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venerdì 6 maggio 2016

IL DNA SI RIPARA CON I SENTIMENTI

IL DNA SI RIPARA CON I SENTIMENTI

Rigenera il tuo DNA ed evolvi la tua coscienza
Utilizzando determinate frequenze in un ambiente silenzioso si possono effettuare sedute di meditazione, training autogeno, E.F.T  e  REIKI e altre tecniche di ricerca interiore. Ad esempio un suono con frequenza a 528 Hz, può essere utilizzato prima di andare a dormire per ri-armonizzarsi o anche per cancellare le “basse frequenze” derivanti da pessime situazioni vissute o emozioni provate. Queste frequenze possono riparare e riprogrammare il nostro DNA.
Esistono frequenze sonore vitali, circa 6, che hanno un potere straordinario e benefico sulla fisiologia umana.
Queste sono:
396 HZ – Liberi dal senso di colpa e ansia
417 HZ – Cambiamento, lasciare andare il passato
528 HZ – Riparazione e armonizzazione DNA
639 HZ – Apertura e connessione nei rapporti umani
741 HZ – Stimolare il risveglio interiore
852 HZ – Ritorno all’ordine spirituale
In queste 6 frequenze (Do 396 HZ, Re 417 HZ, Mi 528 HZ, Fa 639 HZ, SOL 741 HZ, LA 852 HZ) la proporzione che ne deriva crea ottave superiori corrispondenti alla geometria sacra del Codice da Vinci.
È l’inizio di una nuova scienza, la Cimatica, che studia le onde e i suoni che creano forme geometriche armoniose.

I suoni e la luce saranno gli strumenti delle medicina del futuro….
Nikola Tesla diceva che i tre numeri principali che costituiscono l’universo sono 3,6,9. – La frequenza 528 Hz (5+2+8=15 1+5 =6) è definita la frequenza ‘Miracolo’ ed è la stessa delle eliche del DNA…
- Nei canti Gregoriani, queste frequenze basiche sono espresse continuamente e ripetutamente. Da questo deriva il senso di armonia e di beatitudine.
- Un istituto giapponse (I.H.M Research Institute), ha condotto una ricerca su queste frequenze vitali, fotografando a -25 gradi i cristalli dalla geometria perfetta che ne derivava. La tecnica è quella di Masaru Emoto.
- Altre ricerche con la kinesiologia sui chakra ha dimostrato il potenziamento della forza vitale in presenza di tale frequenze.
- Tutti i pezzi di musica classica composte da Ottave superiori posseggono alcune di queste frequenze specifiche.
- Nel padiglione auricolare è presente la proporzione del Codice da Vinci.
- I suoni che posseggono queste frequenze hanno un potere straordinario sulla fisiologia umana grazie appunto alla forma che accoglie informazioni coerenti alle leggi della creazione universale.

Il corpo umano è composto di sostanza genetica ed è dotato di un trasmettitore e un ricevitore estremamente evoluto di frequenze. Durante sperimentazioni scientifiche, si è osservato che inserendo il DNA in un contenitore particolare di elettroni, questi ultimi si dispongono creando una struttura uguale al DNA. Se si rimuove il DNA, gli elettroni ritornano ad occupare le precedenti posizioni. Questa è la prova certa che il patrimonio genetico dell’essere umano interagisce di continuo con l’energia circostante; siamo noi, le nostre condizioni emotive, a influenzare il mondo di continuo.
Dentro un essere umano ci sono delle microantenne, conosciute con il nome di amminoacidi, connesse e collegate con il DNA. Inoltre, esistono 64 codici genetici, fatti per inviare o ricevere frequenze più elevate collegando ogni persona ad una coscienza più elevata. Le ultime ricerche scientifiche dicono che solo 20 di queste antenne sono funzionanti, mentre le rimanenti 44 rimangono “spente”. 20 antenne sono insufficienti a collegare un essere umano con le frequenze più elevate. Ne deriva che ogni essere umano usa solo una piccola parte del proprio potere cerebrale.
Le nostre emozioni hanno una funzione determinante sull’attivazione di queste microantenne, come dimostrato da Bruce Lipton nel libro La biologia delle credenze. Una situazione di paura che deriva da tutte le nostre emozioni a bassa frequenza, può attivare solo alcune di queste “antenne” perché produce una lunghezza d’onda lunga e lentissima.
Invece l’amore, espressione di tutte le nostre emozioni di elevata qualità spirituale, riesce ad attivare un numero elevato di “antenne Effettori’ perché genera una lunghezza d’onda veloce e corta.

LE FREQUENZE POSSONO INFLUENZARE E RIPROGRAMMARE IL DNA
Il DNA umano è un Internet biologico, superiore, sotto molti aspetti, a quello artificiale. La più recente ricerca scientifica russa spiega, direttamente o indirettamente, fenomeni quali la chiaroveggenza, l’intuizione, gli atti spontanei ed a distanza di cura, l’auto-guarigione, le tecniche di affermazione, la luce o aure insolite intorno alle persone (concretamente, dei maestri spirituali), l’influenza della mente sui modelli climatici e molto ancora. Inoltre, ci sono segni di un tipo di medicina completamente nuova nella quale il DNA può essere influenzato e riprogrammato dalle parole e dalle frequenze SENZA sezionare e rimpiazzare geni individuali.
Solo il 10% del nostro DNA viene utilizzato per costruire le proteine. Questo sub-complesso di DNA è quello che interessa i ricercatori occidentali che lo stanno esaminando e catalogando. L’altro 90% è considerato “DNA rottame”. Tuttavia, i ricercatori russi, convinti che la natura non è stupida, hanno riunito linguisti e genetisti per intraprendere un’esplorazione di quel 90% di “DNA rottame”. I loro risultati, scoperte e conclusioni sono semplicemente rivoluzionarie !
Secondo loro, il nostro DNA non solo è il responsabile della costruzione del nostro corpo, ma serve anche da magazzino di informazioni e per la comunicazione.

I linguisti russi hanno scoperto che il codice genetico, specialmente nell’apparentemente inutile 90%, segue le stesse regole di tutte le nostre lingue umane. Per questo motivo, hanno confrontato le regole della sintassi (il modo in cui si mettono insieme le parole per formare frasi e proposizioni), la semantica (lo studio del significato delle parole) e le regole grammaticali di base. Hanno scoperto che gli alcalini del nostro DNA seguono una grammatica regolare e hanno regole fisse come avviene nelle nostre lingue. Così le lingue umane non sono apparse per coincidenza, ma sono un riflesso del nostro DNA inerente.
Anche il biofisico e biologo molecolare russo Pjotr Garjajev e i suoi colleghi hanno esplorato il comportamento. La linea finale è stata: “I cromosomi vivi funzionano come computer “solitonici/olografici” usando la radiazione laser del DNA endogeno”.
Questo significa che hanno fatto in modo di modulare certi modelli di frequenza con un raggio laser e con questo hanno influenzato la frequenza del DNA e, in questo modo, l’informazione genetica stessa.
Siccome la struttura base delle coppie alcaline del DNA e del linguaggio (come si è già spiegato) sono la stessa struttura, non si rende necessaria nessuna decodificazione del DNA. Uno semplicemente può usare parole e preghiere  del linguaggio umano!
Questo è stato anche provato sperimentalmente.
La sostanza del DNA vivente (in tessuto vivo, non in vitro), reagirà sempre ai raggi laser del linguaggio modulato e anche alle onde radio, se si utilizzano le frequenze appropriate. Infine questo spiega scientificamente perché le affermazioni, l’educazione autogena, l’ipnosi e cose simili possono avere forti effetti sugli umani e i loro corpi. È del tutto normale e naturale che il nostro DNA reagisca al linguaggio. Mentre i ricercatori occidentali ritagliano geni individuali dei filamenti del DNA e li inseriscono in un altro posto, i russi hanno lavorato con entusiasmo con dispositivi che possono influenzare il metabolismo cellulare con le frequenze modulate di radio e di luce per riparare difetti genetici.

Per esempio il gruppo di ricercatori di Garjajeva ha avuto successo nel provare che con questo metodo si possono riparare i cromosomi danneggiati dai raggi X. Sono anche riusciti a catturare modelli di informazione di un DNA specifico e lo hanno trasmesso ad un altro, riprogrammando così le cellule su un altro genoma. In quel modo, hanno trasformato con successo, per esempio, embrioni di rana in embrioni di salamandra, semplicemente trasmettendo i modelli di informazione del DNA !
In quel modo, l’informazione completa è stata trasmessa senza nessuna delle disarmonie o effetti collaterali che si manifestano quando si fa l’ablazione e si reintroducono geni individuali del DNA ! Questo rappresenta una rivoluzione e sensazione incredibili, che trasformerà il mondo !

Tutto ciò applicando semplicemente la vibrazione e il linguaggio al posto dell’arcaico processo d’ablazione! Questo esperimento punta all’immenso potere della genetica delle onde, che ovviamente ha più influenza, sulla formazione degli organismi, che i processi biochimici delle sequenze alcaline.

UTILE PER IL NOSTRO REIKI, PER LA GUARIGIONE DELLA CELLULA MADRE, PER LA CRISTALLOTERAPIA AYURVEDICA, PER LA DENDROTERAPIA ENERGETICA, PER IL MASSAGGIO-MESSAGGIO, LA TERZA LINGUA …seminari che teniamo…..
I maestri esoterici e spirituali sanno da millenni che il nostro corpo si può programmare con il linguaggio, le parole e il pensiero. Ora questo è stato provato e spiegato scientificamente. Certamente la frequenza deve essere quella corretta e a questo si deve il fatto che non tutti hanno lo stesso risultato o possano farlo sempre con la stessa forza.

sabato 20 giugno 2015

CAUSE ALZHEIMER: Il glucosio danneggia i neuroni del cervello

CAUSE ALZHEIMER Il glucosio danneggia i neuroni del nostro cervello


cause alzheimer L’Alzheimer, come altre forme di demenza senile, è causato dalla morte dei neuroni proprio perchè queste cellule non posso essere sostituite, ciò causa la degenerazione del cervello. Molti studi confermano una forte correlazione tra l’azione nefasta dei radicali liberi  e la comparsa di questa malattia. Inoltre è stata confermato un rapporto molto stretto con il diabete (tanto da rinominarla come diabete di tipo 3).

A questo punto poniamoci una domanda.
Tale degenerazione dipende dal consumo di carboidrati insulinici?
Da anni ci dicono che lo zucchero fa bene al cervello, ma bisogna crederci davvero?

Purtroppo devo confermare che il consumo di amidi (pane, pasta, patate, cereali, riso e legumi) e di zuccheri semplici, sono la causa principale dell’insorgenza delle malattie degenerati celebrali. Tali disfunzioni purtroppo operano su tre distinti livelli che agiscono sinergicamente portando alla morte dei neuroni.
Vediamone insieme i meccanismi.
Troppo e troppo poco glucosio

Ricorderete che i neuroni hanno degli speciali “carrier proteici” chiamati Glut 1 e Glut  3, indipendenti dall’insulina.

Il Glut 1 assicura al cervello la quantità basale del glucosio, in quanto non è sensibile agli aumenti di glucosio nel sangue. Ricordiamo che i neuroni utilizzano, per produzione di energia, sia i mitocondri che la glicolisi, di conseguenza la quantità di glucosio trasportata dai Glut 1 è sufficiente al funzionamento del cervello.

Quando invece abbiamo maggiore necessità di energia, il cervello utilizza  un altro tipo di  glut, il numero 3, che invece è sensibile all’incremento di glucosio nel sangue. Quindi per aumentarne il livello, attiva il cortisolo. Un meccanismo assolutamente perfetto, che nel mondo paleolitico, bilanciava ogni necessità energetica. Se tale meccanismo però lo confrontiamo con quello dell’insulina, ci si accorge che qualcosa non quadra.

Sappiamo che dopo un pasto glicemico, subiamo dapprima un picco glicemico e poi un calo glicemico. Ciò significa indurre un aumento di glucosio nei neuroni (senza che il nostro cervello lo abbia richiesto) tramite le Glut 3, e dopo un calo di zuccheri.
Sarebbe come collegare un computer ad una presa che ha sbalzi di corrente: quanto credete che durerà prima di fulminarsi?

Diversi studi hanno proprio dimostrato che l’ipoglicemia è uno dei fattori scatenanti della demenza senile. Fonte: morbo-alzheimer.it

giovedì 7 agosto 2014

I campi morfici e morfogenetici

di Mariangela Ferrara
Dedichiamo questo incontro al pensiero di Rupert Sheldrake che, attraverso la sua teoria della “causalità formativa”, ha contribuito a dare una spiegazione per l’emergere di forme e strutture complesse con la introduzione del concetto di campo morfico, riprendendo ed integrando quello di entelechia  (dal greco entelecheia  eichein "avere", en- "in" telos "compimento“) avanzato  prima da Aristotele quale caratteristica della materia di avere ogni possibilità insita nel proprio essere, poi da Leibniz come qualità propria della monade di avere il compimento del proprio fine già in sé ed infine da Dreisch il quale sostenne che l’entelechia nei sistemi agisce come una sorta di forza organizzatrice che ne coordina i processi chimici e fisici.
Sheldrake ha studiato filosofia a Harvard e scienze naturali a Cambridge dove ha conseguito un dottorato di ricerca in biochimica  nel 1967 dirigendone poi il dipartimento contestualmente a quello di biologia cellulare fino al 1973. Ha fatto parte della Royal Society. Ha scritto più di sessanta articoli scientifici e numerosi libri. Quanto segue è tratto in parte dall’articolo “Le informazioni invisibili: i campi morfici “ dello psicologo Luca Bertolotti riportato sul sito Spazio Mente – Pagine di libera informazione scientifica
(http://www.spaziomente.com/le_informazioni_invisibili,i_campi_morfici.htm) integrato da nostre considerazioni, ed adattamenti espositivi.
   
Il DNA e il problema della forma
Gli scienziati che lavorano sul mondo microscopico generalmente non si curano della forma degli organismi su cui lavorano, in quanto il loro oggetto di interesse è la chimica e la fisiologia; ma per coloro che studiano gli organismi viventi nel loro insieme è impossibile comprendere la vita senza tenere conto della sua forma. Il grande interrogativo che per molto tempo è rimasto senza risposta è il perché e il come gli esseri viventi riescano ad assumere determinate forme fisiche proprie della loro specie. Con la scoperta del DNA, i biologi molecolari dichiararono risolto il problema, dato che esso è costituito da molecole direttrici che contengono tutte le informazioni grazie alle quali un intero organismo può essere costruito.
Ma il problema iniziale sussiste.
Infatti, considerando il DNA come il programma completo di ogni organismo vivente, alcuni scienziatisi sono chiesti che cosa può invece controllare la forma di oggetti non viventi come i cristalli.
In tali materie, prive di DNA, devono intervenire necessariamente altri fattori.Una possibile – e molto probabile – soluzione, si può ritrovare nelle forze subatomiche alla base delle molecole che le compongono, che contribuiscono non solo alla configurazione interna della struttura, ma anche a quella esterna, ossia la forma. Dunque, se tali forze governano le molecole degli oggetti inanimati, è deducibile che governino anche le molecole degli esseri viventi, quindi il DNA. Fino ad oggi il problema della forma è rimasto un problema centrale in biologia.
Nessuno è in grado di capire perché, ad esempio, una cellula maturi in una cellula di foglia e un’altra in una cellula di gambo, dato che entrambe appartengono alla stessa pianta e hanno un DNA identico.
E lo stesso quesito si ripropone nell’essere umano, dove una cellula diventa una cellula epiteliale e un’altra una cellula epatica quando il DNA di ciascuna è lo stesso.
Risulta evidente che deve esistere qualcosa di ancora più profondo del DNA che ne regola il funzionamento. Nel DNA è contenuto il codice genetico che si suppone avere il compito di governare tutto quello che avviene negli esseri viventi in via di sviluppo. Ma dato che tutti i tipi di cellula delle diverse parti organiche del corpo umano contengono il medesimo DNA, deve quindi esserci necessariamente qualcosa al di sopra di esso in grado di spiegarne il loro differente esito.
Tutto il compito del DNA si può sintetizzare nel suo fornire la sequenza degli aminoacidi in modo da permettere alla cellula di produrre determinate proteine. 
Il problema posto dal biologo inglese Rupert Sheldrake – che incominciò ad interessarsi all’enigma della forma durante le sue ricerche sulla crescita delle piante a Cambridge – non si ferma però alla questione di fornire le proteine giuste alle cellule giuste al momento giusto, ma cerca di capire come possano le cellule organizzarsi in forme particolari fino a svilupparsi in differenti organismi. 
In definitiva, il DNA aiuta a comprendere come si ottengono le proteine che forniscono i “mattoni” e il “cemento” con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega il modo in cui questi elementi assumono determinate forme. Nel quadro della scienza classica, tutte le domande rimaste senza risposta a proposito dell’ereditarietà e delle proprietà degli organismi viventi, vengono attribuite a probabili funzioni del DNA ancora sconosciute.
I biologi chiamano morfogenesi l’ambito di studi relativi all’origine della forma (termine che deriva dal greco morphé, forma, e genesis, origine), cercando di ovviare al problema in modo superficiale e provvisorio facendo affidamento alla programmazione genetica.
Secondo questa visione ogni specie non fa altro che seguire le istruzioni dei propri geni.
È però importante sottolineare che l’unica teoria rigorosa e definita riguarda il modo in cui il DNA codifica il RNA e quest’ultimo codifica le proteine, tutte le altre funzioni che vengono ipoteticamente attribuite al DNA non possono assolutamente essere specificate in termini molecolari.
È a questo punto, dove la scienza classica si ferma, che Sheldrake  propone, in linea con la fisica contemporanea, la teoria dei campi morfici come reale guida del programma genetico organizzato dal DNA che risiederebbe sotto forma di informazione a livelli energetici molto più sottili di quelli considerati fino ad ora. 

L’ipotesi della causalità formativa
Dopo anni di studi e riflessioni sull’enigma della  morfogenesi, Sheldrake giunse alla conclusione che questo non potrà mai essere realmente compreso attraverso le concezioni meccanicistiche classiche, ma richiede concetti assolutamente nuovi.
Fu così che nel 1981 propose per la prima volta l’idea relativa all’esistenza di un campo morfogenetico, attraverso i tre principi base dell’ipotesi della causalità formativa.
I campi morfogenetici sono un nuovo tipo di campo che fino ad ora non è stato riconosciuto dalla fisica.
Così come gli organismi alla cui formazione presiedono, si evolvono. Hanno una storia e, grazie a un processo chiamato risonanza morfica, contengono in sé una memoria.
Fanno parte di una famiglia più vasta di campi, detti campi morfici.
Secondo Sheldrake, i campi morfici sono localizzati dentro e intorno ai sistemi che organizzano ed agiscono come una struttura informativa razionale e portatrice di significato, il cui effetto non è limitato dai parametri spazio-temporali sui quali però esercitano la propria influenza.
Essi  impongono un ordine all’indeterminismo intrinseco dei sistemi cui presiedono e che sono preposti ad organizzare.
Il Dna agirebbe come un ricevitore di informazioni genetiche provenienti dai campi morfogenetici.
In altre parole, la causalità formativa è il meccanismo grazie al quale le cose assumono la loro forma, o la loro organizzazione. Sheldrake ha introdotto quindi l’ipotesi che, sia la struttura sia i comportamenti caratteristici di tutti i sistemi chimici, fisici e biologici esistenti in natura,  siano guidati e plasmati da campi organizzativi, da lui chiamati appunto campi morfici, che, come una mano invisibile, agiscono in maniera non locale.
In zoologia e in botanica i campi morfici che presiedono allo sviluppo e al mantenimento della forma vengono chiamati campi morfogenetici; quelli che si occupano della percezione, del comportamento e dell’attività mentale si chiamano campi percettivi, comportamentali e mentali; quelli che si riscontrano in mineralogia sono detti campi cristallini e molecolari; quelli invece che si osservano in sociologia sono detti campi sociali e culturali.
Infatti, così come un campo cristallino organizza i modi secondo cui molecole e atomi si ordinano all’interno di un cristallo [...] un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, per esempio il modo in cui ciascun uccello vola all’interno dello stormo.

Il lavoro dei campi morfici viene compiuto a livello subatomico, funzionando come restrizione schematizzata sulla moltitudine di eventi probabili e indeterminati che si verificano ai livelli più profondi dei sistemi fisici.
Così un campo cristallino organizza i modi secondo cui le molecole e gli atomi si debbono ordinare all’interno di un cristallo; il campo di un animale plasma invece le cellule e i tessuti all’interno di un embrione, ne guida lo sviluppo fino a che esso assuma la caratteristica forma della sua specie; così come un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, per esempio il modo in cui, come già detto,  ciascun uccello vola all’interno del suo stormo.
Il campo morfico conduce i sistemi a esso sottoposti verso mete o obiettivi specifici, denominati attrattori, termine ripreso dal matematico René Thom (fondatore della teoria delle catastrofi, branca della teoria dei sistemi) che rappresentano i limiti verso i quali un sistema dinamico viene attratto.
Per Sheldrake infatti il campo stesso si evolve, esso non è fissato una volta per tutte da un’equazione matematica, ma la sua struttura dipende da ciò che è accaduto in precedenza. Contiene una sorta di memoria. Attraverso la ripetizione, i modelli che organizza divengono sempre più probabili, sempre più abituali.
Una volta che questo nuovo campo, questo nuovo modello di organizzazione, ha cominciato a esistere, esso si rafforza attraverso la ripetizione. È sempre più probabile che il modello si riproponga. I campi divengono una sorta di memoria cumulativa, evolvendosi nel tempo, e sono alla base della formazione delle abitudini della natura.

Risonanza morfica e mente collettiva 

L’influenza del pensiero, la risonanza morfica di Sheldrake

Rupert Sheldrake, biologo e saggista britannico, nel 1981 pubblicò il suo libro “A New Science of Life: l’ipotesi di Morphic Resonance" , fu accusato di essere un eretico pseudo-scientista , persino da John Maddox, il direttore della rivista Nature che suggerì di bruciare quel libro.
Sheldrake è stato ridicolizzato dalla scienza ufficiale per il suo lavoro sulla telepatia esistente tra gli animali e i loro proprietari, la telepatia telefonica e quant’altro.
La sua teoria della risonanza parla di un attingere alla memoria collettiva della specie , sintonizzandosi con i membri passati della specie per contribuire all’ulteriore sviluppo della specie.
Questo comporta una sorta di “risonanza” tra gli individui e i gruppi di una specie e in un altra sua pubblicazione The Presence of the Past, avanza l’ipotesi che i ”campi ricordi” non siano effettivamente memorizzati nel cervello ma piuttosto in un campo di informazioni, in una sorta di biblioteca nell’etere, a cui si accinge tramite il cervello..
Se questo fosse dimostrato, ciò avvalorerebbe la tesi che la coscienza umana, i nostri ricordi personali e il nostro senso dell’io possano sopravvivere alla morte biologica.
Ogni complesso mentale dell‘uomo (sogni, esperienze mistiche, stati alterati di coscienza) possiedono una loro struttura e possono essere trasferiti da un individuo all’altro grazie al meccanismo della risonanza morfica che è come una acquisizione e condivisione delle “abitudini ” che gli organismi, compresi i virus, acquisiscono durante il processo evolutivo e “risuonano” all’interno della specie, fornendo nuove capacità (es, la nuova capacità di resistenza di un virus).
La teoria di Sheldrake, dunque, fornisce una possibile spiegazione scientifica per l’interconnessione esistente tra molte persone anche distanti tra loro. Questa teoria non spiega quindi solo la telepatia ma la co-evoluzione di una specie che viene influenzata dalle informazioni collettive.
Del resto anche Jung parlava di inconscio collettivo , un contenitore psichico universale comune a tutti gli esseri umani e contiene gli archetipi che si manifestano in tutti i popoli di tutte le culture.
Rupert Sheldrake ritiene che vi siano campi morfici, campi morfogenetici di informazioni che stanno plasmando la nostra esistenza come parte di una specie. Questi campi sono invisibili, come la gravità, ma possono essere osservate dai suoi effetti.
E anche se scientificamente non possiamo spiegare in che modo siamo legati ad una coscienza collettiva sappiamo però che a volte ci possiamo collegare con i pensieri altrui e come tutte le informazioni della nostra specie , influenzano milioni di persone in tutto il mondo.
Quello che fai, quello che dici e ciò che si pensa può influenzare un’altra persona . Così siamo più responsabili delle nostre azioni, parole e pensieri.. il che significa che dobbiamo essere più attenti a quello che stiamo pensando se ci preoccupiamo per l’effetto che hanno sugli altri.
Recentemente è stato effettuato un esperimento di natura emotiva proprio su fb.. Lo studio, pubblicato su Pnas, certificava che il ”contagio emotivo”, fra stati d’animo positivi, si realizza anche sul piano virtuale.
Peccato che gli utenti fossero ignari di aver preso parte a una simile indagine emozionale e soprattutto che il proprio ‘flusso’ di notizie fosse stato intenzionalmente plasmato ai fini di questa ricerca.
L’esperimento, condotto dal team Core Data Science di Facebook (FB) attraverso l’alterazione dei feed degli utenti, ha dimostrato che gli stati d’animo come la felicità o la depressione possono essere trasferiti attraverso i social network.
Gli scienziati, infatti, hanno alterato per una settimana, dall’11 al 18 gennaio 2012, l’algoritmo che filtra le informazioni visualizzate sulla bacheca di 689,003 persone, per verificare se il “contagio emotivo” si verifica anche a distanza.
Quindi la teoria di Sheldrake ha una valenza importantissima poiché i nostri pensieri permeano il pianeta e lo plasmano, come dire…il pensiero è materia e realtà incipiente. 
Monica Scaini 
http://blog.libero.it/MISTERIES/12889681.html

martedì 8 luglio 2014

VERTEBRE e RICORDI DOLOROSI – Le nostre ossa somatizzano i traumi!

Esiste anche una memoria extracranica, come anticipato in modo illuminante da Giuseppe Calligaris

“…guarda bene la colonna per conoscere la causa della malattia…” Ippocrate


Le “placche cutanee” e la loro “memoria”
Dal 1996 mi dedico assiduamente allo studio e all’indagine di particolari punti cutanei, collegati alla memorizzazione di eventi stressanti, e che sono localizzati sui versanti laterali dei processi spinosi delle vertebre. Si tratta di 24 coppie di punti (o meglio “placche cutanee” come specificherebbe il prof. Giuseppe Calligaris ), scaglionate dalla prima cervicale alla quinta lombare con esclusione del segmento sacrococcigeo. Questi stessi punti sono perfettamente sovrapponibili ai cosiddetti punti Fuori Meridiano, denominati HuaTuojiaji, molto conosciuti in Medicina Tradizionale Cinese.

Quale meraviglia nascondono queste placche spinali? La risposta risiede nella capacità di questi punti di attivarsi in relazione ad accadimenti dolorosi, di registrare cioè gli effetti di esperienze stressanti secondo un preciso modello temporale. Si tratta di una rivoluzionaria ipotesi cronobiologica, densa di ricadute sul piano clinico. La nostra prima riflessione è la seguente: se è plausibile l’esistenza di queste placche spinali, che registrano segnali a carattere traumatico, questo porta a pensare che esistano mappe neurali della nostra memoria autobiografica oltre i limiti dei confini cranici. In altre parole possiamo immaginare che perlomeno anche le strutture nervose spino-midollari possano in qualche misura codificare la registrazione di eventi a connotazione traumatica. Non dimentichiamo inoltre che le strutture spinomidollari (il midollo spinale, per intenderci) rappresentano, sul piano filogenetico, le architetture neurali più arcaiche in senso assoluto, compatibili in questo senso con una forma di “Memoria” meno sofisticata, ma più stabile, perché stratificata in milioni di anni di evoluzione biologica.

Il linguaggio, con cui si esprime questa particolare forma di memoria, è ovviamente un linguaggio “non-verbale”, esplicitato attraverso i meccanismi dei riflessi e della sensibilità. Possiamo quindi definire le strutture spinomidollari come la sede elettiva della “memoria archicorticale”, in contrapposizione con la “memoria paleocorticale” del sistema limbico e con quella “neocorticale” della corteccia cerebrale.
Le nostre “memorie”
Sotto il profilo neurofisiologico il midollo spinale insieme al tronco encefalico rappresenta una fondamentale via di comunicazione degli stimoli e delle informazioni fra la periferia (cute, visceri, apparato locomotore, etc.) e il centro (centri nervosi superiori endocranici) e consente il corretto svolgimento delle nostre attività automatiche e istintuali. Presiede in altre parole al normale funzionamento della nostra vita vegetativa (controllo della respirazione, della frequenza cardiaca, del ritmo veglia-sonno, etc.). MacLean ha denominato “cervello rettile” (reptilian brain) questa porzione del nostro sistema nervoso, perché sostanzialmente simile a quella dei rettili, differenziandolo dalle strutture superiori endocraniche come il sistema limbico, il cosiddetto “cervello emotivo” (mammalian brain) in comune con gli altri mammiferi e gli uccelli, e la porzione più evoluta, la neocorteccia.

La memoria rettiliana e il ricordo dei traumi
Tornando al tema centrale di questo articolo, le indagini da me svolte fino a oggi sul cosiddetto “cervello rettile”, hanno rivelato la possibile esistenza di precise mappe neurali, che agiscono in relazione ad eventi stressanti sulla base di una matrice temporale. In altre parole si tratta di mappe neurali extracraniche collegate alla nostra memoria autobiografica.

Quanto avviene nel corso della nostra esistenza viene così registrato non soltanto nelle aree cerebrali, ma anche in quelle spinomidollari. Ma di quali eventi si fa carico la nostra memoria “rettiliana”? Di quelli relativi ai giorni spensierati e felici della nostra giovinezza o quelli di un lieto evento come il primo amore, la nascita di un figlio, una importante promozione scolastica, un successo lavorativo? No, la memoria “rettiliana” registra in profondità quegli eventi, che abbiamo percepito come minacciosi per la nostra integrità, attivando processi di tipo inibitorio. Il cervello rettiliano prende il sopravvento, perché il suo arcaico codice evolutivo gli impone soltanto di conservare l’individuo e quindi la specie.

La profonda stratificazione di informazioni legate a eventi connotati come “dolore”, “pericolo”, “minaccia”, “separazione”, “allontanamento” o “perdita”, consente di ricordare in modo non-conscio una precedente esposizione, per poterla evitare. L’ingestione innocente di attraenti bacche rosse si può tradurre per l’ominide di un milione di anni fa in una esperienza dall’esito mortale. La fortuita sopravvivenza a questo evento ha il preciso scopo di attivare una reazione di evitamento, ogni qualvolta si venga a contatto con le micidiali bacche rosse. Ricordare l’evento a più livelli, coscienti e non, incrementa statisticamente non soltanto la possibilità di evitare quel particolare tipo di esperienza, ma in ultima analisi la sopravvivenza di quell’ominide, del suo clan e della sua discendenza.

In ultima analisi il nostro cervello rettile contiene una particolare memoria di allarme, che si riaccende prontamente quando il corpo percepisce una vera o presunta riesposizione all’evento traumatico. La reingestione accidentale di bacche rosse simili per forma e colore, ma non tossiche, tenderà a riprodurre nell’ominide una sintomatologia analoga (anche se in scala ridotta) a quella sofferta al primo contatto. La riproduzione dei sintomi simili alla prima esposizione sono innescati in modo automatizzato dalla cosiddetta memoria di allarme del cervello rettile e hanno verosimilmente lo scopo di salvaguardare l’integrità fisica dell’individuo, cortocircuitando l’intenzionalità decisionale della nostra corteccia cerebrale (decidere se ingerire o meno le bacche rosse).

Diversificazioni del processo traumatico
Nel corso della nostra lunghissima evoluzione e della progressiva sofisticazione dei nostri circuiti cerebrali superiori, abbiamo via via potenziato la capacità di elaborare pensieri di tipo astratto. Le fonti di possibile minaccia si sono anch’esse virtualizzate, passando dall’esposizione tossica alle bocche rosse, alla esposizione traumatica di una bocciatura scolastica, di un mobbing strisciante in ambito lavorativo, di un ingiustificato licenziamento, di un divorzio e di altri eventi. Siamo inoltre esposti di continuo ad una serie infinita di microtraumatismi emozionali, che oltrepassano la soglia di coscienza e di cui non siamo apparentemente consapevoli. La memoria di allarme del nostro cervello rettile registra non soltanto gli effetti di eventi evitabili come l’accidentale ingestione di bacche velenose, ma anche gli esiti di esperienze inevitabili come il lutto.

L’irreversibilità di un trauma, come la separazione definitiva dai propri familiari, può determinare sofferenza non soltanto nello spirito, ma anche nel corpo. E’ in grado di attivare processi di natura patologica, che minacciano l’integrità dell’individuo. Allo stato attuale delle ricerche è difficile comprendere perché anche questi ricordi potenzialmente pericolosi per la nostra personale sopravvivenza vengano stratificati nei circuiti spinomidollari della nostra memoria di allarme, se invece il suo preciso scopo sarebbe quello di garantire la difesa della nostra integrità. Nel caso specifico dei traumi da lutto, peraltro così frequenti nella vita dei nostri antenati per le ridotte aspettative di sopravvivenza, potrebbe aver potenziato inconsapevolmente il ricorso alla procreazione, non solo per soddisfare le istintuali modalità riproduttive che ci legano agli altri mammiferi e non solo per rimpiazzare in modo opportunistico i membri familiari deceduti, necessari al sostentamento del clan. Ma la finalità della procreazione in mammiferi così evoluti (forse) come gli essere umani, potrebbe essere anche quella di antidotare il terribile dolore del distacco dai nostri congiunti e garantire in questo modo la conservazione delle nostre memorie attraverso la discendenza.

Punti spinali ed epoche della vita
La finalità di questa lunga introduzione è comprendere se sussista la possibilità di interagire positivamente con i dispositivi della nostra memoria rettiliana, per bilanciare gli effetti tossici delle esperienze traumatiche, a cui siamo esposti nel corso della nostra esistenza. Come ho spiegato all’inizio, abbiamo la possibilità di comunicare in modo sostanzialmente diretto con i dispositivi della nostra memoria rettiliana, accedendo ai punti cutanei di proiezione spinomidollare.

Si formula l’ipotesi, avvalorata sul piano clinico, che ogni punto spinale corrisponda ad una precisa epoca della vita secondo un ciclo ripetuto di 60 anni che parte dalla prima cervicale. In senso craniocaudale la numerazione scende di una vertebra per anno anagrafico (ad eccezione del tratto cervicale) per giungere alla quinta lombare, che corrisponde al periodo dei 30 anni. Poi si compie un giro di boa in senso ascendente per chiudere il ciclo al 60° anno di vita sulla prima cervicale.

Un trauma (lutto, separazione, trauma fisico, etc.) in un certo periodo della nostra esistenza si stratifica su una precisa area, che resta dolorabile anche a distanza di anni. Questi punti spinali possiedono perciò la meravigliosa facoltà di registrare il Tempo della nostra vita, così come gli anelli concentrici della sezione di un tronco documentano l’intero ciclo biologico di un albero. Le verifiche cliniche hanno dimostrato che questi punti temporali possano essere identificati in base alla dolorabilità delle singole vertebre alla digitopressione. Inoltre possono essere eccitati mediante picchiettamento spinale (spinal tap) con il martelletto neurologico e produrre così riflessi nervosi a distanza (sensazioni di caldo e di freddo, orripilazione cutanea, parestesie agli arti, ripercussioni viscerali, etc.) nei distretti somatici, colpiti dagli effetti di un traumatismo emotivo o fisico.

La risposta corporea è totalmente autonoma da possibili arrangiamenti corticali, perché viene generata in modo diretto dalla eccitazione di precise aree riflesse delle strutture spinomidollari. Il riflesso viscerale avvertito in sede gastrica dal paziente dopo stimolazione della seconda lombare (27° anno di vita), corrispondente alla morte del padre per carcinoma gastrico, è un riflesso del tutto nuovo rispetto alla nota segmentazione metamerica (le radici spinali della 2° lombare non innervano infatti lo stomaco). Quale nuovo e misterioso riflesso si è attivato? Si tratta forse di una sensazione soggettiva casuale? Il riflesso generato dai dispositivi “rettiliani” corrisponde ad una precisa mappa neurale extracranica, che contiene dati temporali (il 27° anno di vita) e informazioni viscerali (lo stomaco) come esito di una esperienza traumatica. Le prove sui punti spinali consentono abilmente di cortocircuitare pericolose intromissioni delle strutture e dei circuiti corticali, in grado di generare risposte devianti. Il paziente potrebbe infatti spiegarmi in assoluta buona fede di aver superato totalmente il trauma per la morte del padre.

La verifica diagnostica, ottenuta mediante l’eccitazione dei circuiti spinali, è densa di ricadute sul piano clinico in generale, ma anche su quello specifico della terapia. Queste singolari porte biologiche di accesso temporale sulla colonna ci consentono di intervenire sugli effetti di queste memorie disturbanti, per poter ripristinare l’equilibrio. In che modo? Semplicemente concentrando la nostra azione terapeutica su queste aree cutanee. Si può intervenire con l’agopuntura, la digitopressione locale (Shiatzu sui punti di Hua Tuo), l’applicazione di magneti (osservando le opportune precauzioni), la cromopuntura, il micromassaggio con olii essenziali e Fiori di Bach (floripuntura spinale secondo Di Spazio). A prescindere dalle modalità di intervento, ho denominato questa metodica AgeGate Therapy, per sottolinearne la stretta connessione con la dimensione del Tempo.

A conclusione di questo articolo, desidero riportare una bellissima frase del prof. Giuseppe Calligaris, insigne neuroscienziato, che mi ha guidato in questa difficile, ma esaltante avventura e che afferma in uno dei suoi innumerevoli scritti “…il nostro corpo è uno specchio fedele del nostro spirito, e questo di quello…”.
Placche spinali ed esperienze terapeutiche

venerdì 23 maggio 2014

Il sonno toccasana per la memoria

Il sonno toccasana per la memoriaIl sonno è un toccasana per la memoria, secondo Assomensana, Associazione non profit di neuropsicologi che studia come potenziare le facoltà cognitive. Durante la notte, senza “interferenze” inopportune, il cervello immagazzina fino all’80% delle nuove informazioni, contro il 40% che riesce ad assorbire di mattina.


«Due recenti ricerche delle Università di Washington e del Wisconsin, apparse su Science, hanno messo in evidenza come dormire bene faccia bene alla memoria», conferma il professor Giuseppe Alfredo Iannoccari, presidente dell’Associazione, «Durante il giorno, il cervello elabora una mole impressionante di informazioni (circa 11 milioni al secondo!). Ogni attività intellettiva stimola le cellule cerebrali, incrementando le terminazioni nervose (i dendriti) che si estendono e si collegano - attraverso le sinapsi - con gli altri neuroni, creando così una rete fittissima di filamenti. Questa rete richiede molto dispendio di energia per essere realizzata e mantenuta. Infatti si devono utilizzare proteine, grassi e altri componenti biologici per costruire queste reti. Inoltre, creano una ridondanza di informazioni che non sempre si rivelano utili alla nostra vita. È quindi necessario sfoltire queste nuove “memorie” per rendere più efficiente il sistema. Durante il riposo notturno, il cervello rielabora, seleziona e mantiene esclusivamente le informazioni che sono utili e indispensabili alla vita, mentre si disfa di quelle che invece non sono importanti. In questo modo, l’organo del pensiero riorganizza la rete di neuroni, conservando solo ciò che serve e prepara il tessuto cerebrale per essere efficiente il giorno dopo».
E’ quindi su questa base che diventa possibile aumentare l’abilità mnemonica. «Una valida indicazione in merito riguarda l’apprendimento di nuove informazioni», continua il professor Iannoccari, «Ormai sappiamo che ciò che apprendiamo la sera verrà memorizzato meglio e sarà disponibile per l’80% a distanza di 8-10 ore rispetto allo stesso materiale appreso la mattina. In quest’ultimo caso, potremo ricordare soltanto circa il 40% delle informazioni immagazzinate. Ciò dipende dalle “interferenze” che subentrano durante la giornata, circostanza che invece non si verifica durante la notte. Quindi, la notte porta consiglio ma protegge anche la memoria». Un altro mito da sfatare in proposito viene rivelato sempre dal presidente di Assomensana: «Nonostante sia opinione comune che la qualità del sonno peggiori col passare dell’età, dallo studio condotto da M. Grandner e collaboratori, pubblicato sulla rivista Sleep, risulta esattamente il contrario. A partire dai dati ricavati da un sondaggio telefonico casuale, al quale hanno partecipato 155.877 cittadini adulti degli Stati Uniti, i ricercatori hanno esplorato la prevalenza dei disturbi legati al sonno, in relazione all’età dei soggetti, valutando gli effetti di salute, sesso e umore depresso. Considerando tutte le fasce d’età è emerso che ad eccezione di un aumento dei problemi relativi al sonno durante la mezza età, la qualità di questo sembra migliorare nel corso della vita, fino a 80anni! I risultati dello studio suggeriscono che il “poco sonno” nei soggetti più anziani può essere dovuto a più fattori, non necessariamente all’invecchiamento fisiologico, e che si può migliorare seguendo opportuni stili di vita».
Ed ecco i consigli per “Dormire bene” forniti dalla stessa associazione:
  • a cena scegliere cibi leggeri come pesce, latte, yogurt, legumi, frutta secca (ricchi di triptofano, precursore della serotonina, sostanza che rilassa l’organismo in modo naturale) e di vitamina B6 come orzo, riso, carni bianche, che favorisce l’assorbimento del triptofano;
  • evitare bevande alcoliche o eccitanti che contengono teina o caffeina prima di coricarsi, concedendosi invece l’effetto rilassante di tisane a base di camomilla, tiglio, passiflora, valeriana e biancospino;
  • evitare di esporre il corpo ad attività fisicamente pesanti;
  • dormire in un luogo fresco: la temperatura ideale per un sonno ristoratore è di circa 18°C;
  • mantenere stabile l’orario del coricarsi, ricordando il fatto che il momento del normale ritmo di alternanza luce-buio coincide con la preparazione del nostro corpo al riposo (la nostra temperatura corporea si abbassa, così come la pressione arteriosa, e si avverte un piacevole torpore);
  • ridurre il tempo di esposizione alla TV, soprattutto prima di andare a letto. Le immagini televisive stimolano la retina dell’occhio, la quale è collegata direttamente all’ipotalamo, zona deputata alla regolazione del ciclo sonno-veglia. Come dimostrato dai ricercatori dell’University of Pennsylvania (Meeting of Associated Professional Sleep Society of Illinois, 2009), guardare la TV prima di andare a letto riduce il tempo totale del sonno;
  • se dopo una mezz’ora non si riesce a prendere sonno, è più salutare alzarsi dal letto e dedicarsi ad una attività che possa aiutare a rilassarsi (ad esempio si può respirare profondamente e visualizzare mentalmente immagini piacevoli e tranquillizzanti).
di Beatrice Salvemini

lunedì 19 maggio 2014

ll tè verde migliora l’efficienza del cervello, specialmente la memoria di lavoro

donna-libri-1024x683Al tè verde vengono attribuiti molti effetti benefici sulla salute. Ora una nuova ricerca condotta presso l’Università di Basilea e pubblicata nella rivista accademica Psychopharmacology evidenzia per la prima volta che gli estratti di tè verde accrescono le funzioni cognitive, specie nella memoria di lavoro. La scoperta promette di avere implicazioni cliniche per il trattamento di disordini psichiatrici come la demenza.
In passato i principali ingredienti del tè verde sono stati studiati nell’ambito della ricerca sul cancro. Più recentemente, gli scienziati hanno anche incominciato a indagare sugli effetti positivi del tè sul cervello umano. Sono molti gli studi che hanno messo in luce gli effetti benefici della bevanda sulla performance cognitiva. Malgrado ciò, sono rimasti sconosciuti i meccanismi neurali che sono alla base degli effetti positivi del tè verde.
Una memoria migliore
Nel nuovo studio il team di ricercatori del Prof. Christoph Beglinger dell’Ospedale universitario di Basilea e del Prof. Stefan Borgwardt della Clinica Psichiatrica Universitaria hanno scoperto che l’estratto di tè verde accresce la connettività effettiva del cervello.
Per lo studio 12 maschi volontari ricevettero una bevanda a base di siero del latte contenente 27,5 g di estratto di tè verde oppure la stessa bevanda ma senza estratto di tè , come controllo, mentre svolgevano compiti di memoria di lavoro. I ricercatori hanno valutato l’attività cerebrale usando la risonanza magnetica funzionale per immagini (FMRI). Essa ha mostrato un’accresciuta connettività tra la corteccia frontale e parietale del cervello. Queste scoperte neuronali si correlano positivamente con un miglioramento dell’esecuzione dei compiti dei partecipanti. Il Prof. Stefan Borgwardt ha commentato: “le nostre scoperte suggeriscono che il tè verde possa accrescere la plasticità sinaptica a breve termine del cervello.”
Implicationi cliniche
I risultati, secondo i ricercatori, forniscono la prima evidenza del possibile effetto benefico del tè verde nel funzionamento cognitivo. In particolare nello svolgimento di compiti della memoria di lavoro sono emersi nel sistema neurale cambiamenti della plasticità a breve termine delle connessioni fronto-parietali del cervello; l’utilizzo del tè verde potrebbe rivelarsi utile nel trattamento di disturbi cognitivi neuropsichiatrici come la demenza. (Science Daily April 7, 2014)

venerdì 9 maggio 2014

Una proteina per migliorare la memoria


Recentemente sono  stati pubblicati sulla rivista Journal of  Biological Chemistry i risultati di una ricerca condotta presso la Case Western University a Cleveland nell'Ohio (USA) e che ha consentito l'individuazione di una proteina coinvolta nei processi di apprendimento e memorizzazione. 

Si tratta di una proteina di legame (FABP5) degli acidi grassi e la cui carenza nella zona dell'ippocampo del cervello danneggia appunto i processi cognitivi.
L'autore, Noa Noy, sostiene che se si riuscisse a trovare una tecnica capace di consentire la regolazione di questa proteina nel tessuto cerebrale, questo aprirebbe importanti possibilità terapeutiche per i disturbi della memoria e dell'apprendimento presenti in alcune  patologie neuropsichiche.
Lo studio è stato condotto sui topi confrontando il funzionamento di animali sani con altri carenti di FABP5: risulta che la proteina studiata abbia essenzialmente due funzioni nella cellula nervosa:
  • inattivare gli endocannabinoidi, i quali fisiologicamente regolano appetito, umore e memoria, 
  • regolare l'espressività genica, vale a dire quella funzione che impartisce alle cellule i comandi necessari alla loro definizione di struttura e funzione.
L'effetto positivo sull'apprendimento della proteina FABP5 sarebbe legato sia alla sua capacità di trasportare gli endocannabinoidi alla catena biochimica che li rompe inattivandoli, sia alla sua funzione di navetta per i composti che attivano un fattore di trascrizione genetico capace di migliorare la espressività dei geni legati alla cognizione. In pratica sono gli stessi prodotti del catabolismo degli endocannabinoidi che vengono poi raccolti dalla proteina FABP5 e trasportati nel nucleo della cellula dove funzionano da attivatori del fattore di trascrizione.
Una ulteriore riprova dell'importanza di questa sostanza nell'apprendimento e nella memorizzazione è stata ottenuta dai ricercatori studiando il comportamento di gruppi topi sani e gruppi di topi carenti di FABP5: dopo un periodo di addestramento in acqua mirato ad insegnare un percorso di emersione all'interno di un labirinto, mentre il primo gruppo dimostrava di avere imparato e ricordava la strada per arrivare in superficie, gli individui del secondo gruppo si muovevano invece disordinatamente, impiegavano tempi più lunghi e riuscivano ad emergere per lo più casualmente.

martedì 18 febbraio 2014

Giovani smemorati

8228863502_394476a009_oPubblicato da Anna Sustersic su 5 febbraio 2014
CRONACA – Mi sono più volte chiesta, quando spontaneamente un ricordo lontanissimo sbucava nella mia memoria, a quale età risalisse. In mancanza di particolari di riferimento, un evento, un personaggio, un vestito o la testimonianza di qualche mnemone parente non sono mai riuscita a datare con esattezza le memorie apparentemente più sfocate e antiche. Mi soccorre oggi lo studio condotto presso la Emory University di Atalanta, da Patricia Bauer e Marina Larika, che mi assicurano che con buona probabilità i miei ricordi non generano da un passato antecedente ai tre anni.
La notizia non giunge del tutto nuova nel mondo scientifico; già Freud coniava il termine “amnesia infantile” intendendo il fenomeno con cui i primi anni della nostra esistenza vengono rimossi dalla memoria. Lo studio della dott.ssa Bauer, pubblicato su “The journal Memory” dimostra oggi per la prima volta in modo empirico, che il fenomeno dell’amnesia esiste e avviene intorno ai 7 anni di età.
Per la verifica empirica, la dott.ssa Bauer non ha testato la profondità della memoria negli adulti, ma piuttosto ha voluto seguire lo sviluppo dei ricordi autobiografici in un campione di 83 bambini, che sono stati seguiti e monitorati nel tempo dall’età di tre a quella di nove anni.
Con l’aiuto dei genitori, i bambini sono stati interrogati all’età di tre anni per registrare sei ricordi importanti avvenuti nei loro ultimi mesi. Il destino di questi ricordi è stato quindi seguito negli anni per osservare e identificare il momento dell’oblivion.
Emerge dallo studio, non solo che a sette anni perdiamo una parte importante dei nostri ricordi, ma che le memorie dai tre ai sei anni sono più numerose episodicamente ma meno dettagliate di quelle invece, più povere episodicamente, fra gli otto e i nove anni. La causa della dimenticanza, ahimè forse deludendo gli appassionati di Freud, non sembra essere l’implicita volontà di eliminare ricordi sessualmente inappropriati, quanto l’immaturità della struttura neurale. Chiarisce con un esempio la dott.ssa Bauer “i ricordi sono come l’orzo, piccoli frammenti di codifica neurale” il cervello dei bambini sotto i tre anni, spiega la ricercatrice, è come un colabrodo a maglie larghe che insieme all’acqua elimina anche l’orzo, mentre con la crescita e l’acquisizione di strumenti per codificare lo spazio, il tempo e il linguaggio, la maglia si infittisce riuscendo a trattenere più dettagliati frammenti mnemonici.
Se agli estremi della nostra esistenza la perdita di memoria sembra una condizione, per differenti ragioni, ricorrente, il destino e il processamento dei ricordi nelle fasce di età intermedie rimane, come sottolinea Patricia Bauer, futuro, inesplorato e accattivante terreno di ricerca.

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