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mercoledì 22 novembre 2017

10 consigli per riprogrammare il cervello e uscire da Matrix

10 consigli per riprogrammare il cervello e uscire da Matrix

C’è un modo per riprogrammare il cervello e uscire da Matrix, il condizionamento sociale?

Pensa al modo in cui la maggior parte delle persone vive…
Ci si sveglia la mattina più o meno sempre alla stessa ora, ci si veste, si va a lavorare, si torna a casa 8 ore più tardi (se va bene), si guarda la TV e poi a nanna, per ripetere l’indomani la stessa routine chissà per quanti anni.

In molti considerano questo tipo di vivere come normale e salutare, ma se ti fermi e ci pensi bene non è poi così tanto salutare
E’ davvero questo vivere oppure è solo una programmazione mentale e stiamo sprecando tempo?
Le abitudini, le tradizioni e tutti i milioni sistemi di credenze ci hanno trasformati in automi senza cervello che non godono abbastanza della vita. Questa programmazione, tuttavia, può essere scardinata, rendendoci consapevoli di ciò in primis e scegliendo di cambiare poi.
Riprogrammare il Cervello è Possibile:
Qui di seguito trovi 10 suggerimenti che ti aiuteranno a riprogrammare il cervello e sfuggire alla matrice (MATRIX) in cui probabilmente sei intrappolato dal giorno della tua nascita:

1. Liberati dalle catene della religione

Dogmatica! La religione impone alla gente cosa credere e a cosa non credere, ciò che è buono e ciò che è male, ciò che è giusto e cosa è sbagliato. Così la religione impedisce alle persone di usare il proprio pensiero critico, la ricerca della verità (spiritualità) e raggiungere le proprie conclusioni.
Il risultato? Guerre e sofferenza da 2000 anni. Se desideri recuperare la tua individualità, inizia la tua personale ricerca della verità da zero e dentro di te.

2. BASTA dare potere a un’autorità

Ci è sempre stato detto di affidarci di quello e di quello ma mai nessuno ci ha insegnato ad affidarci di noi stessi. Cresciamo delegando la nostra felicità a chi ha più potere. Facciamo ciò che l’autorità ci dice di fare, votiamo politici che oltre a mentire sono anche loro stessi marionette manovrate molto molto bene da altre autorità più grandi.
Se vuoi davvero iniziare a riprogrammare il cervello e creare un cambiamento positivo nella tua vita e nel mondo, hai bisogno di smettere di dare il potere a pochi e assurdamente ritenerli responsabili per la tua vita e invece iniziare a prenderti la responsabilità del tuo destino, della tua storia, della tua vita.

3. Informati sul sistema economico attuale

Il denaro è creato dal debito, creando così l’illusione della scarsità di risorse. Questo costringe le persone a competere sul mercato e a lavorare come schiavi salariati. Ciò si traduce inevitabilmente nella tremenda sofferenza e nel conflitto sociale che prevale in tutto il mondo.
Inoltre, il nostro sistema economico richiede alle persone di consumare senza fine in modo che il denaro continui a circolare, portandoci così a comprare continuamente cose che non ci servono
Se non ti piace questo tipo di vita e desideri creare un cambiamento positivo nella tua vita e nel mondo approfondisci questo discorso educando te stesso a risorse alternative, e educare te stesso su alternative e ambientalmente sostenibili.

4. Staccati dal materialismo

Si ritiene che il denaro possa comprare tutto quello che serve e portare la felicità nella nostra vita. Ciò di cui abbiamo bisogno (oltre ovviamente a soddisfare bisogni come la sicurezza, l’alimentazione, ecc. che richiedono denaro) non sono né beni né servizi ma l’amore, l’amicizia e la creatività.
Vuoi riprogrammare il cervello? Investi del tempo per coltivare l’Amore dentro te stesso, per coltivare l’abbondanza nel tuo cuore e l’abbondanza riempirà la tua vita.

5. Sii consapevole di ciò che immetti nel tuo corpo

Mangi salutare o mangi male? Mangiamo cibi pieni di zuccheri, conservanti e chi più ne ha più ne metta. Non mi soffermerò molto su questo punto. Siamo ciò che pensiamo? Sì. Siamo ciò che proviamo? Sì. Siamo ciò che mangiamo? Ancora sì…

6. Segli con saggezza le tue fonti di notizie

Se da oggi in poi scegli di evitare i telegiornali farai l’affare migliore della tua vita. Miliardi di bit di spazzatura, paura in meno nel tuo cervello.
Riprogrammare il cervello significa anche scegliere cosa immettere al suo interno.
Non farti problemi, tanto se succede qualcosa di grosso lo sai comunque in meno di 5 minuti da un’altra persona.
Leggi, formati, sperimenta. Cerca il bello intorno a te

7. Leggi, leggi, leggi

Ci sono stati molti saggi nel tempo che hanno scritto i loro pensieri sui problemi della vita (e come possono essere superati). Ci sono state molte persone che hanno criticato il funzionamento della società e ci hanno offerto e ci offrono tuttora le loro intuizioni su come possiamo contribuire a creare un mondo più bello. I libri possono essere immensamente utili per aprire gli occhi e migliorare la qualità della tua vita. Leggili con cuore e con mentalità aperta.

8. Fuggi dal gregge

Tu sei un essere straordinariamente speciale, talentuoso, sei un essere unico e irripetibile. Purtroppo la società ha soppresso la nostra individualità fin dal giorno in cui siamo nati. Siamo stati programmati a dubitare di noi stessi e a fare in modo che ci consideriamo tali e quali agli altri. Da oggi staccati dal pecorame, chiediti cosa sai fare e migliorati migliorando gli altri. Ascolta la tua voce interiore e vivi davvero la vita che vuoi vivere!

9. Esprimi la Tua Creatività

Un ottimo modo per riprogrammare il cervello è quello di concentrare la tua attenzione sulla creatività, ci sono molti modi per farlo. Siamo tutti nati creativi, ma piano piano la nostra creatività è stata soppressa così tanto che abbiamo quasi dimenticato che siamo esseri creativi. Ricordi quando eri bambino?! Essere creativi significa pensare fuori dagli schemi e vedere la vita da prospettive diverse. Renditi conto che tutto ciò che esiste prima è stato un’idea…. Pensaci.

10. Sviluppa consapevolezza

L’ultimo consiglio che voglio darti è quello di imparare l’arte del vivere nel momento presente. Quando sei consapevole del qui e ora non sei una vittima del tuo passato e non sei vittima della preoccupazione del futuro. Ci sono molte tecniche di meditazione là fuori che possono aiutarti a diventare consapevole. Inizia ora non aspettare!
Fonte: ☛ blogpositivo.it

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mercoledì 30 agosto 2017

Qual'è la SOLUZIONE al lavoro coatto? Alla vita frenetica e stressante?

Qual'è la SOLUZIONE al lavoro coatto?
 Alla vita frenetica e stressante?
“Se tutti lavorassero per il proprio pane e 
niente più, ci sarebbe abbastanza cibo e 
tempo libero per tutti...
 I nostri bisogni si ridurrebbero al minimo, 
il nostro cibo si semplificherebbe. 
Allora mangeremmo per vivere,
 anziché vivere per mangiare.”
 Mohandas Gandhi

L’essere umano del futuro non lavorerà più di quattro ore al giorno, produrrà il necessario e nulla più, si nutrirà in modo naturale e sarà particolarmente creativo, si farà il pane in casa così come il sapone e lo shampoo, preferirà l’aria aperta alla tv e avrà centinaia di amici, con le mani costruirà ogni cosa gli sia utile, rimparerà l’arte della solidarietà e in questo modo non temerà più nessuna crisi economica, nessuna recessione, nessun debito pubblico, nessun pignoramento dei propri beni, perché saprà che ci sarà sempre qualcuno disposto ad aiutarlo nel momento del bisogno.
L’essere umano di domani non consegnerà il futuro dei propri figli nelle mani delle istituzioni, perché la sua comunità sarà la sua scuola, verrà insegnato ai bambini innanzitutto a divenire consapevoli, compassionevoli, rispettosi e intelligenti, e si stimolerà in tutti i modi possibile la loro creatività e il loro entusiasmo, non ci sarà più un'unica limitata visione del mondo, ma milioni di visioni del mondo differenti.
Non esisterà più la rozza coscienza di gruppo o peggio ancora, quella della folla, ma singole e potenti coscienze individuali, tutte indirizzate al benessere dell’intera umanità, intenzionate a raggiungere le vette spirituali dell’anima, in ogni dove si insegnerà a perseguire la felicità e non più la ricchezza, le malattie verranno accompagnate da lunghi giorni di riposo e il sole tornerà a determinare la durate delle giornate, sveglia e orologi verranno usati solo come vecchi soprammobili d’antiquariato.

Tutto quello che dobbiamo fare è semplicemente rallentare i nostri ritmi, fare del sonno una buona medicina e non più un pit-stop tra un dovere e l’altro, se per tutta la vita ci siamo allenati ad andare di fretta, ora è giunto il momento di rimparare a camminare lentamente, respirando con calma e godendo del presente, ma per giungere a tutto questo bisogna ovviamente partire dalle piccole cose.
Se anche voi credete che lavorare otto ore al giorno, sei giorni su sette, cinquanta settimane su cinquantadue, sia davvero troppo, allora impegnatevi fin da subito a crearvi la soluzione. 

Avete capito bene, C-R-E-A-R-V-I la soluzione, perché non ci sarà nessuno disposto a farlo per voi.
L’errore che molte persone fanno è quello di credere che la soluzione ai loro problemi si possa trovare con la stessa facilità con cui si va al supermercato a fare la spesa o standosene seduti comodamente sul divano di casa, no, non è così, ognuno di noi lotta per raggiungere l’equilibrio e la felicità e questa lotta è costante fino a quando non capiremo tutti assieme che aiutarsi a vicenda richiede cento volte meno sforzo che compiere azioni individuali.
Prima cosa, cominciate a lamentarvi delle vostre catene con i vostri colleghi, i vostri amici e la vostra famiglia, in questo modo scoprirete che moltissime persone attorno a voi non hanno la minima idea di avere la catena al piede da una vita.

Seconda cosa, gettate il seme del cambiamento. 
Ovviamente molti vi risponderanno che lavorare tanto è giusto, che otto ore tutto sommato sono ancora poche e che basta la domenica per riposarsi, poi, pian piano, si accorgeranno che avevate ragione e finalmente comprenderanno anche loro l’importanza del tempo.

Cosa importantissima, non arrendetevi davanti a chi vi dice:
“Cosi stanno le cose e tu non ci puoi fare niente.”

Se loro si danno già per sconfitti è un problema loro non tuo. 
Vogliono rimanere schiavi per il resto della loro vita? 
Bene, lasciateli in pace, per loro non c’è più nessuna speranza!
Dopo che avete cominciato a parlarne, noterete con il passare del tempo che sarete sempre più convinti di ciò che dite e di ciò pensate, a quel punto concentrate tutte le vostre energie nel crearvi la soluzione.

 
Pensate bene a cosa vi piacerebbe fare nella vita, senza soffermarvi troppo a pensare a quanti soldi guadagnerete con il lavoro che desiderate fare. Mettete sempre al primo posto la vostra felicità che il denaro.
Quando avrete le idee chiare, perseguitate quell’obiettivo come un traguardo da raggiungere e correte verso di esso come aveste una palla di fuoco alle spalle che vi rincorre. Se arrivate a questo traguardo, sarete già a buon punto, ma potete fare ancora di meglio.

Il prossimo passo cui aspirerete, sarà quello di avere un lavoro in proprio, senza padroni. Dipendere da un
lavoro salariato, cosa comune di questi tempi, ci da si da una parte sicurezza, ma dall'altra ci toglie ogni possibilità di provvedere a noi stessi.
Noi non abbiamo bisogno di più lavoro, 
ma di più umanità. 
Non possiamo sperare di viverebene, alimentando un sistema basato sullo sfruttamento. Ovviamente se decidete di non avere padroni almeno nel lavoro, dovrete fare i conti con il potere, che farà di tutto per rendervi la vita difficile, tassandovi l’impossibile pur di azzannare il vostro osso.
Questo è l’ostacolo più grosso che dovrete affrontare per raggiungere il vostro traguardo. Se poi la tassazione è tale da farti vivere solo per lavorare, ti rimangono tre possibilità a tua scelta. 

lunedì 19 settembre 2016

SCUOLA? … NO GRAZIE!

SCUOLA? … NO GRAZIE!
La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.
Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.
Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.
La scuola afferma il valore della produttività.
Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.
In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!
Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.
L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.
A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.
Anche quando gli insegnanti non rispettano te.
Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.
Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.
Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.
Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!
E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.
Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.
Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.
La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.
Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.
Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.
L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.
A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.
Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

Pensiero creativo: la capacità di trasformare i problemi in opportunità

PENSIERO CREATIVO: LA CAPACITÀ DI TRASFORMARE I PROBLEMI IN OPPORTUNITÀ
La creatività non è una prerogativa di pochi eletti, ma si nasconde dentro ognuno di noi e spesso la utilizziamo senza rendercene conto. Come fare per sfruttare le potenzialità del pensiero creativo nella vita quotidiana?
Siamo talmente presi con il lavoro e la nostra vita che non ci siamo mai fermati a pensare a cosa accade nella nostra mente quando ci troviamo di fronte ad un problema da risolvere. Siamo conviti, a causa di stereotipi, che la creatività sia un patrimonio che possiedono solo i bambini e gli artisti.
In realtà, il pensiero creativo si trova celato dentro qualunque individuo e viene utilizzato inconsciamente dalla nostra mente nelle situazioni difficili. La creatività ci aiuta a sviluppare il cosiddetto problem solving, ovvero la capacità di trasformare un’esperienza difficile e problematica in un processo di crescita costruttiva personale.

CREATIVITA’ COME INNOVAZIONE PERSONALE: COME TRASFORMARE UN PROBLEMA IN OPPORTUNITA’ GRAZIE AL PENSIERO CREATIVO

Superare dei momenti difficili, apparentemente impossibili da risolvere, implica uno sforzo da parte nostra di ricercare soluzioni alternative ed originali. In questo caso si mette in moto il pensiero creativo che, attraverso un processo mentale, aiuta ad affinare le abilità di un individuo nel trasformare i punti deboli in punti di forza.
Dal momento in cui questo processo si “accende”, la persona è in grado di affrontare qualsiasi situazione con uno spirito diverso, con un nuovo approccio e con una forza interiore che prima non sapeva di avere.

Una mente creativa mette in atto un pensiero che si distacca totalmente da quello tradizionale e logico: il pensiero creativo è in grado di intraprendere strade alternative, toccando idee, pensieri, percezioni e concetti anticonformisti, differenti da quelli più comuni.

La creatività ci permette di raggiungere i nostri obiettivi intraprendendo percorsi meno conosciuti, ma decisamente più efficaci.
Per aiutarci a sviluppare al meglio il pensiero creativo e alleare la mente al problem solving è necessario liberare il pensiero dalla logica tradizionale e dagli stereotipi che la società ha imposto nell’immaginario collettivo.

E’ opportuno che la nostra mente sia in grado di pensare liberamente senza essere influenzata dall’esterno: per riuscire a trovare soluzioni alternative il nostro pensiero deve essere aperto ad ogni prospettiva possibile, anche quelle più estrose e bizzarre.

Quando ci troviamo di fronte ad un problema proviamo ad affrontarlo con un atteggiamento creativo: proviamo per esempio a capovolgere la situazione per vederla da un punto di vista differente, cercando una possibile soluzione, anche la più assurda, senza dare nulla per scontato. Inoltre, è importantissimo cercare di non vedere il problema come uno sbaglio o un fallimento personale, ma come un’esperienza positiva e il punto di partenza per una nuova e fantastica opportunità creativa.

mercoledì 13 luglio 2016

Elogio della solitudine

PERCHE’ LE MENTI PIU’ BRILLANTI NECESSITANO DI SOLITUDINE: CHI NON RIESCE A STARE SOLO NON SVILUPPA TALENTO (Loneliness Is The Key Ingredient Of Creativity)

Elogio della solitudine. Sempre più studi condotti da esperti di sociologia e psicologia confermano che lo stare da soli è imprescindibile prerogativa delle menti più brillanti e creative.

Così si spiegherebbe perché molti leader finiscano per condurre una vita da single e perché la maggior parte dei più grandi geni della storia abbiano partorito le loro scoperte nel chiuso di una stanza. In perfetta solitudine.

Se, infatti, vivere da single, per alcuni versi, previene, come è ovvio, gli attriti e permette di gestire in autonomia spazi e tempi, quello della gestione della casa non è il solo ambito che trarrebbe beneficio dall’essere soli. Secondo il sociologo Eric Klinenberg, dell’Università di New York, infatti, vivere da soli significa anche godere di relazioni di qualità, poiché per la maggior parte dei single è chiaro che “essere soli è meglio dell’essere male accompagnati”.

Ci sono anche studi che dicono che la solitudine faciliti lo sviluppo dell’empatia.


Un altro sociologo, Erin Cornwell, della Cornell University di Ithaca (New York), ha determinato dopo un’analisi che è più probabile che le persone oltre i 35 anni che vivono da sole si concedano una serata con gli amici, rispetto a quelle che vivono con il proprio partner. Questo accade anche per le persone anziane che vivono da sole: hanno una vasta rete sociale. È la conclusione a cui è giunto lo studio condotto dal sociologo Benjamin Cornwell e pubblicato su American Sociological Review.

Ma a sorprendere di più è che pare che la solitudine sia alla base della creatività e dell‘innovazione. Le persone sono esseri sociali, ma dopo aver trascorso la giornata circondate da persone, da una riunione all’altra, attente ai social network e agli smartphone, iperattive, la solitudine fornisce uno spazio per il riposo ristoratore.
Uno dei risultati più sorprendenti è che la solitudine è alla base
  • della creatività,
  • dell’innovazione e
  • della buona leadership.
Uno studio del 1994 condotto da Mihaly Csikszentmihalyi (il grande psicologo della felicità) ha rilevato che gli adolescenti che non sopportano la solitudine non sono in grado di sviluppare talento creativo.

Susan Cain, autrice del libro “Quiet: The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking” difende la ricchezza creativa che viene dalla solitudine e reclama, per il bene di tutti, la pratica dell’introversione.
  • “Hanno sempre detto che dovrei mostrarmi più aperta, ma ho capito che essere introversi non è una cosa negativa. Così per anni sono andata in bar affollati, come molti introversi fanno, con una perdita di creatività e di leadership che la nostra società non può permettersi. La solitudine è l’ingrediente fondamentale della creatività. Darwin faceva lunghe passeggiate nei boschi e decisamente respingeva gli inviti ai party. Steve Wozniak ha inventato il primo computer Apple bloccato nel suo Hewlett Packard”.
E aggiunge: “Le società occidentali hanno dimenticato la potenza della vita contemplativa. Fermiamo la follia della ricerca costante del lavoro di squadra. Andate nel deserto per avere intuizioni proprie”.
FONTE: Huffingtonpost

venerdì 6 maggio 2016

Una mente aperta è un’arma potentissima...

I vantaggi di una mente aperta

Capita molto spesso. Ogni giorno ci imbattiamo in persone che hanno schemi di pensiero rigidi e chiusi, anche amici che rifiutano i cambiamenti e che non vogliono nemmeno ascoltare opinioni diverse dalla propria, perché tutto ciò che si allontana dal loro modo di pensare, significa cadere in errore.
La nostra società ospita un gran numero di menti quadrate che hanno messo un lucchetto al proprio cervello, negando l’apertura mentale e albergando solo in ciò che conoscono. Sono menti inflessibili che vivono della quotidianità e negano l’apertura alle nuove opinioni.

Siamo sicuri che anche voi conoscete persone dal mondo di pensare simile a quello appena descritto. La cosa più difficile è quando si tratta di familiari, amici, colleghi di lavoro con i quali bisogna confrontarsi ogni giorno, perché siamo coscienti dei grandi muri che ci dividono da queste persone e di quanto è difficile convivere con questo tipo di persone.

Tuttavia, dovete averlo ben chiaro. Non lasciatevi influenzare da queste persone, non permettete loro di inculcarvi il virus dell’inflessibilità, della negazione, della quotidianità che si nega ai cambiamenti per paura di perdere l’equilibrio.
Una mente aperta è un’arma potentissima che bisogna saper sviluppare...
Strategie per mantenere la mente aperta

C’è qualcosa di cui è bene tener conto. È possibile che pensiate di essere il perfetto esempio di mente aperta, lontani da quelle persone dal cervello squadrato e piene di paure di cambiare.
Tuttavia, in un certo modo tutti noi abbiamo angoli mentali che non si sono ancora distesi completamente a quest’apertura. Tutti abbiamo qualche piccola paura e disponiamo di una ridotta “zona di confort” dalla quale è spesso difficile allontanarsi. Siete capaci ad esempio di accettare opinioni diverse dalla vostra? Pensate che i vostri principi, le vostre opinioni e le vostre credenze siano sempre vere?

Per approfondire ancora di più questi aspetti, vi invitiamo a prendere in considerazione queste dimensioni che vi aiuteranno a mantenere la mente aperta.
1. Mettete in discussione ciò che vi circonda
Non si tratta di dubitare di tutto ciò che vedete o che fate. Si tratta per meglio dire di non dare tutto per scontato, accettando tutto com’è. È possibile ad esempio che ci siano alcuni aspetti del vostro lavoro che possono essere migliorati o addirittura che siate voi stessi a dover potenziare le vostre abilità, per crescere professionalmente.

È inoltre possibile che le persone che tanto ammirate non abbiano sempre ragione e che le cose che leggete ogni giorno tengano sfaccettature da prendere in considerazione. Siate un po’ più critici in tutto con tutto ciò che vi circonda.
2. Accettate ciò che è sconosciuto e ammettete l’inaspettato
La paura è il più grande ostacolo che potete incontrare nella vostra vita. Vi impedisce di scoprire nuove opzioni, nuovi sentieri che potrebbero portarvi ad una migliore soddisfazione personale. Perché non accettare tutto ciò che si verifica senza preavviso? Perché non dare un’opportunità all’imprevisto?

Poche cose fanno invecchiare tanto come la paura e la codardia. Le porte che chiudiamo per paura dell’inaspettato, sono specchi che un domani rifletteranno le nostre lamentele e il nostro pentimento.
3. Prendete ispirazione da tutto ciò che vi circonda, anche dai vostri nemici
Che ci crediate oppure no, tutti noi possiamo trarre grandi insegnamenti anche dalle persone che ci feriscono. Una mente aperta è capace di ascoltare ogni opinione e di non voltare la faccia per fuggire.

Potreste avere accanto a voi qualcuno abituato a lamentarsi degli altri, ad ingannare a sottomettere; tuttavia, conoscendo anche questi modelli negativi di comportamento, saprete con certezza ciò che non volete essere, e capirete da cosa dovete allontanarvi e cosa è meglio per voi stessi.
Cercate di trarre sempre qualcosa di buono dalle situazioni che sperimentate ogni giorno; una mente aperta non si ancora solo alle cose negative, alle tempeste dell’oggi, agli errori commessi e ai “no” ottenuti come risposta.

La vita non si stanca dei fallimenti e delle perdite, perché quando ci si concede il lusso di riconoscere gli errori per imparare da questi, si mettono in moto ingranaggi che portano al cambiamento e, di conseguenza, al miglioramento. Si tratta di essere un po’ più flessibili e di modificare le nostre prospettive verso il positivismo e il superamento.
La vita è un’ispirazione continua, da osservare ad occhi aperti, che risponde ai vostri aspetti esterni e conforta il vostro io interiore. Solo in questo modo otterrete una vera conoscenza delle cose. Non abbiate paura di commettere degli errori e, semplicemente, vivete la vita con una mente aperta.

venerdì 29 aprile 2016

Dalla teoria della natura alla pratica nella natura


La vera avventura inizia in Natura!

Se chiediamo a un bambino o a un ragazzo che cos’è il cambiamento climatico, cos’è la biodiversità, quali sono i maggiori impatti ambientali del nostro tempo ci risponderà, probabilmente senza tentennare, dando le giuste soluzioni.

Ma se gli chiediamo quando (e se mai) si è arrampicato su un albero, quando si è sdraiato in un prato, quando ha sguazzato a piedi nudi lungo un torrente saltando di sasso in sasso, quando ha annusato il profumo di un fiore direttamente sul campo, quando ha ammirato in diretta (non televisiva) un’alba o un tramonto o un letto di stelle o uno scoiattolo saltellare sui rami di un albero, ci guarderà smarrito e incerto.

L’eccessivo abuso di videogiochi e Internet, come dimostrato da diverse ricerche, rischia di spegnere sensibilmente le capacità di provare emozioni e di partecipare alle emozioni altrui, di condividere esperienze reali con amici reali, di muoversi e percepire il proprio corpo, di stare bene con se stessi e gli altri.

Richard Louv, noto pedagogista americano e autore de “L’ultimo bambino dei boschi”  sottolinea che i bambini (e gli adulti) non hanno bisogno solo di una corretta alimentazione e di un buon sonno, ma anche del contatto con la natura. Una corsa all’aria aperta, il gioco nei boschi, una nuotata in un lago, una vacanza in campeggio possono quindi favorire la creatività, la gioia di vivere, la passione,  persino il senso critico e la capacità di risolvere i problemi e ridare il senso dell’avventura non mediata dallo schermo della televisione, del tablet e dello smartphone.

Senza demonizzare i nuovi media, dobbiamo ritrovare – ragazzini e adulti – il piacere di essere e di esserci, di occupare uno spazio vero (fisico ed emozionale) e di vivere nella Natura avventure autentiche.

Bisogna quindi passare dalla teoria della natura alla pratica nella natura, anche perché – il fine ultimo – è la ricerca del nostro benessere psico-fisico . E siamo sicuri che trovandolo tra gli alberi, nel cielo, tra le colline, tra le montagne o lungo le coste di un lago o del mare o le rive di un fiume, starà bene anche la natura, l’ambiente e la biodiversità. Mai ci permetteremo, infatti, di rovinare qualcosa che ci procura piacere, energia e felicità!

sabato 23 aprile 2016

Non-Lavoro e Rivoluzione

Non-Lavoro e Rivoluzione

di C. Benatti

Il non-lavoro è un modo di fare la rivoluzione? No, di viverla

Stralci da un’intervista di Claudia Benatti a Philippe Godard, saggista francesce, autore di Contro il Lavoro (ediz. Elèuthera), pubblicata dall’ultimo numero del mensile Terra Nuova.

Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioa del saper fare tante attività diverse, e di farle non perché dobbiamo, ma perché ci sembra giusto e necessario (…). La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente al lavoro inteso come produzione di beni destinati a mercati anonimi e sconosciuti, destinati cioè ad alimentare l’economia monetaria.

È stato con l’avvento degli Stati moderni e del capitalismo che gli esseri umani sono stati trasformati nella materia prima destinata a una macchina che trasforma il lavoro in denaro.

L’esaltazione del lavoro presenta per chi ha il potere l’enorme vantaggio ideologico di riunire sotto lo stesso vessillo sfruttatori e sfruttati. Si finisce così per considerare il lavoro come un valore; ma se così è, allora significa che questa società considera anche il processo di produzione-consumo un valore fondamentale, prospettiva di per sé agghiacciante. Peraltro è un giochino che permette di schiacciare le libertà, che si riducono solo a quelle necessarie al valore del lavoro: poter produrre e consumare liberamente. Il lavoro, dunque, è divenuto un modello di società all’interno della quale non ci resta che il consumo.

Il sindacalismo per i diritti del lavoratori? Non libera dal lavoro, vuole semplicemente sostituire il lavoro per i padroni con lavoro collettivo per la comunità in senso astratto.
Tutti, nessuno escluso, negano la possibilità di una cooperazione umana, spontanea e pacifica; il sistema capitalista si adopera per renderla sempre meno realizzabile (…).

Capitalisti, comunisti, persino anarchici, ci hanno sempre raccontato che la tecnica a seconda della direzione che le sarebbe stata data avrebbe potuto essere messa al servizio dell’emancipazione anziché dell’oppressione.

Illusi sono anche i moderni ecologisti soft, che sperano e credono che la tecnologia, sinonimo di miracolosa efficacia, di massima produttività e minimo consumo, possa salvarci dal mondo abbrutito, abbrutente e inquinato. Eppure la storia ci ha insegnato che i balzi tecnologici sono sempre accompagnati da un aumento della pressione sugli essere umani, una maggiore limitazione delle loro libertà, un’accentuazione del dominio e della repressione contro chiunque contesti questi meccanismi. (…) Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.

Quelli che noi consideriamo «selvaggi», dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre i quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, ma nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.

Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione. Di fronte a un input tanto drastico, molti si spaventano. Invece no, non ci si deve spaventare. (…) Possiamo inventarci un’esistenza diversa, dalla quale bandire il lavoro.

Il non-agire è tutto il contrario del non-intervento. Non è un ritirarsi dal mondo, bensì una critica verso qualsiasi azione contro l’ambiente. Non è un modo di fare la rivoluzione, ma di viverla.
Articolo pubblicato sul sito Comune.info

sabato 16 aprile 2016

Sciamane e Sacerdotesse

Sciamane e Sacerdotesse
Una donna conscia del suo ciclo, delle sue energie, acquisisce consapevolezza dei livelli invisibili della vita. Ella mantiene un collegamento intuitivo con le energie della vita, della nascita, della morte e percepisce la divinità nella terra e in sé stessa.

Per mezzo di questa consapevolezza la donna interagisce non solo con ciò che è visibile e di questo mondo ma anche con gli aspetti invisibili e spirituali della vita. Era attraverso questo stato alterato di coscienza mensile che le sciamane, le donne di medicina, e più tardi le sacerdotesse, portavano energia, ispirazioni e unione tra il divino e il mondo manifesto e la comunità. Guarigione magia, profezia, insegnamento, ispirazione e arte della sopravvivenza provenivano dalla sua capacità di percepire entrambi i mondi, di viaggiare e fare esperienze nell'uno e nell'altro.

L'aumento del predominio maschile nella società, nella religione, portò al declino dello status della donna sciamana e della sacerdotessa al punto che gli uomini si sostituirono completamente in questi ruoli. La figura della sacerdotessa fu repressa in modo così sistematico e completo che la posizione attiva della donna nelle religioni istituzionalizzate sparì completamente.

Il lavoro di queste donne sagge o streghe continuò in modo sotterraneo rappresentando l'ultimo legame con le antiche religioni matriarcali. La strega del villaggio conosceva la magia della natura, l'arte di guarire in delle giuste relazioni ed era in grado di interagire con il suo ciclo mestruale, il periodo del suo sé intuitivo e interiore. 

Ella offriva aiuto e guida nel passaggio dalla vita alla morte, iniziava e trasformava attraverso i riti di passaggio e conduceva rituali estatici per attirare e trasmettere fertilità, ispirazione e unità alla sua gente. La strega del villaggio bilanciava la società e la religione dominate dai maschi, con la coscienza e l'energia femminile.

Sfortunatamente i poteri femminili erano visti come una chiara minaccia alla struttura maschile della società e infatti le persecuzioni medioevali distrussero quasi completamente la tradizione magica delle "donne sagge" o streghe. 

Attaccando le streghe i persecutori si resero conto che esse avevano realmente dei poteri ma la vera distruzione della loro tradizione derivò, piuttosto, dalla negazione, che avvenne in seguito da parte della società, di questi poteri. La strega divenne oggetto di scherno, ritratta nei libri per bambini e nel periodo di Halloween come personaggio grottesco e comico.

Le punizioni inflitte nei tempi antichi e, in seguito, l'indottrinamento indotto con la paura e la vergogna, indussero le donne a non mostrare le capacità e le aspirazioni che avrebbero potuto portare a un risveglio della tradizione. Le conseguenze della caccia alle streghe si ritrovano ancora oggi nella mancanza pressoché totale di insegnamenti spirituali riconosciuti, di archetipi e di tradizioni che facciano conoscere alle donne la natura e l'energia del femminile nella mancanza di indicazioni per il loro uso.

Il risultato derivante dall'aver negato alle donne la pratica attiva nella spiritualità, è l'accettazione, da parte delle stesse donne, della religione strutturata e dominata dai maschi, senza più avere alcun riferimento o una vaga idea della loro innata spiritualità. Per diventare conscia di questa spiritualità una donna dovrebbe rimanere al di fuori della religione maschile riconosciuta e dalla maggior parte delle comunità religiose, cosa alquanto difficile se è cresciuta in un simile contesto senza alcun concetto alternativo; sarebbe un'esperienza piuttosto alienante per mancanza totale di guida e di tradizioni.

La disgregazione della spiritualità femminile è relativamente recente rispetto alla storia dell'umanità, ma fu così profonda che se ne possono trovare tracce soltanto nel folklore occidentale, nei reperti archeologici, nei miti e nelle leggende.

Nel ventunesimo secolo il riconoscere alle donne uno stato sociale sempre più parificato a quello dell'uomo, ha portato con sé un accresciuto bisogno di esprimere la spiritualità al femminile in una forma riconosciuta. A causa della pressione delle donne, alcune Chiese cristiane le hanno accettate nel ruolo di sacerdote; ma anche se ciò riconosce a esse la coscienza spirituale, nega loro la femminilità.

L'uso del termine "donna sacerdote" invece di quello di sacerdotessa rende la donna un "maschio onorario", non tenendo in considerazione la natura femminile e i poteri che incarna. Una donna non può essere un prete in virtù della sua femminilità ma è proprio questa che la lega alla coscienza del divino, ai ritmi della vita e dell' universo. Il sacerdozio offre alle donne un ruolo spirituale riconosciuto ma non conferisce nulla di più. 

Esistere come essere spirituale è una qualità innata nella natura e nel corpo di una donna. La capacità della sacerdotessa, della donna saggia, della sciamana o della strega di mediare i poteri del divino, è insita, in potenza, in tutte le donne e deriva dalla coscienza di sé.

Diventare sacerdotessa significa cercare dentro. L'immagine della donna che tiene un calice ha un significato diverso da quello dell'uomo nella stessa posizione, che ciò venga riconosciuto consciamente o inconsciamente; forse è questo che spaventa gli uomini quando pensano che le donne li potrebbe sostituire nei ruoli della “loro” religione. 

C'è il bisogno di risvegliare entrambe le polarità, che dovrebbero essere equilibrate e compatibili, accettate entrambe nei loro diritti. Il mito del maschio e il mito della femmina non sono uguali ma neanche separati; sono, anzi, legati strettamente assieme in armonia ed equilibrio.

Nel passato la natura lunare delle donne era riconosciuta come dimostrazione del legame tra queste e l'universo. Attraverso il suo corpo la donna sperimentava inconsciamente l'unità di tutto il creato, la mancanza di distinzione tra il divino e la creazione e i cicli della vita e della morte e della rinascita. Questa presa di coscienza manca nella società moderna ed è difficile comprenderla a meno di sperimentarla direttamente attraverso il corpo per le donne e attraverso le donne per gli uomini. Nella società di oggi non c'è posto per le danze estatiche, per la spiritualità espressa con la sensualità e il corpo, per gli oracoli e per le profezie.

La società è tagliata fuori dai poteri del femminile, dall'ispirazione e dall'empatia che portano con sé crescita e comprensione, il superamento della paura della morte e l'unità di mente, corpo, creato e il divino. La recente conquista del mondo maschile da parte delle donne ha portato a loro solo un progresso intellettuale svuotato della comprensione intuitiva e della creatività che e la base della loro natura. 

Non ci sono archetipi o tradizioni a guidare le donne nei loro bisogni e nelle loro capacità all'interno delle nuove aree di lavoro ed esperienza. E’ quindi di importanza vitale che le donne rimedino a questa lacuna e acquistino riconoscimento nella società per tutti gli aspetti della loro natura.

Lo sviluppo e la comprensione di ogni singola donna e importante e quindi e altrettanto importante che essa sia guidata nel passaggio dall'infanzia alla maturità. La società moderna ha perso molti dei suoi riti di passaggio, perciò se la società intende riappropriarsi dei doni del femminile è necessario ripristinare i riti di iniziazione della pubertà, i riti stagionali e lunari e quelli di trasformazione per la nascita e per la morte. 

Se vogliamo che la tradizione delle donne venga ristabilita è necessario scrivere storie e creare nuovi miti, cantare canzoni e far nascere nuovi archetipi. Questo risveglio potrebbe riconnettere le donne con la loro natura completa e offrire consapevolezza alle future generazioni, nella speranza che non si perdano mai più.
Tuttavia la cosa essenziale è creare un posto nella società per la donna sciamana, la donna saggia, la sacerdotessa dell'oracolo, la strega, la donna di medicina.

Nel racconto "Il risveglio", Eva capisce di appartenere a due mondi e di avere la capacità di viaggiare tra essi. Portando il velo rosso delle mestruazioni acquisisce i poteri e la natura del divino femminile e questa responsabilità accompagna il suo risveglio alla comprensione della sua vera natura. 

Per le donne moderne che non hanno la comprensione del loro ciclo, le mestruazioni sono una scusante per comportamenti considerati anomali ma persino quelle che lo comprendono sono incapaci di accettare la responsabilità che ne deriva perché la società non lascia comunque esprimere la loro vera natura.

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