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martedì 19 dicembre 2017

I bambini della nuova Era, spiritualmente più consapevoli

I bambini della nuova Era, spiritualmente più consapevoli

di Alessandra Morri
I bambini della Nuova Era sono estremamente intelligenti, vivaci, curiosi, multi-tasking, cresciuti tra latte e tablet sono dotati di un cervello più percettivo e meno simbolico rispetto a quello degli adulti a discapito di una reale percezione della realtà e di un aumentato rischio di scarsa attenzione, perdita di memoria, incremento di ansia e di depressione.

Per questi bambini è di vitale importanza riuscire a radicarsi, imparare a connettere con pazienza l’energia della propria anima verso la realtà energetica di questo pianeta.
I bambini della Nuova Era appena nascono, hanno grandi occhi luminosi, come se volessero guardarti dentro e appena il loro linguaggio inizia a svilupparsi iniziano a diffondere come dei guru, messaggi spirituali che stupiscono i genitori.
Il loro ingresso a scuola è sempre un grosso trauma, faticano a stare alle regole rigide di vecchie modalità educative e solo i più temerari non rinunciano a mantenere viva la loro connessione spirituale.

Il primo passo per gestire questi nuovi umani è comprendere che non esiste alcuna anomalia o malattia, ma una semplice presa di coscienza che il mondo sta cambiando e se i nostri figli o allievi sono “particolari” è perché rappresentano ciò che noi stiamo creando.
Anzichè cercare di guarire o studiare questi bambini, potremmo iniziare a guarire, studiare e lavorare in noi.

Educarli al meglio in questa società sempre più frenetica e veloce risulta molto impegnativo, ma se prendiamo atto che l’unica cosa stabile nella vita è il cambiamento, dove tutto è sempre in continuo movimento, proprio da questo, possiamo come una forza propulsiva, guidarli nell’armonizzare la loro crescita.
Per accompagnare l’evoluzione di questi meravigliosi bambini è nata una disciplina sportiva, riconosciuta a livello nazionale che aiuta a mantenere sempre attivi i loro talenti, a riconoscersi nel proprio corpo fisico, emozionale ed energetico.
Il metodo Gioìa® 4kids è la disciplina che li guida con un approccio globale, armonizza corpo, mente e spirito e attraverso il gioco e il colore si integrano i due emisferi, si scopre il corpo attraverso i sensi e le emozioni e si sviluppano i poteri spirituali innati in un ambiente naturale ricco di suoni, colore e allegria.
Il metodo Gioìa® nasce a Rimini e si sta diffondendo con numerosi istruttori certificati che guidano i bambini su tutto il territorio nazionale.
Alessandra Morri – insegnante, fondatrice del Metodo Gioìa®, coreografa di danze, artista, autrice del libro Gioìa e i bambini della Nuova Era edito da Le due Torri.
Sito: www.gioia4kids.it
email: gioiadalcuore@gmail.com

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martedì 11 aprile 2017

American College of Pediatricians: l'ideologia gender danneggia i bambini, il transgender è abuso di minori.

AMERICAN COLLEGE OF PEDIATRICIANS: L'IDEOLOGIA GENDER DANNEGGIA I BAMBINI, IL TRANSGENDER È ABUSO DI MINORI.

Si tratta di una pubblicazione di un anno fa, ma penso che non molti ne siano a conoscenza, poiché , giustamente, il main stream canalizza solo ciò che conviene ai "pochi".

Si è discusso per mesi se l'OMS ha imposto o meno la fantomatica ideologia gender, se essere contro il gender vuol dire essere contro l'omosessualità, e passati due anni c'è ancora tanta confusione, sempre più normalizzazione, quasi assenza di domande... e così la finestra d'overton è stata imposta.

Abbiamo scritto fiumi di parole sui danni del protocollo OMS, sui danni fisici e psicologici portati dall'ideologia Gender. Fiumi di parole sul fatto che essere contro a questa ideologia non vuol dire essere omofobo, razzista, e contro l'omosessualità... si tratta di concetti lontani anni luce..

Decisamente abominevole, deviata, tendenziosa, manipolatrice la definizione che è stata messa sull'ideologia Gender in Wikipedia, lo strumento a cui la massa si rivolge: Teoria del gender è un neologismo nato in ambito cattolico negli anni novanta del XX secolo per riferirsi in modo critico agli studi di genere: coloro che fanno uso di questa locuzione sostengono che gli studi di genere nasconderebbero un progetto predefinito mirante alla distruzione della famiglia e della società fondate su un presunto ordine naturale.
Ribattiamo portando "semplicemente" ciò che il Collegio Americano dei Pediatri ha scritto a riguardo:

Il protocollo tradotto è stato redatto dal Collegio Americano dei Piediatri, con a capo la presidentessa Michelle A. Cretella; suo vicepresidente Quentin Van Meter e con l’appoggio di Paul McHugh direttore del Dipartimento di Psichiatria e scienze del comportamento presso l’ospedale Johns Hopkins. Il Collegio ha realizzato uno studio, nel quale si affrontano i pericoli della transessualità e dell’ideologia gender ponendo enfasi sulla transessualità infantile.

Con il titolo “L’ideologia gender danneggia i bambini” il Collegio Americano dei Pediatri smonta, punto su punto, la transessualità infantile, condannando la “normalizzazione” della transessualità nelle scuole e nella politica, portata avanti come fosse un qualcosa di buono e salutare.
Questo studio si basa puramente su dati scientifici e biologici, rendendo chiaro fin dal principio, che tali ideologie non hanno fondamento scientifico.

Gender Ideology Harms Children
American College of Pediatricians
– updated January 2017 (testo originale)

Originally Posted March 2016
Updated August 2016
Updated January 2017

Per ulteriori informazioni, si prega di visitare questa pagina sul sito universitario su questioni sessualità e di genere.

"L'Ideologia gender danneggia i bambini"

1. La sessualità umana é a tratto binario, biologico ed oggettivo.
I geni “XY”e “XX” sono tratti genetici sani, no tratti genetici di un difetto. La normalità nel disegno genetico umano é essere concepiti maschio o femmina. La sessualità umana é disegnata in modo binario con l’intenzione evidente della riproduzione e moltiplicazione della nostra specie. Questo principio é evidente da sé.(1)

I difetti dello sviluppo della sessualità (DSD) e delle sue deviazioni, includendo la femminilizzazione testicolare e l’iperplasia surrenale congenita, sono medicalmente identificabili nella norma binaria sessuale.
A tal proposito diviene interessante espandere la consapevolezza su quanto l'ambiente esterno vada ad influire a riguardo.
2. Nessuno nasce con gender. Tutti gli esseri umani nascono con un sesso biologico. Quello del gender (presa di coscienza e il sentirsi maschi o femmine) è un concetto sociologico e psicologico, no un'oggettività biologica. Nessuno nasce con la coscienza di se stesso come maschio o femmina. Questa presa di coscienza si sviluppa con il tempo e, come tutti i processi dello sviluppo può essere deragliata dalle percezioni soggettive dell’infanzia, dalle relazioni, dalle esperienze negative successe nell’infanzia.(2,3,4)
Le persone che si identificano con “la sensazione di appartenere al sesso opposto” o “in qualche punto intermedio” non formano un terzo gruppo sessuale, continuano ad essere uomini o donne biologici.

Da evidenziare i motivi che fanno scattare la propria percezione sessuale diversa da quella biologica: percezioni dell'infanzia deragliate (influenzate), ed esperienze negative, traumi. Purtroppo sempre meno ci si responsabilizza, ma spesso la percezione sessuale è strettamente legata ai rapporti sentimentali creati dai genitori, parenti.. La confusione non ha significato d'essere un nuovo stato sessuale. La confusione porta confusione mentale, e la mente non chiara porta destabilizzazione, depressione...

3. La convinzione di una persona di appartenere o no ad un determinato sesso è, nel migliore dei casi, un pensiero confuso. Quando un bambino o una bambina, biologicamente sani, credono di essere il sesso opposto, si produce un problema psicologico, non fisico e, per tanto, deve essere trattato come tale. Questi bambini soffrono di disforia1 di genere. La disforia di genere (GD) é riconosciuta come un disturbo mentale nell’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dell’Associazione Americana di Psichiatria (DSM-V).(2,4,5)
Importante quindi saper collegare tanti fattori. La confusione di genere può essere fisiologica - come viene indicato nel punto 5,dello studio del Collegio - . Il micidiale DSM-V afferma che il 98% dei maschi ed 86% delle femmine, che nell'infanzia confondono il loro genere, alla fine riconoscono il loro sesso biologico passata la pubertà... se però nel frattempo viene instillata nuova confusione, si crea un blocco ormonale prendendo, questa confusione, come un dato di fatto conclusivo, si creano distorsioni di percezione che non si sarebbero avute, stati di malattia, depressione, confusione per il mancato senso di appartenenza, suicidi. In pratica tutto quello che viene dichiarato come situazione allarmante odierna, potrebbe essere semplicemente l'effetto collaterale dell'aver voluto imporre una percezione diversa, aver voluto interferire con il decorso naturale della crescita e sviluppo sessuale, aver interferito anche permettendo l'assunzione di interferenti endocrini, sparsi in ogni dove, come fossero acqua.

L'APA (American Psychiatric Association) è l'autore del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 5 ° edizione (DSM-V). L'APA afferma che coloro che si trovano indifficoltà e compromessi da loro GD soddisfano la definizione di un disturbo.
Dal DSM-V fact sheet:
“L'elemento critico di disforia di genere è la presenza di disagio clinicamente significativo associato con la condizione.”
“Questa condizione provoca disagio clinicamente significativo o compromissione aree importanti sociale, lavorativo, o altri di funzionamento.”
L'aver incluso la confusione sessuale all'interno delle patologie dei Disturbi Mentali, comunque sia, è un fatto che lascia molto perplessi. Prima viene creato lo stato di confusione...(grazie al protocollo OMS sull'educazione sessuale, ovvero ideologia Gender, poi viene inclusa la patologia "creata", comunque potenziata e geneticamente modificata, all'interno dei Disturbi mentali...e su questo si apre il secondo protocollo OMS sulla salute mentale e depressione, di cui a breve avremo la giornata mondiale (7 aprile).
Da precisare che inizialmente la diagnosi era Disturbo dell'Identità di Genere' (GID), ma gli attivisti Transgender si sono opposti, hanno fatto pressione, con successo, e l'American Psychiatric Association ha cambiato la diagnosi  in 'disforia di genere'.
L'APA dice: 'Per ottenere la copertura assicurativa per le cure mediche, gli individui hanno bisogno di una diagnosi'.
Non servono molti commenti aggiuntivi, solo lasciare che i pezzi si uniscano da soli, come attratti dal sacro fuoco della verità..

4. La pubertà non è una malattia, ma il blocco degli ormoni della pubescenza può essere molto pericoloso. Bloccare questo tipo di ormoni, durante la pubertà, induce uno stato di malattia, ossia, provoca assenza di pubertà, inibendo la crescita e la fertilità di un bambino che, prima del processo, era biologicamente sano.(6)
Vi ricordate l'articolo dell'anno scorso? UOMOFORMAZIONE: TRA GENDER E TRANSUMANESIMO dove parlavamo anche del  PROTOCOLLO OLANDESE E SOSPENSIONE DELLA PUBERTÀ  della disforia di genere, e Centri di controllo per la sospensione della pubertà.

lunedì 7 novembre 2016

Eliminare le “scorie” negative

Li trattiamo come nemici, anzi col capufficio siamo tutta un’altra cosa. Facciamo i bulli con i più deboli, cioè i bambini, cioè i nostri figli. E poi vogliamo lo scalpo di tutti i bulletti delle scuole. 

Per quanto tanti operatori delle risorse umane, soprattutto diversi counselors, si affannino a parlare di “risorse interiori, di talenti e capacità che sono pronte li per essere utilizzate… basta poco”, nella realtà della mia vita lavorativa e personale (cioè quando sono nei luoghi pubblici come ristoranti, spiagge, ecc…) io mi rendo conto che le cose non sono così semplici da risolvere.

Cambiare è fondamentale, ma porta conseguenze e aspetti che non sono facili da accettare, soprattutto all'inizio anzi col capufficio siamo tutta un’altra cosa. Facciamo i bulli con i più deboli, cioè i bambini, cioè i nostri figli. E poi vogliamo lo scalpo di tutti i bulletti delle scuole.
La gente ha fretta di risolvere i disagi e le sofferenze, ha fretta di ottenere subito la risoluzione ai suoi guai e di scoprire questi famosi talenti interiori.

Ma………. osservo persone chiuse nel loro mondo rigido, dogmatico, triste e sopratutto sempre molto aggressivo, I toni della voce delle persone, a loro totale insaputa, lasciano trasparire rabbia, insoddisfazione, e uno stato di profondo lamento, per cui mi sembra opportuno e utile portare l’attenzione, non solo sui talenti e sulle capacità interiori pronte ad uscire, ma anche sul fatto che PRIMA sia assolutamente necessario drenare, detossificare, pulire il quintale di emozioni negative che continuamente abbassano i livelli di energia, ci fanno stridere la voce, contrarre i muscoli, irrigidire la mascella, stortare le spalle, infiacchire le gambe, prendercela con i nostri figli, di cui ci lamentiamo CONTINUAMENTE, producendo in noi uno stato di sottile amarezza di cui non siamo assolutamente consapevoli.

Questo velo di amarezza diventa ogni giorno più spesso e denso ed ostacola la fuoriuscita di qualsiasi cosa: sia delle potenzialità meravigliose che abbiamo, sia di tutto il veleno che abbiamo accumulato dentro.

I genitori che si lamentano dei loro figli sono persone che hanno bisogno di rivedere molti aspetti della strada che stanno percorrendo.

I figli sono il risultato del clima affettivo, comunicativo, relazionale che noi abbiamo creato nella nostra casa, nella nostra famiglia. Se poi gli adulti si lamentano, o se la prendono con figli piccoli dai primi mesi ai dieci anni di età, il loro atteggiamento educativo non solo diventa crudele, ma anche pericoloso per il Destino dei figli, ma anche il loro.

Tutto ha sempre delle conseguenze, di cui poi non ci vogliamo fare carico, continuando a cercare, in modo infantile, insano e inutile, sempre un capro espiatorio, fuori di noi.

giovedì 17 settembre 2015

Dimenticare di essere nati liberi

Il neonato viene subito introdotto nel circuito del sistema per farne di lui un adattato sociale, un normalizzato, un autoritario, un richiedente istruzioni e assistenza. Prima si adegua ai codici coercitivi di questa società mercantile, meglio è. Ma fino a una certa età possiamo ancora vedere il bambino che, di fronte alla minaccia del genitore ‘o fai come dico io, o ti punisco’ (spesso non esiste neppure la minaccia, si passa alle vie di fatto) reagisce facendo il muso lungo, piangendo, recalcitrando, e soprattutto chiedendosi intimamente perché mai dovrebbe fare una cosa che ritiene ingiusta. 

Bisogna intendersi subito sul diritto-dovere dei genitori di intervenire arbitrariamente sui figli, e lo farò con Marcello Bernardi che così dice: ‘le limitazioni alla libertà di un bambino sono giustificate solo quando sono indispensabili per la difesa della sua persona. Altrimenti sono dei veri e propri attentati alla sua persona’.
Questo tipo di umana reazione del bambino, che vorrebbe solo difendere i suoi diritti e la sua unicità, svanisce per effetto dell’educazione omologante e si fa largo un altro tipo di modello mentale e di comportamento, quello dell’adattato, del richiedente istruzioni. Il bambino imparerà col tempo a distogliere l’attenzione dall’ingiustizia della richiesta o della minaccia in sé, e si concentrerà invece sul come eseguire bene l’ordine senza così avere conseguenze punitive, come prescritto. Imparerà quindi che l’ordine in sé, accompagnato dalla punizione oppure dal premio nella versione adulatoria e subdola della richiesta, non deve essere messo in discussione, perché si tratta di normalità. ‘Insomma, se lo fanno tutti, tu non fare il sovversivo’! 


Il bambino crederà che tutto nell’universo funzioni in questo modo, che non vi possono essere alterantive, e chi le propone è un sovversivo, un pazzo, un sognatore, un animale… Per inciso, chi ha mai letto Flatlandia?
L’unico problema del bambino sulla via dell’adattamento, appena introdotto nel circuito della produzione, è intanto quello di cercare le soluzioni più efficaci per non finire in punizione, ma al contempo per soddisfare i suoi bisogni. E’ ancora un umano, ma in pieno conflitto con qualcosa che lo soffoca in quanto tale, e che gli fa intraprendere percorsi dolorosi, non voluti, già alienanti. 
La bugia detta ai genitori è quasi sempre una di queste soluzioni, che è sostanzialmente un inganno (il bambino lo sa, ne soffre, ma ancora in lui è più forte l’istinto di conservazione della propria libertà) che gli serve a conciliare, là dove è possibile, il proprio diritto a non eseguire un ordine, che ritiene ingiusto, con il volere dei genitori, cioè dell’autorità, della legge calata dall’alto. 

E’ chiaro che l’ingenuità dei bambini è tale per cui la loro autodifesa per mezzo della bugia si rivela a volte comica (‘non sono stato io a far cadere il vaso’, quando in casa c’era solo lui), ma col passare del tempo egli imparerà ad affinare la tecnica ingannatoria, e non soltanto nei confronti dei genitori o delle autorità a lui più prossime, maestri e professori in testa. Imparerà quindi anche ad accusare gli altri (se in casa con lui c’era il cane o il fratellino, incolperà il cane o il fratellino) e a ricattare a sua volta (‘se lo dici alla mamma ti faccio i dispetti’).
Ma quando per varie ragioni non è più la bugia ad essere una soluzione, ma è invece il codice di legge ad essere considerato tale (e lo diventerà presto, in barba al buon senso sbandierato ovunque), allora la faccenda è più grave, poiché la persona già adattata, cioè quella che non ha più neppure la vaga idea dell’ingiustizia insita nell’ordine in sé, nella minaccia, nel ricatto, ma anzi lo perpetua con gli altri, sugli altri, eseguirà l’ordine soltanto ‘perché lo dice la legge’, e lo eseguirà acriticamente nelle forme e nei modi dettati dal sistema padronale, dall’istituzione. 

Come prescritto. L’umano bambino di prima è finalmente sconfitto, e con lui la sua libertà. Se prima il bambino in via di adattamento cercava ancora i modi meno dolorosi per non eseguire gli ordini (o per eseguirli con un minimo di salvaguardia della propria libertà), ora l’adulto perfettamente adattato trova immediatamente i modi per eseguirli, e li trova già confezionati: di ciò ne è felice, perché il sistema gli fornisce i pre-testi e le scusanti specifiche. 

Siamo arrivati a un punto della cosiddetta èra civile dove l’adulto, se non trova norme calate dall’alto per un problema che potrebbe risolvere da solo, le richiede a gran voce.
In poche parole richiede governi, ordini, punizioni, e ‘giustificazioni’ preconfezionate. Non a caso, quando si parla di certi argomenti con un adulto normalizzato, le sue frasi sono spesso codificate, stereotipate, gonfie di retorica e di pregiudizi. Tutto acquisito culturalmente. Se i fatti smentiscono la retorica -come avviene- l’adattato si arrabbia, non con se stesso, ma con chi gli dimostra che la sua retorica non regge di fronte ai fatti.

Ci ricordiamo a questo punto dell’intima domanda del bambino non ancora adattato? ‘Perché mai dovrei fare una cosa che ritengo ingiusta’? Nell’adulto adattato, nel bravo cittadino ligio al dovere e ‘onesto’, nella persona educata e per bene, quella domanda è ormai un’ombra remotissima, una questione che i figli devono imparare a soffocare e presto. 
Quella domanda si trasforma invece e di fatto in un imperativo che l’adulto ben educato rivolge a se stesso: ‘devo fare così perché lo dice la legge, e se non lo faccio nei modi e nei tempi stabiliti mi puniscono; io lo posso anche trovare ingiusto, ma la legge è legge’. 
 

Tutto questo aderisce al modello generale imposto, al modus perpetuandi di questa società, laddove non ci si chiede più, ad esempio, se sia necessaria la scuola tradizionale (specie se obbligatoria), dati i suoi tragici effetti visibili ovunque, quanto invece se sia prudente disertarla, data la punizione prevista dalla legge. Ogni questione calata dall’alto, in questa società, si sposta dalla sua vera sostanza alle conseguenze previste in caso di disobbedienza. 

Non si affronta neppure la questione se sia umano un popolo governato attraverso la paura, perché ormai è tutto così orribilmente normale e consolidato, soprattutto la paura di tornare liberi e umani.
Qualcuno si chiedeva come mai i popoli obbediscono all’autorità costituita anche quando obbedire significa andare contro i propri interessi. Prodigi dell’educazione.

Pink Floyd - Another Brick In The Wall (HQ)

sabato 9 maggio 2015

Homeschooling: la “scuola fai da te”

Homeschooling: “Quattro figli e nessuno va a scuola”

In Italia le famiglie che fanno la “scuola fai da te” a casa sono un migliaio. Ed è tutto legale

Erika Di Martino e la sua “classe” di homeschooling

Erika Di Martino è madre di quattro bambini: uno di due anni, uno di sei, una di otto e uno di dieci. I suoi figli non sono mai andati a scuola. O meglio, il più grande qualche giorno tra i banchi di una scuola materna se l’è pure fatto. Ma poi i genitori hanno optato per l’homeschooling, o meglio per l’unschooling. In entrambi i casi, i figli vengono educati a casa, senza zaini, maestre, campanelle, grembiuli e compagni di classe. 
La differenza è che nell’homeschooling si ricrea la scuola tra le mura di casa, seguendo dei programmi e dedicando un lasso di tempo specifico allo studio, mentre nell’unschooling i figli sono liberi di decidere come, dove, quando e soprattutto cosa imparare.

I ragazzi educati a casa negli Stati Uniti sono circa 2 milioni, 70mila in Inghilterra, 60mila in Canada, 3mila in Francia e 2mila in Spagna. In Italia le famiglie che hanno scelto l’educazione parentale a casa per i propri figli sono circa un migliaio. Il trend è in continua crescita. Le conferenze sul tema sono sempre più affollate di genitori “maestri”, che a settembre si ritrovano per i festeggiamenti di “Non rientro a scuola”.

E tutto è assolutamente legale. Come Erika spiega nel suo blog Controscuola, l’articolo 34 della Costituzione recita: “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. «È l’istruzione a essere obbligatoria, non la scuola», spiega Erika. «Inoltre l’articolo 30 dice che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”. L’istruzione dei figli quindi è in primis una responsabilità dei genitori, non dello Stato». Basta inviare una lettera e comunicare ogni anno alla direzione didattica di competenza la volontà di educare i figli a casa. Alla prima lettera deve essere allegata l’autocertificazione che attesta «le capacità tecniche e le possibilità economiche dei genitori». Solo un’autocertificazione, senza che ai genitori venga richiesto un titolo di studio specifico.
Molti genitori che fanno homeschooling lavorano nella scuola e proprio perché conoscono la situazione tengono i figli a casa
«La scelta di educare i nostri figli a casa», racconta Erika, «è maturata quando il più grande era in età da scuola materna. Giravo e rigiravo ma non riuscivo a trovare una struttura che sposasse l’idea di rispetto del bambino e dei suoi tempi. Alla fine ne ho trovato una bella, ma c’erano troppi episodi di violenza tra bambini emio figlio era sempre nervoso». Così è nata l’idea di fare homeschooling, la scuola fai-da-te a casa. Erika è molto critica verso il tradizionale sistema scolastico italiano: «Ci sono troppi bambini in una sola classe, le insegnanti hanno poco tempo da dedicare individualmente a ciascun bambino e anche se si tratta di professionisti meravigliosi, alla fine lo stesso sistema scolastico non li valorizza e li porta a perdersi». Non a caso, dice, «almeno il 50% delle persone che fanno educazione parentale hanno a che fare con la scuola, o sono insegnanti di ruolo o lavorano in segreteria, e proprio perché sanno qual è la situazione nelle scuole tengono i figli a casa. E l’interesse è in crescita, ricevo almeno cinque email al giorno di genitori che vogliono sapere come fare homeschooling».
Erika, dal canto suo, è un’ex insegnante, e la scuola la conosce bene. Ma pure lei l’ha lasciata per dedicarsi alla sua scuola domestica, al blog Controscuola e sull’argomento ha scritto pure un libro, Homeschooling: l’educazione parentale a scuola. Anche suo marito è riuscito a ottenere il telelavoro per quattro giorni alla settimana, e collabora alle attività familiari. «I bambini», racconta Erika, «sono coinvolti ogni giorno nel lavoro dei genitori, rispettano i nostri tempi quando siamo impegnati e assistono alle dinamiche domestiche, partecipando anche ai lavori di casa. Mi aiutano a fare la spesa, a cucinare e a pulire. Sanno molto di economica domestica, sanno come gestire i soldi. Insomma, conoscono molte più cose rispetto ai bambini relegati in una classe». Con quattro figli, la casa di Erika tra Pavia e Milano è come una piccola classe. Dai due ai dieci anni, tutti apprendono insieme, a seconda dei propri interessi e delle proprie passioni. E principalmente in inglese, visto che lei è italo americana.

Il termine unschooling è stato coniato negli anni Settanta da John Holt e ribalta completamente l’idea di scuola, fatta di banchi, libri, quaderni, compiti e orari. Niente di tutto questo avviene se si fa unschooling. «Seguiamo le passioni dei bambini», spiega Erika, «è difficile raccontare una giornata tipo. Ad esempio, oggi siamo stati alla mostra sui dinosauri a Milano, quindi prima di andare abbiamo parlato dell’inizio della vita sulla Terra e del Big Bang». Si guardano molti film e documentari, si sta molto all’aperto, ma si consultano anche i libri. «Qualcuno lo prendo su Internet, qualche altro in biblioteca, ma in casa abbiamo anche i classici eserciziari». Non c’è un programma specifico, poesie da imparare a memoria, e “fiumi del Canada” da ripetere durante una interrogazione di fronte alla cattedra. «Gli argomenti vengono ripresi anche più volte e vengono coinvolti tutti, senza forzature. Io mi annoto tutte le loro domande. Se per esempio andiamo al parco e mi chiedono perché la pallina cade giù dallo scivolo, quel giorno parliamo della gravità. È tutto molto naturale». Un altro esempio? «Se programmiamo un viaggio in Spagna, prima di partire tiriamo fuori la cartina e studiamo un po’ di geografia, senza la pappardella delle città della Spagna che chiedono durante le interrogazioni. Tutte informazioni che solitamente si imparano solo per una interrogazione e poi si staccano dal cervello. Unendo invece l’esperienza alla teoria, assimili molto di più. Sono esperienza e relazioni che creano la memoria».
Non ci sono programmi. Se per esempio andiamo al parco e mi chiedono perché la pallina cade giù dallo scivolo, quel giorno parliamo della gravità
Tra i conti da fare per la spesa, le pulizie domestiche e le discussioni sui dinosauri o la gravità, lo studio è continuo, lungo tutta la giornata.

domenica 19 aprile 2015

Produrre senso: un atto pedagogico

Produrre senso: un atto pedagogico

Alain Goussot* - Una delle cose che emerge poco nella scuola attuale, ma direi nella società di oggi in generale, è il senso esistenziale delle cose. Sembra che, tranne l’utilitarismo pragmatico dell’economia dominante e l’empirismo più immediato, il senso riflessivo, umano, esistenziale dell’agire sia scomparso. Il mondo nel quale viviamo è quello dei mezzi, delle tecniche (leggi anche Il tempo della tecnica) e, quindi, delle performance; le finalità, il perché delle cose, il senso umano e storico sembrano non appartenere alla cosiddetta “postmodernità” nella quale stiamo annegando.

A scuola e in una classe succede la stessa cosa; qual è il senso delle cose che fanno gli insegnanti con i loro studenti. Attribuiscono un senso umano e esistenziale a quello che fanno? I loro studenti trovano un senso profondo nei loro vissuti in quello che fanno a scuola e in classe con gli insegnanti?
Lev Tolstoj parlava di “senso della vita” e considerava l’educazione come un processo di sviluppo della coscienza della persona umana; pensava che la lettura dei testi dei grandi pensatori come l’ascolto della saggezza del vecchio contadino fossero delle grandi lezioni di vita. Grandi pensatori e saggezza contadina pongono le domande essenziali di ogni esistenza umana.

Insomma dall’esperienza educativa e scolastica l’insegnante e l’alunno dovrebbero porsi queste domande:
“Che cose io sono?
E cos’è il genere umano?
Che cosa sto facendo?
Che cosa sta realizzando il genere umano?
Io voglio sapere che cose ho fatto di me stesso nella mia vita, a prescindere alla mia condizione: voglio sapere che cosa fa l’umanità della propria esistenza?”.


Sono le domande che secondo Heinrich Pestalozzi ogni insegnante ed alunni dovrebbero porsi in seguito ad una esperienza educativa autentica. Nelle nostre scuole succede questo?

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio complementaristico e interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone, 2014)
http://alfredodecclesia.blogspot.it/2015/04/produrre-senso-un-atto-pedagogico.html

domenica 5 aprile 2015

Ecco le cose da dire ai nostri figli


19 COSE DA DIRE AL TUO BAMBINO

Queste frasi dovrebbero rientrare nella comunicazione quotidiana tra genitore e figlio.

1. Ti voglio bene! Non c'è nulla che mi farà mai smettere di amarti, anche quando sono arrabbiata.

2. Sei speciale! Ti osservo con stupore, non solo ciò che fai, ma anche quello che sei. 

3. Stai tranquillo, va bene piangere. Le persone piangono per tante ragioni: quando sono ferite, tristi, felici, o preoccupate, quando sono arrabbiate, impaurite, o sole. Tante gente grande piange...lo faccio anche io. 

4. Cosa è accaduto di bello oggi? Come stai?

5. Hai fatto la cosa giusta. E' stato spaventoso o duro e anche se non è stato facile, ci sei riuscito. Sono fiero di te. Tu, sei fiero di te stesso? 

6. Mi dispiace. Perdonami. Ho fatto un sbaglio. Ti voglio bene.

7. È possibile cambiare idea. E' giusto decidere, ma è possibile anche avere dei dubbi, quando non siamo sicuri. 

8. Che grande idea! Davvero! Dimmi di più. La tua mente è intelligente! 

9. Sei stato gentile. Hai fatto qualcosa di utile e premuroso per quella persona, questo deve farti sentire bene dentro. Bravo! 

10. Ho una sorpresa per te; non è il tuo compleanno e non c'è nessuna ragione particolare. Ho solo una sorpresa, piccola, ma è una sorpresa. 

11. Posso aspettare, abbiamo tempo. Non è necessario fare in fretta questa volta. 
12. Cosa ti piacerebbe fare? Oggi puoi scegliere ...hai sempre grandi idee.       E' importante che tu segui i tuoi interessi.

13. Parlamene. Mi piacerebbe saperne di più...e poi cosa è successo? Ti ascolto.

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