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lunedì 24 giugno 2019

L’educazione deviata del dare del “lei”


L’educazione deviata del dare del “lei”
Dare del “lei” è il segno più presente e pressante di un’”educazione” inculcataci a forza da questa insana civiltà.
Ce lo dicono continuamente e spesso ce lo impongono di rivolgerci con il “lei” alle altre persone quando esse non sono conosciute, quando rivestono cariche pubbliche o comunque importanti (dirigenti, manager ecc,) ecc. quindi ci siamo convinti nel tempo che questa comunicazione sia la più idonea, la più efficace a relazionarci o ad ottenere i risultati perseguiti.

In realtà la comunicazione del “lei” è una comunicazione di “separazione”, divide gli interlocutori e li pone su piani differenti, tale forma di colloquio riduce drasticamente ogni forma di empatia e comprensione; non consentendo di cogliere il vero senso del messaggio dell’altro genera a livello inconscio frustrazioni, distacchi e non garantisce di certo i migliori risultati.

Il voluto distacco(dividi et impera) introdotto col “lei” si arricchisce poi di ulteriori fardelli emotivi, comportamentali e relazionali quando gli interlocutori scoprono(o sanno) i rispettivi ruoli sociali quindi le gerarchie-importanze degli stessi;
l’interlocutore che si ritiene, anche a torto, più “elevato”, importante o intelligente a livello inconsapevole aggiunge una sottile vena di arroganza – autorità, al contrario chi si percepisce “inferiore” o di nessun ruolo sociale di rilievo ci mette, suo malgrado(inconsapevolmente), una “punta” di reverenza-sudditanza.
Se poi i due si percepiscono entrambi “più importanti” accade che la comunicazione diventa caotica, infruttuosa e scarsamente comprensibile, molto meglio se essi si percepiscono “inferiori” in detta circostanza infatti si ammirano a vicenda e la comunicazione sarà ben più proficua.
Il “lei” infatti viene usato quando non si vuole rimanere troppo invischiati in un argomento(ad es. vedasi le comunicazioni sui social), ad una persona o una situazione anche se si tratta di relazioni tra “simili”.

Si tratta di comportamenti usuali installati ormai da tempo immemore nella nostra mente attinenti al programma(mentale) “cultura”. Sarebbe bello decidere di riprogrammarsi secondo le proprie volontà o esigenze, per aumentare l’empatia, per rendere la comunicazione efficace e comprensibile oltre che creare sincere e quindi durature amicizie usando i fatidico “tu”(ed io), una forma di comunicazione diretta e nient’affatto offensiva che dev’essere “sentita” dagli interlocutori che si interfacceranno sullo stesso “piano”, com’è in effetti in natura, ma le credenze si sa sono dure a morire!

E’ da millenni ormai che inculcano alle masse il “mantra” che dare del “tu” ha una connotazione negativa, che costituisce elemento di una comunicazione volgare, non efficace e troppo invasiva(o socializzante?) e noi ci abbiamo creduto in pieno.

Invero dare del “tu” significa invece porsi sullo stesso piano dell’interlocutore, dare se stessi all’altro poiché si riconosce l’altro come parte di sé o comunque di pari dignità, importanza, intelligenza, umanità… come dice un vecchio detto maya “in lak ech” (io sono un altro te)!
La comunicazione del “tu” tuttavia non è affatto facile, di questi tempi poi e quasi sempre fraintesa anche se attuata nel migliore dei modi, essa infatti richiede la massima semplicità, praticità di dialogo e soprattutto sincerità e profondo rispetto(assertività); anche se un solo elemento non è attuato la comunicazione viene percepita come invadente e irriverente.
Sarebbe bello vivere in una cultura del tu, del rispetto, della vera uguaglianza, ma l’umanità dopo “eoni” di programmazioni non è ancora capace di fare il salto verso se stessa, verso l’unione!
A volte tuttavia è utile usare del lei per avvicinare persone che altrimenti si allontanerebbero inesorabilmente in virtù di quella concezione educativa che chiamano civiltà, in detti casi il “lei” serve per avvicinare, farsi dare fiducia e poi con dolcezza e serenità passare al “tu”, una tecnica ben nota in PNL(programmazione neuro linguistica).
Marcello Salas

martedì 10 ottobre 2017

Perchè deridere i complottisti con una canzone??

Perchè deridere i complottisti con una canzone??

"Canto e non faccio politica ma rido dei complottisti” (Francesco Gabbani)
Dopo aver accettato il brano portato alla vittoria del Festival di Sanremo, una canzone che contornata da un buffo balletto scimmiottava le varie culture orientali, ci chiediamo: Perchè ridere dei complottisti?
Nella pagina controinformo.info ci viene spiegato il metodo per gettare nel ridicolo mediante una tecnica che consiste nello screditare una tesi attraverso una scorretta analogia.
Lo schema adottato dall’interlocutore, in questo caso, è il seguente:

1. Il soggetto A (“teorico del complotto”) sostiene la tesi X (“teoria del complotto”);
2. Il soggetto A (“teorico del complotto”) sostiene la tesi Y (“teoria del complotto”);
3. La tesi X (“teoria del complotto”), con molte probabilità, rientra nella categoria delle bufale;
4. Anche la tesi Y (“teoria del complotto”) deve per forza essere una bufala.

La tecnica di argomentazione appena esposta è definita “sofisma” e consiste in un ragionamento corretto solo all’apparenza.
Dopo un’attenta analisi, infatti, ci si accorge che, in realtà, si tratta di un dispositivo retorico atto a scardinare proprio le difese della logica.

Il fatto che noi tutti siamo portati a ragionare in base a sofismi e preconcetti involontari e spontanei realizzati inconsciamente dal nostro cervello, non li rende certo veri, anzi, l’utilizzo abituale di queste espressioni ci dà la misura di quanto sia facile abituarsi a ragionare in modo distorto.
Se, ai sofismi, si aggiungono inutili giri di parole e frasi che si contraddicono l’una con l’altra, ci troviamo di fronte a vere e proprie “armi di distrazione di massa“, abbiamo a che fare con la disinformazione allo stato puro.

Stavolta il tema centrale di “Pachidermi e Pappagalli” è quello del complottismo. Gabbani prova a raccontare con la sua immancabile ironia il bisogno dell’uomo di avere sempre una teoria su tutto. E spesso pur di darsi delle risposte fugge dalla realtà aggrappandosi a verità fantasiose trovate sul web o a presunte cospirazioni e complotti. Nel brano quando si parla di fuga, si fa riferimento ai luoghi comuni. Al fuggire da una determinata tipologia di cultura per poter tentare di essere anticonformisti ma che in realtà ci porta ad un conformismo maggiore.

Una canzone cantata con atmosfera allegra alla portata di tutti, ma soprattutto destinata ai più giovani che rappresentano la maggioranza degli utenti dei vari social.
Quindi trattare con la musica questo argomento particolari, (alcuni sostengono che la canzone affronti temi seri e discorsi banali privi di senso) significa rappresenta uno dei tanti metodi per cercare di spostare gli equilibri tra chi si fa influenzare da tutte le bufale presenti online e chi ritiene oggetto di sospetto ogni verità ufficiale decretata dalle istituzioni.

Diventa pertanto sempre più precario l'equilibrio tra informazione e disinformazione, tra la verità e la presunta tale!
Articoli correlati presenti nel blog: 

Di cosa parla Occidentali's Karma? cerchionelgrano.blogspot.it

Fonte: http://cerchionelgrano.blogspot.it/2017/10/perche-deridere-i-complottisti-con-una.html


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Sofismi e dissonanza cognitiva nella musica moderna ti portano lontano dalla verità 

Molti cantanti moderni esternano testi già pronti di cui non sanno nulla e puntano tutto sul ritmo, intanto grazie ai sofismi e alla dissonanza cognitiva, confondono le idee, distraggono da ciò che non si deve sapere, con le dolci melodie e ritmi a cui è difficile resistere, altro sofisma in quanto visto che la melodia è bella allora dice il vero e non dirà mai una menzogna… niente di più falso!

Solo un altro esempio, ma ce ne sono davvero tanti, troppi:

“Devi fare ciò che ti fa stare bene…”

“Devi fare ciò che ti fa stare bene(link al video-testo)…”

“…Pare che il brutto male nasca spontaneo da un conflitto irrisolto, vadano a dirlo a chi ha raccolto l’uranio nel conflitto in Kosovo…”  

Quindi vogliono deridere il fatto che un conflitto possa generare un brutto male, però(dissonanza cognitiva) devi fare ciò che ti fa stare bene(nel ritornello della canzone) e confondono con la parola “irrisolto”; nella realtà il conflitto se non viene risolto porta alla morte è la soluzione(conflitto risolto) che consente il ripristino della normalità biologica alterata dal precedente stato conflittuale intenso, ripristino della normalità alla medicina ufficiale del tutto sconosciuto e che dispregiamente chiama malattia.


Citano l’uranio (se ne parla qui e qui) pur sapendo che non c’entra nulla(o quasi) con le patologie dei soldati, ma tu devi sapere ciò che il sistema vuole. In un paio di frasi hanno inserito un sacco di carne al fuoco…


E a seguire:

“Chi se ne sbatte…

...di diete famose(alimentazione naturale), di strisce nel cielo(scie chimiche e geoingegneria) e di banche(signoraggio bancario)…”

Insomma bisogna lasciar perdere queste stronzate e fare ciò che ci fa stare bene, ma si guardano bene dall’approfondire cosa faccia veramente stare bene cioè una vita lontano da questo distruttivo sistema/società che, almeno in questo paese, ci vuole tutti morti e sepolti.

Il testo si continua ancora con altre frasi col solito effetto : farti rimanere felice nella tua ignoranza e schiavitù.

Boicottiamo questo tipo di musica/canzoni e diffondiamo la verità più scomoda al sistema capitalistico-demoniaco che governa il mondo, uniti possiamo fare tanto. 

Marcello Salas

Correlati:

venerdì 30 dicembre 2016

Persuasione & Tecniche di lavaggio del cervello usate attualmente sulla popolazione

Persuasione & Tecniche di lavaggio del cervello usate attualmente sulla popolazione

Dick Sutphen
SOMMARIO
- La nascita della Conversione/Lavaggio del Cervello nel Revivalismo Cristiano nel 1735.
- La spiegazione Pavloviana delle tre fasi cerebrali.
- I predicatori rinati: Passo-per-Passo, come essi conducono un revival ed i risultati fisiologici attesi.
- La tecnica della “parlata cadenzata (voice roll)” usata da predicatori, avvocati e ipnotisti.
- Le nuove chiese induttrici di trance.
- I 6 passi per la conversione.
- Il processo di decognizione.
- Le tecniche per l'arresto del pensiero.
- La tecnica di vendita attraverso il fanatismo.
- Veri credenti e movimenti di massa.
- Tecniche di persuasione: “Set del si”, “Comandi subliminali”, “Shock e confusione”, e la “Tecnica della disseminazione”.
- I messaggi subliminali.
- Onde vibrate e ELF (frequenza estremamente bassa).
- L'induzione del trance attraverso suoni vibrazionali.
- Anche osservatori professionisti possono essere “posseduti” nei raduni dei carismatici.
- La tecnica della “sola speranza” per frequentare e non essere convertiti.
- Programmazione Neurofonica invisibile attraverso la pelle.
- Il mezzo per la presa del potere sulle masse....

LA NASCITA DELLA CONVERSIONE/LAVAGGIO DEL CERVELLO NEL REVIVALISMO EVANGELICO DEL 1735
CONVERSIONE è un eufemismo per dire LAVAGGIO DEL CERVELLO; e qualsiasi studio sul lavaggio del cervello deve cominciare con uno studio sul Revivalismo della cristianità nell'America del 18° secolo. Apparentemente, Johnathan Edwards scoprì per caso le tecniche nel 1735 durante una missione religiosa a Northampton, nel Massachusetts. Inducendo senso di colpa ed acuta apprensione e aumentando la tensione, i “peccatori” che partecipavano ai suoi incontri revivalisti crollavano e si sottomettevano completamente. Tecnicamente, ciò che Edwards stava facendo era creare le condizioni che riducono il cervello a una tabula rasa, in modo che la mente accetti poi la nuova programmazione. Il problema era che il nuovo input era negativo. Egli diceva loro: “Sei un peccatore! Andrai all'inferno!” Di conseguenza, una persona si suicidò e un'altra tentò il suicidio.

Charles J. Finney fu un altro Revivalista che usò le stesse tecniche quattro anni più tardi nel corso di conversioni religiose di massa a New York. Le tecniche sono ancora usate oggigiorno dai revivalisti evangelici, dai pentecostali, dai carismatici, dalle sette gnostiche, dagli sviluppatori di potenziale umano, da società commerciali di vendita MLM, e dalle Forze Armate degli Stati Uniti... per citarne solo alcuni.

Voglio specificare che non credo che la maggior parte dei predicatori revivalisti sia consapevole o sappia di usare delle tecniche di lavaggio del cervello. Edwards semplicemente trovò per caso una tecnica che funzionava davvero, ed altri la copiarono ed hanno continuato a copiarla per più di 200 anni. E più la nostra conoscenza e tecnologia divengono sofisticate, più efficace risulta la manipolazione. Sono convinto che questo sia uno dei fattori primari della crescente ascesa del fondamentalismo, specialmente quello televisivo.

LA SPIEGAZIONE PAVLOVIANA DELLE TRE FASI CEREBRALI
I Revivalisti saranno pure stati i primi a formulare con successo il lavaggio del cervello, ma dobbiamo rivolgerci ad uno scienziato russo, Pavlov, per averne una spiegazione tecnica. Ai primi del '900, il suo lavoro con gli animali ha aperto la porta ad ulteriori indagini sugli esseri umani. Dopo la rivoluzione russa, "Lenin" colse subito le potenziali applicazioni della ricerca di Pavlov per i propri fini.
Pavlov identificò tre distinti e progressivi stati di inibizione transmarginale. La prima è la fase EQUIVALENTE, in cui il cervello dà le stesse risposte a stimoli forti e deboli. La seconda è la fase PARADOSSALE, in cui il cervello risponde più attivamente agli stimoli deboli che ai forti. E la terza è la fase ULTRA-PARADOSSALE, in cui le risposte condizionate e gli schemi di comportamento cambiano da positivi a negativi o da negativi a positivi. Con il progresso da una fase all'altra, il grado di conversione si consolida e diviene completo. I modi per ottenere una conversione sono vari e molteplici, ma di solito il primo passo del lavaggio del cervello politico o religioso consiste nel lavorare sulle emozioni di un individuo o di un gruppo fino a che questi raggiungano un livello abnorme di rabbia, paura, eccitazione o tensione nervosa. Il graduale risultato di questa condizione mentale è la compromissione delle facoltà di giudizio e l'incremento della suggestionabilità. Più si riesce a mantenere o incrementare questa condizione, più questa si aggraverà. Una volta che viene raggiunta la catarsi, o la prima fase cerebrale, la completa possessione mentale diventa più facile. La programmazione mentale esistente può essere sostituita con nuovi modelli di pensiero o di comportamento. 

Altri strumenti frequentemente usati per modificare le normali funzioni cerebrali sono:il digiuno, le diete radicali o con eccesso di zuccheri, le sofferenze fisiche, il controllo del respiro (come nello Yoga), la recita di mantra durante la meditazione, la scoperta di misteri terrificanti, effetti sonori o luminosi, il responso programmato all'incenso, o le droghe psicotrope. 
Gli stessi risultati possono essere ottenuti, nei trattamenti psichiatrici contemporanei,attraverso l'elettroshock, ed addirittura abbassando artificialmente il livello di zuccheri nel sangue di una persona con delle iniezioni di insulina. Prima di addentrarmi nelle modalità di applicazione di alcune di queste tecniche, voglio sottolineare che l'ipnosi e le tattiche di conversione sono due cose del tutto differenti – e che le tecniche di conversione sono di gran lunga più potenti. Tuttavia, le due cose vengono usate spesso in sinergia, con risultati formidabili. 

I PREDICATORI EVANGELICI RINATI: Passo-per-Passo, come essi conducono un revival, ed i risultati fisiologici attesi
Se siete curiosi di vedere un predicatore revivalista al lavoro, ne troverete probabilmente molti nella vostra città. Andate nella chiesa o nella sala di buon ora e sedetevi nelle ultime file, circa a tre quarti della stanza verso il fondo. Molto probabilmente sarà diffusa una musica ripetitiva, mentre i fedeli affluiscono per la funzione. Un ritmo ripetitivo, idealmente di 45-72 battiti al minuto (un ritmo vicino a quello del cuore umano), è estremamente ipnotico, e può generare uno stato di coscienza alterata ad occhi aperti in una grande percentuale di persone. E una volta che siete in uno stato alfa, sarete 25 volte più suggestionabili di quanto sareste in uno stato di piena coscienza beta. La musica è probabilmente la stessa per ogni funzione, o è basta sullo stesso ritmo, e molte persone cadranno in uno stato di coscienza alterata immediatamente nell'ingresso alla sala. In maniera subconscia, ricorderanno il loro stato mentale in funzioni precedenti e reagiranno secondo la programmazione post-ipnotica. Osservate le persone mentre aspettano che cominci la funzione. Molti di loro mostreranno i segni esteriori di un trance – rilassamento fisico e pupille leggermente dilatate. Spesso si metteranno a dondolare avanti e indietro sui loro sedili con le mani in aria. Poi probabilmente entrerà l'assistente del pastore. Che di solito è piuttosto esperto nella “parlata cadenzata (voice roll)”.

LA TECNICA DELLA PARLATA CADENZATA (voice roll) usata da telepredicatori evangelici, avvocati e ipnotisti 
Una “parlata cadenzata” è uno stile vocale scandito e regolare usato da molti ipnotisti per indurre uno stato di trance. Viene usata anche da molti avvocati, parecchi dei quali sono ipnotisti ben addestrati, quando desiderano imprimere fermamente un determinato dettaglio nella mente dei giurati. Una “parlata cadenzata” può suonare come se colui che parla stesse seguendo il ritmo di un metronomo, o come se egli enfatizzasse ogni parola in maniera regolare e monotona. Di solito le parole saranno pronunciate ad un ritmo di 45-60 battiti al minuto, il che ottimizza l'effetto ipnotico.

A questo punto quindi l'assistente del pastore inizierà la fase “di riscaldamento”. Indurrà uno stato di coscienza alterata e/o comincerà a generare eccitazione o attesa nella sala. Di seguito, un gruppo di donne vestite di “dolce e puro” chiffon potrebbero uscir fuori per cantare una canzone. I canti gospel sono ottimi per suscitare eccitazione e COINVOLGIMENTO. Nel mezzo della canzone, una delle ragazze potrebbe essere “colpita dallo spirito” e cadere giù, o comportarsi come se fosse posseduta da uno spirito. Una scena come questa incrementerà la tensione nella stanza. A questo punto, vengono mescolate tecniche di ipnosi e di conversione. E il risultato è che l'attenzione del pubblico è ora totalmente concentrata sulla comunicazione mentre l'ambiente diventa più carico di eccitazione e tensione. 

All'incirca a questo punto, quando è stato raggiunto uno stato mentale alfa ad occhi aperti di massa, ci sarà la raccolta della questua con un cestino o un piatto. Come sottofondo, la voce cadenzata al ritmo di 45 battiti per minuto del predicatore assistente potrebbe esortare: “Date a Dio...date a Dio...date a Dio...” E la congregazione darà di sicuro. Dio potrebbe non ricevere mai quei soldi, ma il suo già ricco rappresentante li riceverà di certo. Di seguito, il predicatore di fuoco-e-fiamme verrà fuori. Costui induce la paura ed incrementa la tensione parlando del “diavolo” e di “andare all'inferno” dove brucerai eternamente.

Nell'ultimo raduno di questo tipo a cui ho partecipato, il predicatore ha parlato del sangue che ben presto sarebbe sgorgato da ogni rubinetto nel paese. Era anche ossessionato con una certa “ascia insanguinata di Dio”, che tutti avevano visto appesa sopra il pulpito la settimana precedente. Non ho dubbi che tutti l'abbiano vista – il potere della suggestione data a centinaia di persone in ipnosi assicura che tra il 10 e il 25% almeno dei presenti veda qualsiasi cosa lui suggerisca. Nella maggior parte delle adunanze revivaliste, la “testimonianza”, diretta o indiretta, segue di solito il sermone basato sulla paura. Persone dal pubblico salgono sul palco e raccontano le loro storie: “Io ero storpio e adesso cammino!” o “Io avevo l'artrite e ora mi è passata!”.

Si tratta di una manipolazione psicologica di sicuro effetto. Dopo avere ascoltato le numerose testimonianze di guarigioni miracolose, il fedele medio nel pubblico con un problema di poca importanza è sicuro che sarà guarito. La sala sarà carica di paura, senso di colpa, intensa eccitazione, ed aspettative. A questo punto quelli che vogliono essere guariti saranno spesso messi in fila intorno al perimetro della stanza, o saranno invitati a farsi avanti sul palco. Il predicatore potrebbe toccarli con decisione sulla testa e gridare“Che tu sia guarito!” Questo rilascia l'energia psichica, e per molti, il risultato è la catarsi. La catarsi è uno sfogo di emozioni represse. Gli individui potrebbero mettersi a piangere, cadere in terra, o anche essere colti da convulsioni. E se essi provano la catarsi, hanno anche la possibilità di essere guariti. Nella catarsi (una delle tre fasi cerebrali menzionate sopra), il cervello è temporaneamente ridotto a una tabula rasa ed è accettata la nuova suggestione. 

Per alcuni, la guarigione potrebbe essere permanente. Per molti, durerà da quattro giorni a una settimana, che, guarda caso, è la durata di una suggestione ipnotica data ad un sonnambulo. Anche se la guarigione non dura, se i soggetti ritornano ogni settimana il potere della suggestione potrà di volta in volta far dimenticare il problema o talvolta, purtroppo, potrà mascherare un problema fisico che alla lunga potrebbe diventare invalidante per la persona che ne soffre. Non sto dicendo che non avvengano mai guarigioni. Esse a volte avvengono. Forse perchè l'individuo coinvolto è disposto a liberarsi della negatività che ha causato il problema in primo luogo. Tuttavia io sostengo che risultati simili si possono spiegare con le attuali conoscenze sul funzionamento del cervello e della mente umani.
LE RELIGIONI CHE INDUCONO LA TRANCE
Le tecniche e gli stratagemmi variano da religione a religione. Molti usano il cosiddetto“parlare in lingue” per generare la catarsi in alcuni, mentre lo spettacolo stesso crea un'intensa eccitazione negli spettatori.

domenica 12 luglio 2015

Come gestire le Emozioni

Come gestire le Emozioni

Esistono aspetti della nostra mente che ci sono del tutto sconosciuti, ma che controllano e gestiscono gran parte della nostra vita. Sigmund Freud chiamò il “luogo” dove risiedono questi misteriosi “dittatori” inconscio. Questo è un luogo primordiale, dove le “leggi” che lo governano risalgono a prima che l'uomo imparasse a parlare. Milioni di anni di evoluzione le hanno ben radicate all'interno di noi. Esse sono talmente sicure di ciò che è bene e male per noi che non hanno mai un attimo di esitazione per farsi rispettare. E lo fanno attraverso quelle reazioni che suscitano in noi sensazioni che abbiamo imparato a chiamare emozioni.

Il nostro animo ricorda molto un iceberg, dove la parte di cui siamo coscienti e che crediamo di poter controllare nell'immediato è soltanto la punta, mentre la parte soggetta ad automatismi (e quindi del tutto non soggetta alla nostra volontà immediata) è di gran lunga la parte più grande e più sommersa. Ma questo è un esempio classico utile per avere un'idea delle dimensioni e per capire quanto ciò che percepiamo di noi stessi sia illusorio. Per comprendere invece come la parte sommersa e automatica (l'inconscio) agisce e influenza le nostre scelte quotidiane, sovrastando la nostra volontà, oggi possiamo fare riferimento a un altro esempio: il computer. I computer, come ormai tutti sappiamo, funzionano attraverso dei programmi preimpostati: noi inseriamo dei dati e, in funzione alle “leggi” che il programmatore ha impostato, otteniamo dei risultati. Se le “leggi” impostate dal programmatore corrispondono alle nostre esigenze allora non sussiste nessun problema; se, viceversa, queste “leggi” sono molto diverse da ciò che vogliamo ottenere, allora potremo insistere quanto vogliamo ma non cambierà mai niente, a meno che non reimpostiamo il programma. Per chiare meglio la questione, faccio un esempio molto semplice. Quando dobbiamo scrivere una lettera con il computer apriamo un programma di scrittura (come Microsoft Word, Pages o simili). Se il programma è preimpostato secondo le nostre esigenze (a esempio la lingua è “italiano” e le impostazioni di pagina e dei caratteri corrispondono a ciò di cui abbiamo bisogno), allora ci basterà scrivere e otterremo ciò che vogliamo; ma se le impostazioni sono completamente diverse dalle nostre esigenze (a esempio la lingua è “russo”, i caratteri cirillici e noi non conosciamo né il russo né l'alfabeto cirillico), potremmo anche continuare a insistere a scrivere al meglio delle nostre conoscenze mettendo tutto l'impegno di questo mondo, ma il risultato sarà sempre nefasto. A meno che, naturalmente, prima di scrivere non impostiamo tutto secondo le nostre necessità.

La nostra mente funziona in un modo molto simile, dove il nostro inconscio è il “luogo di programmazione” mentre la parte cosciente è dove vengono immessi gli input di esecuzione.

I “programmi” presenti nel nostro inconscio sono convinzioni radicate che non passano più attraverso il filtro della riflessione ma agiscono secondo il principio dello stimolo-reazione. Un esempio tipico è il fumo. Se abbiamo “creato” un “programma” che ci “dice” che di fronte a uno stato di ansia è bene accendere una sigaretta per farlo sparire, allora ecco che andremo immediatamente alla ricerca di un pacchetto di sigarette per accenderne una il prima possibile. Il problema è che, come abbiamo detto, l'inconscio agisce sotto il principio dello stimolo-reazione, e questo significa che non si preoccuperà del “perché” quello stato di ansia si è presentato (che potrebbe anche essere dovuto a una sciocchezza, come non riuscire a trovare le chiavi della macchina), ma più semplicemente “sa” che al presentarsi di quel tipo di stimolo emotivo deve reagire accendendo una sigaretta. E, proprio come nel caso del programma di scrittura, potremmo continuare a insistere quanto vogliamo a livello cosciente per modificare questa situazione, ma sarà tutto inutile: almeno fino a quando non decideremo di ristrutturare le nostre convinzioni interne radicate, il nostro “programma” inconscio. Tutto ciò, ovviamente, non vale soltanto nel caso del fumo, ma in tutte quelle situazioni che fanno emergere in noi emozioni.

Certo, molte emozioni emergono al momento giusto perché sane e positive; ma molte altre, purtroppo, ci limitano e ci bloccano in quanto si presentano nel momento sbagliato. Caso tipico è quando ci accingiamo a salire su di un palco per parlare a una vasta platea. A molte persone basta già soltanto il pensiero per entrare in uno stato di ansia (addirittura a molti è sufficiente già il solo fatto di salire su di un palco senza pubblico!). Questo tipicamente avviene perché siamo convinti, a livello inconscio, che tutta quella gente è lì pronta a giudicare e a condannare ogni più piccola azione e, quindi, l'intera nostra persona. E, ovviamente, presentandoci così insicuri di fronte a loro sarà qualcosa che si realizzerà poiché quell'insicurezza ci porterà a commettere errori e a essere impacciati. Alla fine la profezia nefasta si sarà realizzata soltanto perché siamo stati noi a creare le necessarie condizioni! Potremmo continuare all'infinito con gli esempi, ma credo che ci siamo capiti. A questo punto sorge una naturale domanda: esiste un modo per gestire in qualche modo tutto questo? La risposta è sì e ha anche un nome: attraverso la Visualizzazione.

La Visualizzazione è una tecnica molto antica e, allo stesso tempo, molto moderna. Veniva già usata nelle scuole di oratoria del mondo antico e oggi è alla base delle tecniche di coaching. In pratica consiste nell'immaginare in maniera vivida la situazione che si vuole affrontare “vedendosi” in un atteggiamento vincente e privo di paure. Detta così può suonare come qualcosa di strano e poco pratico. Ma rifletteteci un attimo. Cos'è che fate quando vi “viene l'ansia” al solo pensare una situazione che dovete affrontare? Non state forse “visualizzando” in maniera vivida tutto quello che potrebbe andare storto? A fare questo molti di noi sono bravissimi. Ecco, la Visualizzazione è esattamente questo.

Tutti coloro che si fanno gestire da stati emotivi ingovernabili al solo immaginare una situazione, sono bravissimi in quest'arte: il solo problema è che la utilizzano in modo distruttivo, e così facendo ne rinforzano l'automatismo.

Il punto centrale di tutto ciò è che il cervello non distingue tra ciò che immaginiamo come reale e ciò che avviene nella realtà fisica. È proprio a causa di questa sua caratteristica che arriviamo a vedere come “mostruose” alcune situazioni quotidiane che poi, per riflesso, ci portano a compiere azioni negative che non avremmo mai voluto. Il trucco consiste nello sfruttare a nostro vantaggio questa caratteristica del cervello imparando a visualizzare in modo positivo gli eventi che prima percepivamo negativi. In pratica dobbiamo imparare a programmare la nostra mente affinché tutto torni a nostro vantaggio.
Certo, per molti invertire la polarità della loro immaginazione è cosa ardua: dopo una vita passata a concentrarsi e a visualizzare sempre gli eventi in maniera negativa non è facile, da soli, invertire il processo. Per questo motivo oggi sta emergendo e prendendo sempre più piede la figura del Coach (Life Coach o Mental Coach) che altro non è che una persona che “allena” (da qui la parola “coach”) un'altra persona che ne fa richiesta a cambiare prospettiva alla propria immaginazione e, quindi, a migliorare gli eventi della vita reale che di questa sono causa.

Come scrive Richard Bandler, uno dei due padri fondatori della programmazione neuro-linguistica (PNL), «Libertà individuale significa avere la libertà di controllare i propri pensieri e di far manifestare le sensazioni che si desiderano nella propria vita».
È giunto il momento di essere noi a usare e gioire delle nostre emozioni e non più loro a usare noi.
micheleputrino@email.it



Ecco quanto contano le emozioni nella nostra vita (40 articoli)

sabato 28 marzo 2015

Le manipolazioni del marketing

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

L’inconscio che compra: come difendersi dalle manipolazioni del marketing

Una parte consistente della nostra vita è governata dall’acquisto di beni e servizi. Anche se non ne siamo sempre consapevoli, ogni giorno dobbiamo decidere cosa comprare e cosa no, quanto spendere, quale marca preferire o a quale promozione aderire in una tempesta pressoché inarrestabile di messaggi pubblicitari e di suggestioni commerciali.
Il marketing è dappertutto: dalle confezioni dei prodotti alle insegne per strada, è sui giornali, sul web, ci raggiunge ormai per sms, per email e si palesa in televisione in centinaia di modi, alcuni molto indiretti, come l’inserimento di loghi e scritte a margine di un programma.

Sul piano psicologico è affascinante considerare che, nonostante questa immensa mole di messaggi e di manipolazioni comunicative che è il linguaggio della pubblicità, la maggioranza delle persone ritenga le proprie scelte d’acquisto frutto di scelte razionali e ponderate, senza sapere che in gran parte e in realtà spende il proprio denaro immersa in uno stato quasi ipnotico e in una condizione costruita per condizionare deliberatamente il suo comportamento.

Il marketing dell’inconscio. Ormai la psicologia del marketing si avvale di strumenti e di metodologie scientifiche finalizzate ad aumentare significativamente la probabilità d’acquisto di una marca facendo leva sull’inconscio dei consumatori.
La strategia più usata è quella di saturare l’attenzione delle persone investendole contemporaneamente di segnali sensoriali, visivi e auditivi, mirati a indurre uno stato emotivo positivo e propenso all’acquisto. Questo effetto, per esempio, è ottenuto con la discreta diffusione di musiche e gingle. Julian Treasure, un esperto inglese, ha scoperto che, al contrario, negozi e attività silenziosi subiscono un calo del 28% del volume d’affari. Ma basta riconoscere che ognuno di noi ha memorizzato il sottofondo di uno spot famoso e lo ricorda anche a distanza di anni per comprendere l’effetto persuasivo del suono e la sua capacità di indurre sentimenti di familiarità col prodotto che reclamizza.


I colori della persuasione. Anche la scelta dei colori, dei loghi e delle immagini presenti negli spazi commerciali risponde minuziosamente a criteri scientifici: per esempio, il blu e il bianco, le tonalità lavanda e argento sono preferite nel marketing dei prodotti per la cura della persona in quanto il nostro sistema percettivo li associa automaticamente alla sensazione di pulito e di serenità; il rosso, il marrone, il nero e l’oro sembrano condizionare il consumatore all’idea dell’efficacia, della qualità e del lusso; il verde, il giallo e l’arancio sono associati, sempre inconsciamente, alla naturalità e all’affidabilità, e sono i colori più persuasivi nella vendita di prodotti alimentari e finanziari.

Marche strategiche. Allo stesso modo, i nomi dei prodotti sono accuratamente progettati su base neuro-linguistica per suggestionare positivamente il consumatore e fare in modo che il suono stesso della marca faccia pensare alle qualità del prodotto: nomi dal suono delicato per l’igiene intima, nomi dal suono deciso per il pubblico maschile e sempre nomi brevi e facili da ricordare, così che quando pensiamo di aver bisogno di una certa cosa, la nostra memoria implicita ci faccia ricordare in un lampo una certa marca, anziché un’altra.
 
La familiarità, lo status e l’erotismo. Questo affascinate gioco ipnotico della psicologia del marketing è focalizzato su tre obiettivi: la familiarità, lo status e l’erotismo.

La familiarità. Il nostro cervello risponde prontamente a stimoli noti, già in memoria. Ciò che è familiare viene inconsciamente riconosciuto e automaticamente preferito a ciò che è ignoto. Per questo motivo il nostro habitat è costellato di loghi e brand anche molto piccoli e all’apparenza innocui perché privi di un esplicito invito all’acquisto. Siamo dotati di una memoria inconscia che “vede” e immagazzina stimoli al di là della nostra consapevolezza e che, al momento dell’acquisto, ci spinge a scegliere istintivamente un prodotto che il nostro inconscio identifica come familiare, anche se non ne siamo coscienti.

Lo status. Siamo animali sociali e, come tali, i nostri bisogni prevalenti riguardano il desiderio di essere apprezzati dagli altri e di veicolare un’immagine positiva e attraente. Così, gli strateghi del marketing sono consapevoli di vendere autostima, sicurezza, valori e non profumi, telefoni, merendine o quant’altro.
Per ingannare la razionalità del compratore, nulla è più strategico che trasferire col messaggio pubblicitario la suggestione di esclusività, di forza, di successo e di bontà e convincere che il possesso di un certo bene o servizio trasfonderà magicamente tranquillità, fascino o potere personale.
 Sembra una cosa complicata, ma non lo è. Il nostro sistema emotivo e motivazionale funziona per gran parte al di là della nostra razionale consapevolezza, e detiene il primato in ogni scelta della nostra vita. Peccato che si comporti più o meno come un bambino di 4 anni e che, a nostra insaputa, faccia quello che gli pare, compreso il lasciarsi abbagliare dal grande Paese dei Balocchi della persuasione occulta. Così, per comprarci un po’ di status, siamo disposti a spendere anche il 500% del reale valore di un prodotto, come insegna l’industria del lusso.

L’erotismo. Ed ecco, infine, il colpo da maestro del marketing, quello che funziona più di tutti, specie sui prodotti più costosi ed insignificanti sul piano razionale, l’infallibile utilizzo di allusioni erotiche e suggestioni sessuali. Si pensi allo spot della Fiat, a base di Viagra o all’inzupposo spot di biscotti extralarge con Antonio Banderas. Eserciti di casalinghe ultra-provocanti, di profili maschili nudi e di doppi sensi subliminali portano milioni di euro nelle casse degli esperti di comunicazione e in quelle dei loro clienti sfruttando, a volte sfacciatamente, la credulità dell’inconscio, contro cui il consumatore inconsapevole è disarmato in quando saldamente ancorato al suo illusorio libero arbitrio.

Trappole cognitive per creare l’occasione d’acquisto. Nella presentazione di un’offerta, la psicologia del marketing utilizza di infinite astuzie per aggirare la razionalità del consumatore e indurlo all’acquisto. Una parte di queste strategie sfrutta i punti deboli del sistema cognitivo umano a proprio vantaggio. Per esempio, è dimostrato che offrire  al cliente prima i prodotti più cari e dopo quello meno cari aumenta significativamente la possibilità d’acquisto, soprattutto delle proposte di fascia media e medio alta. Fare il contrario, invece, sembra ridurrebbe la propensione alla spesa. Questo effetto appare del tutto illogico ed è dovuto all’attitudine spontanea del cervello a identificare arbitrariamente come valido elemento di confronto il primo dato che viene presentato. Quindi un “ancoraggio” mentale all’offerta più cara rende maggiormente desiderabile il prodotto più vicino alla fascia alta di prezzo. E che dire dei prezzi con tutti quei 9 e quei .99 centesimi? Sfruttano il fatto che il cervello emotivo dà per buona la prima cifra del prezzo in quanto elabora le informazioni in modo globale e non analitico. Per esempio, tra 10 e 19.99 o tra 40 e 49 euro, il costo percepito è sempre più vicino al 10 e al 40. Si crea insomma un’illusione di convenienza dell’offerta che aumenta la probabilità dell’acquisto.

Per i consumatori è importante conoscere le strategie del marketing  per essere più responsabili e accurati nelle proprie scelte e difendersi dalla manipolazione della pubblicità, soprattutto perché le strategie utilizzate per influenzare il comportamento d’acquisto possono essere utilizzate per orientare altre ben più significative scelte come quella di voto e l’opinione su fatti di rilevanza sociale.
Enrico Maria Secci, Blog Therapy

martedì 3 febbraio 2015

PNL, cambiare lo stato emotivo


Nella Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) ci si riferisce allo “stato” di una persona nel descrivere la sua condizione emotiva: umore, pensieri e sentimenti.

Mentre mi stai leggendo in che stato emotivo ti trovi? Sei felice, arrabbiato, triste, euforico, eccitato, sconvolto, gioioso, curioso o concentrato?
Lo stato in cui ti trovi ha un effetto immediato sul tuo comportamento, su come ti percepiscono gli altri e su cosa ricavi dalle esperienze che fai. In poche parole influenza il modo in cui vedi il mondo ed i risultati che otterrai.

Quando sei adirato sperimenterai il mondo in modo molto diverso rispetto a quando sei fiducioso!

Poiché il nostro stato è determinato dalle immagini che costruiamo dentro di noi, le nostre rappresentazioni interne, e dalla nostra postura, puoi imparare a cambiare le tue immagini, attraverso le submodalità, e a come ti muovi in modo da cambiare il tuo stato.

La condizione mentale influenza il modo in cui ti muovi ed il modo in cui ti muovi influenza la tua condizione mentale!

Pensa alla tua postura quando sei triste: sguardo basso, testa inclinata, schiena curva e invece a quando sei arrabbiato: petto in fuori, sguardo avanti e testa in linea!
Ora, com’è ovvio, a volte ti sentirai bene, altre volte no, e ti può capitare di passare dalla tristezza alla felicità o dalla rabbia alla gioia. In genere, però, ti troverai più o meno a metà strada e questo sarà il tuo stato emotivo di base che è determinato dalla modalità in cui sei solito vedere il mondo.

Un nuovo stato emotivo
Puoi cambiare il tuo stato emotivo cambiando l’oggetto dei tuoi pensieri!
E’ importante imparare quanto la creazione di immagine mentali negative o positive influenzi la tua postura ed il tuo stato mentale. Esercizio:
  • pensa ad un momento in cui ti è successo una cosa spiacevole
  • nota come ti senti quando ripensi questi esperienza
  • presta attenzione al tuo corpo
  • ora cancella di netto lo schermo mentale, rendi tutto buio
  • ricorda un momento in cui sei stato felice
  • osserva cosa provi nel ricordare ciò che è accaduto
  • adesso presta attenzione al tuo corpo

Notate le differenze? Bene!
Quale stato emotivo ti è più utile?
Indipendentemente dalla situazione in cui ti trovi, cambiare lo stato mentale da negativo a positivo darà sempre i suoi frutti.

Nel momento che metti nella tua testa immagini e suoni che ti fanno star bene, allontani le immagini ed i suoni che ti provocano dispiacere! Questo significa che in ogni momento, se vuoi, puoi avere lo stato emotivo più performante per quello che stai facendo!
Questa tecnica del cambiamento dello stato, oltre ad usarla nelle sessioni di life coaching, la uso anche per gli sportivi e gli atleti professionisti per dare il meglio di se nella gara o nella competizione!

giovedì 11 settembre 2014

Lo straordinario potere delle parole



La parola è magia! Il potere della Parola

La Parola è lo strumento che uso nel mio lavoro quotidiano per aiutare le persone. E ogni giorno le riconosco un potere sempre maggiore!
Non a caso Sigmund Freud una volta disse: “È impossibile conoscere gli uomini senza conoscere la forza delle parole.”
Lo stesso Freud, sempre sulla Parola, si è così espresso: “In principio parole e magia erano una sola cosa, e perfino oggi le parole conservano molto del loro potere magico. Attraverso le parole ognuno di noi può dare a qualcun altro la massima felicità oppure portarlo alla totale disperazione; attraverso le parole l'oratore trascina il pubblico e ne determina giudizi e decisioni. Le parole suscitano emozioni e sono il mezzo con cui generalmente influenziamo i nostri simili”.

Della Parola, e dei suoi usi “magici”, ne sono rimasto subito affascinato sin da quando ho iniziato a studiare per diventare un coach professionista e un trainer di PNL.
Usi magici, già, è proprio così che è nata la Programmazione Neuro-Linguistica, quando un giovanotto curioso (R. Bandler) si imbatté in un terapeuta che era anche un po’ mago. Questi, quando parlava con i clienti, riusciva a fare con le parole delle cose che sembravano magiche.
Bandler, ascoltando le audio-cassette delle registrazioni di sedute di terapia della Gestalt, le trascriveva, e ben presto si ritrovò ad imitare gli schemi linguistici di Fritz Perls. Scoprì, rimanendone esterrefatto, di poter effettivamente ripetere la magia della Terapia.
Così, con la volontà di capire come funzionava, contattò uno dei suoi professori (Grinder), docente di linguistica, per farsi aiutare a comprendere come delle semplici parole e il solo fatto di esprimerle in modo particolare potessero avere un effetto così magico.
Dopo Fritz Perls, Bandler e Grinder, trovarono altri “maghi” come: Virginia Satir e Milton Erickson, e iniziarono ad estrapolare le strutture linguistiche di questi terapeuti che con il potere della Parola portavano a casa risultati fuori dal comune. Il comune denominatore di questi tre maghi della terapia è che usando le parole in un certo modo facilitavano le trasformazioni nella vita di uomini e donne.

Ora, come è possibile che l’uso sapiente della parola sia così potente nel determinare dei cambiamenti e delle migliorie nelle vite delle persone? Il concetto fondamentale da riprendere è che noi umani mappiamo le nostre esperienze proprio tramite il linguaggio. La parola è quindi l’àncora che richiama le esperienze passate ed è, di fatto, il sistema di ancoraggio più comune.
Anche gli studi sulla grammatica trasformazionale (Chomsky) mettono in risalto quanto la parola sia l’unico strumento di collegamento tra la struttura profonda e quella superficiale.
Vale a dire tra quello che ci accade realmente come esperienza, (struttura profonda), ovvero le rappresentazioni interiori, le immagini mentali, i suoni, le sensazioni a livello neurologico e inconscio e quello che effettivamente riusciamo a dire o a pensare consciamente (struttura superficiale).
La struttura superficiale è quindi una versione assai ridotta della nostra effettiva esperienza, e poiché nel passaggio da struttura profonda a struttura superficiale avvengono tre processi, quali: la distorsione, la cancellazione e la generalizzazione, ci possono essere delle limitazioni che impediscono la realizzazione del potenziale di ognuno di noi. Ed ecco che la parola, e il suo sapiente utilizzo, può liberare la persona e il suo potenziale.

Siamo abituati ad ascoltare il motto che “un’immagine vale mille parole”, eppure è vero anche il contrario. Robert Dilts, uno dei ricercatori più prolifici nella PNL, è solito dire nei suoi corsi: “Una parola vale come mille immagini.”
Ogni singola parola usata o ascoltata viene rappresentata internamente attraverso la ricerca transderivazionale. In altre parole, la nostra mente, per dare un significato ad una parola, passa inconsciamente in rassegna tutti i significati possibili che quella parola evoca, ed è strettamente dipendente dalle singole esperienze vissute.
Ora, per fare un esempio, leggendo la frase: “Ieri ho avuto un incidente…”, sarà sicuramente palese che non mi sono divertito e quindi il senso generale sarà inteso, ma, se non si faranno ulteriori domande che vanno ad indagare cosa sia successo, ogni lettore troverà per la parola “incidente” un’immagine diversa. Posso essermi tagliato con la carta, posso esser caduto dalla moto, posso esser inciampato su di un gradino e così via… è proprio il caso di ripetere che ogni parola vale mille immagini!

Il potere della parola è molto più forte di quanto comunemente si possa pensare e non deve rientrare esclusivamente ad utilizzo di coach e terapeuti, che della parola fanno il principale strumento lavorativo. E infatti, nelle mie sessioni di coaching non mi limito a usare la parola come strumento meramente lavorativo, uno dei miei principali obiettivi è che il mio coachee impari per se stesso e la sua vita di relazione quanto l’uso di parole potenzianti può far scaturire emozioni positive, mentre l’uso sbagliato delle parole può portarci inesorabilmente a stati depotenzianti e poco utili. Sottolineando quanto tutto questo accade sia che ci rivolgiamo agli altri sia che parliamo con noi stessi (dialogo interno).
Anthony Robbins dice: “Le parole che pronunci con convinzione emotiva diventano la vita che vivi, il tuo paradiso oppure il tuo inferno”. Troverai molto diverso, ad esempio, dirti “sono distrutto” e dirti, invece, ”ho le batterie un po’ scariche”. Le emozioni che suscitano i due modi di parlarti sono decisamente diverse e così anche la stanchezza percepita: nel primo caso ti sentirai molto più stanco che nel secondo. Soprattutto se quel “sono distrutto” continui a ripetertelo.

Le parole, comunque, non sono in sé buone o cattive ma, piuttosto, potenzianti o depotenzianti. Conoscere gli effetti che possono suscitare sulla mente inconscia (nostra e altrui) può aiutarci a stare meglio con noi stessi e con gli altri. Ci sono delle parole all’apparenza innocue che possono risultare del tutto negative per i nostri obiettivi. Sono quelle parole che creano una vera e propria barriera all’azione e spesso sabotano il nostro inconscio. Sto parlando dei famigerati predicati “provo a” e “cerco di”.
Di fronte ad una nuova sfida, ti è mai capitato di dirti “provo a superarla” o, ancor peggio, “cercherò di farlo”. Non si può “cercare di fare una cosa”: la si fa o non la si fa. Dicendo a te stesso “cerco di”, il cervello si chiede “vuoi che ci riesca oppure no?” E utilizzare addirittura il futuro significa procrastinare ulteriormente la decisione.
Altra parola cui fare attenzione è “devo”. Il “devo”, infatti, è autosabotante, perché ci mette di fronte ad un’imposizione, una costrizione che il nostro inconscio può prendere piuttosto male. E poiché la mente inconscia regola automaticamente la maggior parte dei nostri comportamenti, è probabile che ciò che “dobbiamo” ma non “vogliamo” diventi un boomerang. È quindi utile stoppare i “devo” che affiorano, e iniziare a chiederci se dietro quel “devo” c'è anche un “voglio” e, se sì, cominciare da subito a parlarci diversamente, sostituendo il “devo” con il “voglio” o il “posso”.

In conclusione, le parole che noi utilizziamo per descrivere la nostra esperienza diventano la nostra esperienza! Usando parole di qualità, parlando in modo positivo, anche la nostra realtà sarà migliore!
Questo articolo l’ho scritto per la rivista “CoachMAG – Il magazine del coaching” e puoi trovare l’estratto qui: “La parola è magia!”

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