre personalità.
(08/12/2017)
Forse sospetti che dentro di te, dentro gli altri si nascondano altre personalità o sub personalità come le definisce Roberto Assagioli, psichiatra e padre della psicosintesi.
Secondo il DSM V si parla di Disturbo Dissociativo di Identità e secondo l'ICD 10 di disturbo di personalità multipla. Secondo la psichiatria le "personalità multiple" sono da considerarsi patologiche e riferibili ad una sconnessione o discontinuità della normale  integrazione di coscienza.

Affermo invece che in ogni soggetto anche sano coesistono "other selves", altri sè distinti dalla personalità di base.

Le sub personalità possono essere vissute dal soggetto come intrusioni non volute nella coscienza e nel comportamento oppure come complementi non intrusivi della personalità di base. Penso all'ispirazione artistica, poestica anch'esse come "intrusione benefica" o come "ispirazione" proveniente dagli "other selves".

Con il termine “personalità” non intendo solo l’insieme delle caratteristiche psichiche e comportamentali di un individuo, ma soprattutto il grado di evoluzione spirituale che contraddistingue ogni anima.

Secondo Assagioli una sub personalità è una parte della nostra personalità ovvero del nostro modo di essere o di esprimerci nella vita. Secondo la mia esperienza di ipnosi evocativa regressiva medica, invece, esistono “other selves”, altri “tu” paralleli alla tua personalità di base e di per sé strutturati in modo indipendente gli uni dagli altri.

Lo studio a cui ho partecipato, condotto su cinque “virtuosi” dell’ipnosi evocativa regressiva medica e già presentato al III Congresso Nazionale di Neuroradiologia Funzionale 2015 di Firenze ha sancito l’esistenza degli “other selves”, delle “identità multiple” potenzialmente presenti in ciascuno di noi. ( III Congresso Nazionale di Neuroradiologia Funzionale  Firenze 2015).

Questo studio, condotto all’Istituto IRCCS Don Gnocchi di Milano, in prossima pubblicazione su una importante rivista scientifica internazionale, prova l’esistenza in soggetti virtuosi, cioè particolarmente abili all’ipnosi, di “altre personalità” sottese alla personalità di base. I soggetti sono stati sottoposti a test psichiatrici e sono stati vautati ipersani psicologicamente quindi non isterici o psicotici.

Tu, non sei solo tu! Tu sei una costellazione di identità, di "other selves".

Ciò muta il concetto stesso di psicoterapia individuale e modifica la prospettiva e l'approccio alla cura dei pazienti. In sintesi la psicoterapia e l'ipnosi evocativa medica divengono sempre delle terapie sistemiche che devono cercare di guarire e armonizzare le varie sub personalità armonizzandole tra di loro e con la identità primaria.

La personalità di base deve essere in grado di contenere e a dominare l'affiorare di personalità patologiche perchè altrimenti si apre il vaso di Pandora della dissociazione e della psicosi.

Ecco perché improvvisamente affiora Peter Pan dal cappello del prestigiatore di un partner solo apparentemente responsabile. Ecco perché emerge Maga Magò dal viso deformato dalla rabbia di una vicina di casa. Ecco perché improvvisamente si scatena la cattiveria e il sadismo di Mister Hyde e l’impulsività di Sid Vicious, cantante dei Sex Pistols.

Molteplici personalità paranoidi, schizoidi, antisociali, borderline, narcisistiche, evitanti, dipendenti, ossessive compulsive possono nascondersi dentro un individuo che in realtà è una costellazione di più individui indipendenti l’uno dall’altro.

La persona o l’ombra junghiane sono in realtà “persone” ed “ombre” molteplici.

L’esistenza degli “other selves”, mi sembra una scoperta fantastica che spiega come mai alcuni soggetti non riescano a dominare la bulimia, l’anoressia, la ludopatia, il panico, la depressione, la mania, la violenza, la pedofilia e tutte le molteplici varianti patologiche e non della personalità umana.

Nei soggetti virtuosi, da me condotti in ipnosi profonda ed in completa mancanza di coscienza sono affiorate anche “other selves” , “altri sé” di Maestri spirituali e di figure di grande caratura di Luce. Primo tra tutti Ognanios, studiato al Don Gnocchi di Milano e rappresentante il primo grande caso di channeling confermato dalla scienza.

L’ipnosi evocativa regressiva medica consente il recupero e il dialogo con gli “other selves” e la conseguente psicoterapia spirituale. Il fine è sempre per me terapeutico oltre che di ricerca spirituale.
Pirandello mi sorride accarezzandosi il canuto pizzetto e annuisce col capo. Anche lui aveva capito che ognuno di noi era” uno, nessuno centomila”.
Buona vita Angelo Bona.

domenica 6 settembre 2015

Pericolosissime droghe sintetiche legalizzate ed usate per "curarci", le medicine naturali invece...

Droghe pericolosissime vendute legalmente!

Ogni giorno vengono vendute droghe pericolosissime con il beneplacito del nostro governo e di quelli che lo hanno preceduto rendendone legale l’immissione in commercio tramite i vari organismi burocratici posti sotto la vigilanza del Ministero della Salute. Il che è tutto dire, dato che alcuni ministri della sanità sono stati colti con le mani nel sacco mentre prendevano tangenti dalle case farmaceutiche. Faccio solo un paio di nomi, Duilio Poggiolini e Francesco De Lorenzo-vaccino epatite b, in internet trovi info e altri con le parole chiavi “ministro della salute tangenti”.

Le cosiddette “droghe da strada”, in quanto a pericolosità rispetto a quelle di sintesi delle case farmaceutiche sono zuccherini.
Esistono medicine naturali, come estratti di piante, l’olio di canapa per esempio, accettate però solo con riduzioni a livelli minimali di componenti che potrebbero creare effetti psicoattivi.

Se intendi curare con medicine naturali privi di effetti collaterali, se sei medico vieni radiato dall’albo se tale uso non corrisponde ai protocolli ufficialmente accettati. E se non sei medico vieni accusato di esercizio abusivo della professione medica.

Ma nulla succederebbe a un medico che prescrivesse una delle pericolosissime droghe farmaceutiche legali a un paziente che facesse una strage sparando a zero sulla folla a seguito degli effetti collaterali prodotti da tali droghe.

Se prendiamo in considerazione gli antidepressivi SSRI, come il Prozac per nominarne uno, ci sono numerosi esempi di persone che sono andate fuori di testa e si sono messe a sparare all’impazzata uccidendo i loro compagni di classe, i loro collaboratori, i membri della loro famiglia e spesso si sono poi suicidati, per scoprire poi che stavano prendendo un antidepressivo.
L’apparenza è che la persona fosse malata di mente e sia esplosa in un attacco di rabbia, ma quando questi casi sono stati effettivamente analizzati attentamente, si è scoperto che la persona non aveva tendenze violente e in molti casi nemmeno suicide prima di iniziare il trattamento con il farmaco antidepressivo.
Se leggiamo il bugiardino del Prozac noto anche come fluoxetina, ci sono alcune cose di cui il produttore (Eli Lilly & Co.) ci fa sapere.
Questo farmaco può causare ciò che è noto come acatisia. Acatisia è un termine medico che letteralmente significa “non può stare fermo”.
Ci sono due aspetti nell’acatisia. Il primo, l’effetto motorio che si può effettivamente vedere in una persona, è che non può “stare ferma”. È irrequieta, ticchetta con la punta del piede, passando da una gamba all’altra ritmando incessantemente, in ogni caso non può stare ferma. Cerca di sedersi o addirittura di sdraiarsi per poi saltare di nuovo su e ricominciare da capo, sembra e si comporta da agitato. Questo è l’effetto chimico diretto del farmaco sull’azione motoria del corpo.

Questi farmaci antidepressivi non provocano solo l’azione motoria, ma causano anche una irrequietezza interiore. La persona ha un vero senso di disagio, sente che il suo corpo deve muoversi. Sente che deve entrare in qualche modo in azione. Si chiama agitazione psico motoria. Non solo è mentalmente agitata ma il suo corpo esprime quell’agitazione. Ha un senso soggettivo di angoscia, deve succedere qualcosa, deve fare qualcosa.
I produttori di questi farmaci, come richiesto dalla FDA, nei loro bugiardini riportano che possono causare agitazione, psicosi, allucinazioni, ipercinesia, un senso di spersonalizzazione, uno stato in cui il normale senso di identità personale e la realtà sono assenti, che significa che la persona si sente come se tutto ciò che c’è intorno a lei non fosse reale, uno stato onirico.
Sono elencati anche come effetti collaterali frequenti: agitazione, amnesia, confusione, responsabilità emotiva per ciò che succede intorno alla persona, e disturbi del sonno. I disturbi del sonno potrebbero essere eccessiva sonnolenza o insonnia.
Se aggiungiamo la mancanza di sonno a tutti gli altri effetti del Prozac come l’agitazione psico motoria, la sensazione della persona di dover andare a fare qualcosa, la spersonalizzazione e la sensazione di irrealtà che può causare, davvero abbiamo cucinato gli ingredienti chimicamente indotti per un omicidio di massa.

Il Prozac è un cosiddetto SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors). In realtà, questi farmaci non sono selettivi, lavorano su più diverse sostanze chimiche del cervello, tra cui la serotonina, la norepinefrina, la dopamina, e altri. Non bloccano semplicemente la ricaptazione ma agiscono su molti recettori in tutto il cervello. Si conoscono almeno 20 serotonine e in che modo esattamente i livelli di serotonina vengono provocati, aumentati, diminuiti o regolati dai cosiddetti SSRI non è davvero ancora ben noto.

Infatti il meccanismo che fa agire tutti i cosiddetti SSRI è sconosciuto. Le teorie abbondano e le spiegazione nei bugiardini vanno nei dettagli su ciò che è solo teoria e ciò che il farmaco potrebbe fare, ma in realtà il meccanismo di azione è del tutto sconosciuto. Possiamo solo osservare che tipi di effetti ha sul corpo e sul comportamento.
Ci sono altri effetti sul sistema nervoso centrale che il Prozac può produrre:

Effetti collaterali del Prozac

  • Atassia, questo significa andatura sbilanciata.
  • Bugoglossia (?), questo deriva da lingua, è una sorta di schioccare le labbra, spasmodici movimenti della bocca.
  • Depressione del sistema nervoso centrale.
  • Stimolazione del sistema nervoso centrale.
  • Euforia
  • Allucinazioni
  • Ostilità
  • Movimenti veloci
  • Aumento del tono muscolare
  • Aumento delle sensazioni, in altre parole si sentono le cose a un livello accresciuto, ma può anche causare una sensazione diminuita,
  • Incapacità di sentire le cose normali, come il dolore e la pressione che una persona normale sentirebbe.
  • Reazioni Paranoiche
  • Psicosi
  • Vertigini
Quindi qui abbiamo ostilità, paranoia, agitazione, in combinazione con l’acatisia, che è il senso che uno deve fare qualcosa, e si può vedere come questo può giungere fino a omicidi irrazionali. La serie di sparatorie nelle scuole americane è un fenomeno che strettamente coincide con l’uso massiccio di farmaci antidepressivi negli ultimi 15 o 20 anni. E’ qualcosa che non si è mai visto in precedenza. 

L’aumento degli omicidi di massa e delle cosiddette stragi famigliari coincide con l’aumento di persone che sono chimicamente alterate da farmaci antidepressivi. Inoltre, i crimini sono diventati più bizzarri e in alcuni casi inimmaginabili.
Senza contare i suicidi.

Se questi delle droghe farmaceutiche non sono effetti psicoattivi…
Tuttavia, quando succedono questi gravi fatti che poi vengono sbattuti nella pagina della cronaca nera, se non in prima pagina, non viene riportato che gli autori prendevano antidepressivi, al massimo si legge nei giornali che “erano in cura presso uno psichiatra”. (E tutti sanno come “curano” gli psichiatri, prescrivendo antidepressivi). Le forze dell’ordine dovrebbero invece indagare, e dovrebbe essere reso noto che la persona era sotto l’effetto di droghe psichiatriche, come succede invece quando si sospetta che l’autore di un misfatto si faccia qualche canna, e si adduce come motivo “era dedito agli stupefacenti”.

Mi viene da pensare che non venga chiesto di indagare riguardo al fatto che un omicida di massa o della propria famiglia faceva uso di SSRI e che potrebbero essere la causa del comportamento e dell’azione omicida. Forse perché le multinazionali hanno grande potere, più grande di quello di qualsiasi governo.
Il disordine sociale nella società attuale deve dare molto merito all’uso massiccio degli SSRI e ai criminali che traggono profitto dal danneggiare le persone con i veleni da loro prodotti e smerciati.
Questo libro potrebbe dare più risposte di quante ne possa dare io.

“Effetti collaterali: morte” è la confessione di un pentito.

sabato 18 aprile 2015

Dipendenza da social network

Ma con chi si connettono? La dipendenza da social network

by Antonio Dessì
Nell’ambito delle dipendenze, sempre più attenzione, a partire dagli anni 90, è stata data alle dipendenze da internet. Con l’andare del tempo la vita virtuale si è proposta per tante persone come estensione e “spazio di vita“, sottraendo sempre più elementi emotivi e relazionali alla vita reale. Parliamo di dipendenze da internet, una forma di dipendenza “senza droga“, che ha destato molta attenzione e tante riflessioni nella comunità scientifica internazionale.
In particolare la persona che soffre di una dipendenza da internet, molto spesso con scarso insight (consapevolezza) e con l’illusione di poter controllare  e smettere il comportamento quando vuole (un po’ come per tutte le altre dipendenze “Posso smettere di fumare quando voglio“, “Da domani non mi faccio più” …) presenta alcune caratteristiche generali, anche se non necessariamente tutte le persone che ne soffrono presentano tutti i criteri. Inoltre non necessariamente tutte le persone che presentano caratteristiche tipiche delle dipendenze da internet riconoscono di avere un problema, proprio per il fatto che l’invasione delle tecnologie ha reso più socialmente accettabile tale comportamento.  Il problema non è tanto sulla quantità, ma l’effetto e la motivazione (a volte anche inconsapevole) che spinge la persona  a drogarsi di “like” o attività su internet.
Nelle dipendenze da internet tendenzialmente si vive con preoccupazione o comunque con attivazione (pensieri, emozioni …) il dominio legato a tutte quelle che possono essere le manifestazioni del web prescelte(chat, se il soggetto utilizza questo strumento, facebook, twitter, Instagram, E-bay, giochi on-line…). In particolare la preoccupazione spesso è legata all’essere a conoscenza di tutto ciò che è successo e di non essersi persi niente. E’ un po’, in tanti casi, la trasposizione sul web di un sentimento di inadeguatezza e di esclusione. Questa predisposizione comporta lo sviluppo di un elemento essenziale nella psicologia delle dipendenze, ovvero la tolleranza, che nel caso delle dipendenze da internet si sviluppa con un aumento del tempo dedicato al web.

Il soggetto ha la tendenza a controllare di continuo l’attività web prescelta, con accessi continui sul proprio profilo. L’aspetto più interessante è legato al fatto che tale attività spesso porta ad una graduale chiusura in sé stessi ed una messa in secondo piano delle relazioni sociali. E’ spesso nelle relazioni di coppia che questo tema emerge come tema di conflitto, dove il /la partner vede costantemente il partner dipendente concentrato/a sulle attività sul web, disinvestendo così dalla relazione reale. Nella mente del dipendente possono esserci dei momenti in cui pensa di poter ridurre la sua attività sul web, e il fallimento rinforza il sentimento di inefficacia. In alcuni casi, anche se i social network sono sempre più socialmente accettati e parliamo più di chat a contenuto erotico, giochi d’azzardo ecc… il soggetto può tentare di nascondersi agli altri rispetto alla sua attività. I continui accessi al web possono comportare difficoltà sul lavoro o nello studio, sia per quanto concerne i tempi utilizzati, sia per l’impatto emotivo (pensiamo ai social network) possono avere.

LA SINDROME DEL LIKE. Facebook e altri Social network non sono necessariamente dei mostri da evitare, ma anzi, possono rappresentare un utile strumento di comunicazione. Come tutti sappiamo, molto spesso questi social network sono caratterizzati per tante persone dall’accumulo di amicizie virtuali, a volte che si dimentica pure di avere in lista. Diventa una vetrina dove sbirciare, dove flirtare, dove mangiare il tempo … uno spazio che lentamente si rende disponibile per essere utilizzato, e nei casi di Internet Addiction, nel consentire ad una persona di esprimere un proprio disagio emotivo attraverso una dipendenza.
La sindrome del Like è piuttosto interessante. Uno studio dell’Università del North Carolina mette in evidenza come il sistema dei Like in realtà rappresenti da un punto di vista neurobiologico una montagna di scariche di dopamina, un neurotrasmettitore che tra tutte le sue funzioni è coinvolto nelle dipendenze e nei sistemi di gratificazione. Alcune persone sono particolarmente sensibili al mondo del social network, per svariati motivi, e i social si impossessano di loro attraverso il loro funzionamento. Postare commenti, foto, ed attendere con trepidazione i “like”. Si, molte volte “Like” da persone che nemmeno si conoscono, ma che fanno scattare la persona ad ogni trillo sullo smartphone. A volte tutto questo si traduce in una fonte di gioia, a volte in una fonte di frustrazione se non se ne sono ricevuti abbastanza (sulla base del criterio che la persona stabilisce).
Estasi digitale, tanto che le ricerche parlano di circa 21 milioni di utenti in Italia, che si aggiudica la prima posizione nell’utilizzo dei social network.

Ma con chi si è connessi?Sicuramente con persone che si conoscono personalmente ma anche con tante che non si conoscono e sono li a riempire liste. Perché diventa così importante collezionare friends? Probabilmente facebook non nasce con questo proposito, ma sono le persone che ne hanno fatto questo utilizzo. Facebook, Twitter, Instagram (per citare i più conosciuti), diventano per alcune persone “le persone” da salutare la mattina quando si beve il caffé, “le persone” che accompagnano la giornata, “le persone” che stanno vicine sino a quando non si spegne la luce per dormire.  Molte volte trascurando le persone reali, e così, le persone che ne sono dipendenti e che si lasciano intrappolare da questo sistema aumentano progressivamente il tempo in rete tanto da compromettere la propria vita reale; se non possono connettersi soffrono, diventano irritabili fino a stati di agitazione o depressione.
“Ci sono anche io“, così sembrano dire le storie di tanti dipendenti da social network. Così, vicino agli amici in carne ed ossa, durante un pranzo di famiglia, durante il lavoro, con il/la propria/o partner si sacrificano momenti di contatto reale. Si è più abituati a guardare il riflesso degli schermi degli smartphone e quegli odiosi like, montagne di click a volte messi a caso o con superficialità, che guardare negli occhi una persona reale o affettivamente importante. Probabilmente poco importa una chiacchierata con il vicino di ombrellone al mondo di Instagram, ma quello che emerge è che diventa importante che in quella spiaggia ci sia una buona connessione ad internet. Così se manca per una giornata, il dipendente da social si trova a dover fronteggiare stati di nervosismo e frustrazione. Un vissuto di esclusione rispetto ad un mondo che in quel momento ha smesso di esserci.
Molti potrebbero rispondere: si, ma è un modo anche per socializzare.
Ma forse, così come dicono alcuni studi, l’area su cui fa leva il social network e la like-addiction sta proprio nella lettura della scarica di dopamina da un punto di vista neurobiologico e sistemi di gratificazione da un punto di vista più psicologico. Un “mi piace” equivale, biochimicamente parlando, a ingurgitare cibi che adoriamo, a fare sesso e, purtroppo, a assumere sostanze psicotrope.
Uno studio svedese mette in evidenza come per gli utilizzatori dei social network il 77% legge gli aggiornamenti di status,  il 69% mostra incoraggiamento e il 66% far sapere agli altri che si ha un interesse per loro.
Il comportamento di controllare costantemente le notifiche e il desiderio di like a post o foto sia il modo principale per verificare la percezione che gli altri hanno della persona. Così viene descritto nello studio. Anche da un punto di vista motivazionale, spesso si innesca un meccanismo di competizione. Piacere di più rispetto ad altri, a tutta questa schiera di “amici” che a volte di sfuggita mettono un “like”, contribuiscono alla creazione di un’identità online. Nel mondo virtuale poco importa se uno è timido o egocentrico, se affettivamente funziona o se è algido. Il social diventa un palcoscenico dove mettersi in gioco. Poco cambia dalla realtà, ma forse guardare uno schermo di uno smartphone è più semplice che guardare gli occhi di una persona. E così, commentare, scherzare, notificare diviene sempre più semplice.
Così il social diventa spesso un nido su cui stare, lontani da una vita reale a volte frustrante, a volte che non si sa gestire. Le possibilità sono tante sulla base del senso e il significato che ogni persona, che soffre di dipendenza da internet, ha.

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