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venerdì 14 ottobre 2016

Cancro: La rivoluzione scientifica e il cambio di paradigma

Cancro: La rivoluzione scientifica e il cambio di paradigma

Le più importanti riviste scientifiche stanno pubblicando studi e ricerche che minano alla base l’attuale paradigma: Il vecchio verrà spazzato via dal nuovo!
Ottima indagine "con citazioni di ricerche scientifiche", di Marcello Pamio. Ma tranquilli ... i "giornalai" continueranno a screditare . Per il ligio mainstream la scienza e il verbo scientifico sono tali solo se appoggiano le corporations. Ma il salto del paradigma, come anche l'autore dimostra nei fatti citati, è in arrivo.
Per citare un titolo  di un articolo satirico ( sottolino "satirico" : ho visto che non è stato subito colto cosi...)
"SCIENZIATI: LA TERRA IN PERICOLO A CAUSA DI UN CEPPO DI UMANI RESISTENTI AI DATI DI FATTO
E' possibile che diventino piu' recettivi ai fatti, una volta che si trovino in un ambiente senza cibo, acqua o ossigeno"...    
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A livello globale sta succedendo qualcosa di molto particolare: le più importanti riviste scientifiche accreditate (quelle col più alto Impact Factor, fattore d’impatto), stanno pubblicando studi e ricerche che minano alla base l’attuale paradigma.
La verità come si sa è figlia del tempo e stiamo assistendo ad un grande, strutturale e dirompente cambiamento scientifico. Il vecchio verrà spazzato via dal nuovo, che ci piaccia o no.

Gli accanimenti vergognosi che si stanno scatenando su tutti quei medici che in Scienza e Coscienza seguono le volontà dei propri assistiti e tralasciano i diktat delle industrie del farmaco vengono sistematicamente tacciati di ciarlataneria e pesantemente minacciati; gli attacchi mediatici dei media mainstream sulle persone che decidono di intraprendere altre strade aldilà della mortiferia chemio indicano esattamente questo.

Le persone stanno prendendo sempre più coscienza su vari fronti: i rischi delle vaccinazioni pediatriche, i grossissimi pericoli di chemio e radio, l’importanza di uno stile di vita sano in primis l’alimentazione, e questo sta facendo tremare il terreno sotto i piedi dell’Industria della malattia, che non guadagna se le persone rimangono sane! 

Ricordiamo sempre che il pericolo più grande per il Sistema è il risveglio delle coscienze. Gli studi qui sotto elencati rappresentano solo una piccolissima parte della mole di lavoro che è stata pubblicata ufficialmente.

CONTRIBUTO DELLA CHEMIOTERAPIA ALLA SOPRAVVIVENZA A 5 ANNI
Clinical Oncology, dicembre 2004
Nel 2004 una delle più prestigiose riviste di oncologia del mondo, Clinical Oncology pubblica a firma di Grame Morgan (professore di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo dell’University of New South Wales) e Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service d Sidney), un imponente studio osservazionale della durata di ben 14 anni su 227.874 pazienti (72.903 australiani e 154.971 americani) sui 22 tipi di tumori più diffusi.
Il titolo è il “Contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti”.
Quando i dati erano incerti gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia. Nonostante questo lo studio ha concluso che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza (Australia 2,3%, Stati Uniti 2,1%).
“Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori.
“In realtà - continua il professor Grame Morgan - malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”.

La domanda che sorgere spontanea è: se la chemioterapia citotossica contribuisce nella sopravvivenza a 5 anni per un misero 2%, cos’è accaduto al rimanente 98% delle persone? Sono morti prematuramente? Sono morti per cancro o per la chemio?

SOVRADIAGNOSI DI TUMORE AL SENO NEGLI SCREENING
British Medical Journal, 9 luglio 2009
Il BJM pubblica una revisione sistematica a firma di Peter Gøtzsche il direttore del Cochrane Center di Copenhagen sullo screening mammografico.
Lo scopo era quello di stimare l’entità delle diagnosi di tumori innocui (in situ) che non provocano non solo la morte del paziente ma che non danno alcun sintomo, nei programmi di screening di massa.
La meta-analisi che ha revisionato i dati di Regno Unito, Canada, Australia, Svezia e Norvegia, ha stimato una sovradiagnosi del 52%.
Quindi la conclusione dei ricercatori è che “l'aumento di incidenza di cancro al seno è strettamente connessa con l'introduzione degli screening”.  Della serie: più screening facciamo e più tumori trovano.
Ma di quali tumori stiamo parlando? Piccoli tumori in situ che non creano nessun problema alla salute, possono rimanere nel seno per tutta la vita o addirittura venir riassorbiti, oppure si tratta di un cancro pericoloso? La diagnosi precoce non fa alcuna distinzione.
Per fortuna “1 su 3 dei tumori al seno rilevati è sovradiagnosi”, cioè non rappresenta un problema per la salute…

I TRATTAMENTI CHEMIOTERAPICI NEL CANCRO INDUCONO CHEMIO-RESISTENZA
Nature, 5 agosto 2012
La rivista con uno dei più alti Impact Factor (Fattore di impatto) al mondo pubblica uno studio dal titolo: “Treatment-induced damage to the tumor microenvironment promotes prostate cancer therapy resistance through WNT16B” .
Questo studio evidenzia che la chemioterapia usata per combattere il cancro in realtà può stimolare nelle cellule sane circostanti la secrezione di una proteina (WNT16B) che sostiene la crescita e rende 'immune' il tumore a ulteriori trattamenti.
Analizzando gli effetti di un tipo di chemioterapia su tessuti raccolti da pazienti affetti da tumore alla prostata, sono state scoperte "evidenti danni nel Dna" nelle cellule sane intorno all'area colpita dal cancro. Queste ultime producevano quantità maggiori della proteina WNT16B che favorisce la sopravvivenza delle cellule tumorali.
La scoperta che "l'aumento della WNT16B...interagisce con le vicine cellule tumorali facendole crescere, propagare e, più importante di tutto, resistere ai successivi trattamenti anti-tumorali...era del tutto inattesa", ha spiegato il co-autore della ricerca Peter Nelson del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle nello stato di Washington.
"I nostri risultati - hanno spiegato i ricercatori - indicano che il danno nelle cellule benigne può direttamente contribuire a rafforzare la crescita 'cinetica' del cancro", e questo ha trovato conferma anche nei tumori al seno e alle ovaie.
In pratica questo studio dimostra che la chemioterapia è in grado di “rafforzare la crescita del cancro”.

LA MAMMOGRAFIA NON SALVA LA VITA
British Medical Journal, 11 febbraio 2014

giovedì 4 giugno 2015

Mammografie: ancora convinti che siano utili?


Mammografie: ancora convinti che siano utili?

La comunità medica si vanta di prendere importanti decisioni solo se supportate dall’evidenza scientifica. Tuttavia quando con il tempo le nuove evidenze contraddicono le vecchie, la medicina fa molta fatica ad accettarle. Questo vale per le raccomandazioni all’impiego della mammografia. Tutti i nuovi dati ora a disposizione mostrano che in ultima analisi la mammografia crea più danno che benefici. 

Se fosse stato un farmaco la FDA americana non l’avrebbe mai approvato. Lo scorso anno, dopo un’attenta revisione degli studi scientifici, la Swiss Medical Board ha addirittura proposto l’abolizione degli screening mammografici.

Recentemente, anche la USPSTF (US Preventive Services Task Force) ha emanato nuove raccomandazioni sull’uso della mammografia per la prevenzione dei tumori. Eccole:
  • nessuna mammografia di routine per le donne sotto i 50 anni e sopra i 74.
  • per le donne tra i 50 e i 74 anni, una mammografia ogni due anni.
Tuttavia non esiste nessuno studio sugli effetti benefici delle mammografie eseguite ogni due anni, quindi la decisione è del tutto arbitraria, mentre esistono parecchi studi che non supportano affatto la pratica della mammografia annuale.

Una ricerca basata sull’analisi dei dati disponibili dal 1960 al 2014 mostra che su 10.000 donne cinquantenni sottoposte a mammografia annuale per 10 anni solo in 5 casi si previene la morte da tumore alla mammella. In compenso, oltre 6.100 donne ricevono una diagnosi di falsa-positività che porta ad inutili biopsie e ulteriori radiografie. Questo valore di >60% falso-positivo è un indicatore che fa della mammografia un test diagnostico molto poco accurato e che si porta dietro una scia non indifferente di sofferenza psicologica.


E cosa dire di tutte le biopsie che vengono eseguite? Anche in questo campo, un recente studio ha evidenziato un alto livello di imprecisione: per quanto riguarda la diagnosi di cancro, gli anatomopatologi sono d’accordo solo nel 75% dei casi. Ai danni dovuti alla pratica routinaria della mammografie, si aggiunge quindi anche un eccesso di diagnosi di tumori, che si verifica nel 20-30% dei casi. 

Tuttavia, queste donne, con diagnosi dubbia, vengono sottoposte ad intervento chirurgico e ricevono la radioterapia o/e la chemioterapia, senza che questo incida minimamente sulla prognosi. Questi soggetti poi si convincono che la loro vita sia stata davvero salvata dallo screening preventivo, nonostante l’evidenza dica il contrario. Uno studio condotto dall’Università di Harvard ha dimostrato che il costo di questi falsi-positivi è pari a 4 miliardi di dollari. (Il giro di “affari” delle mammografie negli USA è pari a 10 miliardi di dollari!)

E’ ora di rivedere il nostro modo di fare lo screening per la prevenzione del tumore al seno. I dati dimostrano che in questo momento, con il tipo di screening che facciamo, non siamo in grado di valutare il rischio del singolo individuo. Invece di usare il vecchio metodo dell’anamnesi personale e famigliare e le più recenti tecniche non invasive di tipo genetico, oggi trattiamo tutti allo stesso modo, utilizzando un sistema non accurato.

Con decine di milioni di donne a basso rischio che vengono ogni anno sottoposte allo screening antitumorale, qualsiasi test è soggetto ad un alto tasso di falsi-positivi e questo vale per la TAC, la RNM, la mammografia e l’ecografia.
Eric J Topol MD
Bibliografia
- Eric J. Topol, MD Topol: Time to End Routine Mammography Medscape, commentary May 06, 2015.
Liberamente tradotto da: Topol: Time to End Routine Mammography
da Francesco Perugini Billi©copyrighy

Mammografia e dubbi

Caro Grillo, la mammografia si deve fare. Però è vero: non è prevenzione

Un personaggio pubblico che parla di salute ha sempre grandissime responsabilità: dire, come ha fatto Beppe Grillo a Perugia, che le mammografie sono il business di Veronesi è un atto irresponsabile, perché le donne possono dedurne che la mammo non serve a niente, se non ad arricchire qualcuno, e quindi non farla. Il che può mettere a rischio la loro vita. Più tardi Grillo ha precisato: “Non penso che la mammografia non sia utile o necessaria. Anzi penso che sia utilissima. Ce l’avevo con la cattiva informazione che fa credere che facendo questo esame non venga il tumore”. Bene: questo è tutt’altro conto.
Perché sbaglia anche la ministra per la Salute Beatrice Lorenzin a sostenere che “l’arma più efficace, talvolta l’unica, per sconfiggere il cancro è la prevenzione» e che uno degli esempi più eloquenti è il tumore al seno, che «le donne possono sconfiggere proprio grazie alle mammografie e ai controlli da protocollo».
Mammografie e controlli sono utilissimi, ma non possono essere definiti “prevenzione”. I controlli periodici consentono diagnosi precoci, e quindi diminuiscono il rischio di morire per tumore al seno. Ma il tumore, quando viene scoperto ai controlli, ce l’hai già, e non può più essere “prevenuto”. Sulla vera prevenzione del tumore al seno in verità si fa poco o nulla, ed è una cosa terribile se consideriamo che verosimilmente nessun tumore ha un simile tasso di incidenza (1 donna ogni 8) con tendenza ad aumento tra le under 40 e soprattutto fra le under 30.
Un po’ di numeri, spaventosi: nel 2014 in Italia sono stati diagnosticati 48 mila 200 nuovi casi, con 12.500 decessi.  si stima che nel 2020 saranno 51500 (fonte AIRTUM-AIOM). Nel 2011 (dato più recente) il carcinoma mammario ha rappresentato la prima causa di morte per tumore nelle donne, con 11 mila 959 decessi (fonte ISTAT), al primo posto anche in diverse età della vita, rappresentando il 29 per cento  delle cause di morte oncologica prima dei 50 anni, il 23 per cento tra i 50 e i 69 anni e il 16 per cento dopo i 70 anni.
Tutte conosciamo il problema, se non è toccato a noi è capitato a parenti, amiche, conoscenti.
Le case farmaceutiche non hanno alcun interesse a finanziare ricerche che consentano una reale prevenzione, perché la prevenzione non fa vendere farmaci. Ma è proprio su questo fronte che si deve agire, sgombrando il campo dall’equivoco secondo il quale screening e controlli servono a non ammalarsi: screening e controlli servono solo a curarsi tempestivamente quando sei GIA’ ammalata.
Il numero di donne che si sottopongono ai controlli è aumentato, ma il tumore al seno non diminuisce. Anzi. Come avete visto le prospettive sono pessime. A quanto pare le strategie che sono state adottate non sono efficaci.
Ne parliamo con Alberta Ferrari, senologa chirurga presso il Policlinico San Matteo di Pavia. Ferrari è anche promotrice di un gruppo che aggrega le donne con mutazione dei geni BRCA (la patologia di Angelina Jolie, che ha deciso di sottoporsi a mastectomia e ovariectomia preventiva), donne ad altissimo rischio di sviluppare tumori al seno e alle ovaie.
“Non si discute la validità della mammografia come mezzo di diagnosi o di sorveglianza” dice. “Ma ci sono studi -per esempio una grossa ricerca canadese- secondo i quali gli screening mammografici sostanzialmente non influiscono sulla mortalità per tumore al seno.

In Svizzera infatti gli screening sono stati sospesi. Altri studi danno risultati diversi: secondo la maggior parte delle ricerche, gli screning diminuiscono la mortalità del 15-25 per cento. L’opinione più diffusa tra gli addetti ai lavori è che lo screening mammografico resti utile, anche se non si deve farne un oggetto di culto. Il rischio è che le donne pensino che l’esame serva a non ammalarsi”.

Che cosa si sta facendo invece sul fronte della prevenzione primaria?
“Poco o niente. Si parla di stile di vita (alimentazione, obesità, sedentarietà) che senz’altro incide per l’età “classica”, tra i 50 e i 70 anni, ma difficilmente può spiegare i casi di tumore al seno tra le venti-trentenni. Non conosciamo ancora le cause del cancro al seno, il che significa che non sappiamo ancora come prevenirlo”.

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