domenica 30 novembre 2014

8x1000 alla Chiesa cattolica: alla Corte non tornano i conti.

La Corte dei conti dice la sua sull’8 per mille alla Chiesa cattolica

La Corte dei conti dice la sua e accusa il sistema di assegnazione dell’8 per mille, attraverso una relazione che, se fosse divulgata adeguatamente sul sito del governo e diffusa in televisione quando si fa la dichiarazione dei redditi, probabilmente cambierebbero le scelte degli italiani, prendendo spunto da un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano a firma di Marco Lillo. L’8 per mille è stato introdotto per legge nel 1985, ai tempi di Bettino Craxi, in attuazione del Concordato del 1984
Andando a vedere le cifre nude e crude, scopriamo che la somma totale a disposizione, di cui ha beneficiato la Chiesa cattolica nel 2011, è  dell’82,28%, nonostante solo il 37,93% dei contribuenti abbiano optato in loro favore. La somma totale a disposizione nel 2014 è di un miliardo e 278 milioni, dei quali l’82,45% va alla Chiesa cattolica, per un totale di un miliardo e 54 milioni. Per tutti gli altri le “briciole”, mentre la fetta più grande se l’accaparra la Chiesa evangelica valdese con 40,8 milioni.

Non sono in grado di spiegare l’arzigogolato meccanismo attraverso il quale tutto questo viene reso normale, penso bastino le cifre. Lo Stato italiano si contraddistingue, quindi, per la sua carità cristiana, perché, tradotto il vile moneta, gli italiani avrebbero dato ai vescovi meno di 400 milioni, invece, la Chiesa cattolica, si ritrova con un malloppo molto più alto, praticamente il triplo. Non male la matematica ecclesiastica che, in questo caso, si può dire che abbia una sua opinione ben precisa.
Vuoi dire che il buon Bergoglio non sappia nulla? Lo so, andare contro questo papa è una lotta impari, ma diffido sempre degli ampi consensi, perché alla lunga se ne scopre sempre il perché e il percome, rimanendo molto spesso delusi. Secondo me Bergoglio non assomiglia minimamente a San Francesco, di cui ha preso il nome, neanche nelle funzioni corporali, parafrasando un vecchio detto delle mie parti. Lui ci prova, con la sua aria dimessa a fare un po’ di restyling nella Chiesa, ma ditemi voi, in concreto che cosa ha fatto?
Egli non veste scarpe di marca come il suo predecessore, e non vive in un appartamento lussuoso, va bene gliene diamo atto. Certamente risulta più alla mano e non le manda a dire, va bene anche questo, ma preferirei che le mandasse a “fare”, avvicinando in questo modo questa Chiesa a quella di Gesù, che era partita bene dando semplici ed efficaci “consigli” del tipo: <<Ama il prossimo tuo come te stesso>>, peccato che strada facendo qualcosa si sia perso… e ora ci tocca Bergoglio che, con la sua aria dimessa, è talmente innovativo da mantenere il tutto come prima se non di più.

Sempre da un articolo del Fatto Quotidiano, questa volta a firma di Carlo Tecce, l’assegno del miliardo e rotti di euro che ogni anno la Chiesa cattolica intasca, viene incassato dalla Cei, e poi gestito sul conto di Deutsche Bank che la Santa Sede ha intestato in Germania. Il papa non può non sapere, qualcosa gli è sicuramente giunto presso la sua abitazione in Santa Marta, ma si vede che non lo ritiene degno di nota, meglio scagliarsi contro chi fa mercimonio in Chiesa, facendo pagare i servizi offerti come battesimi, matrimoni, funerali e altro ancora.
Intanto però, ci siamo sorbiti la campagna pubblicitaria “strappalacrime” per l’8 per mille alla Chiesa cattolica, costata “solo” dieci milioni sulle reti Mediaset, una campagna pubblicitaria bene curata, e ideata da Saatchi & Saatchi, una azienda che, tra l’altro, promuove anche le esplorazioni petrolifere dell’Eni.
Non c’è che dire, per convincere gli italiani, solo negli ultimi 4 anni, sono stati spesi 45 milioni di euro, oscurando di fatto lo Stato egli altri “competitor”. Senza contare che non esiste traccia dei contributi ai media di proprietà dei vescovi, come il quotidiano Avvenire, e il canale satellitare Tv2000.
Beh, un po’ più di trasparenza non guasterebbe, dai Bergoglio, fai una cosa di Chiesa, una buona volta, che cosa ti costa? Certo, è tutto “regolare”, gli accordi sono stati fatti e va bene, ma perché “ingannare” la gente che non ti dà l’8 per mille, intascando comunque da loro un bel po’ di euro, senza poi comunicarlo chiaramente?
Dai Bergoglio fatti forza, trova un’occasione per chiedere scusa per questa pubblicità fuorviante, ne guadagnerai sicuramente in umanità, che, secondo me, un po’ ti difetta.


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"La Pistis Sophia" (gnosticismo)

Prima di analizzare alcuni elementi del testo gnostico denominato Pistis Sophia, presentiamo al lettore una premessa introduttiva sulla storia e la composizione dell'opera. Pistis Sophia è solo uno dei testi gnostici, benché certamente uno dei più rilevanti... Di L. Paioro

Altri testi di datazione più giovane del Pistis Sophia, sono: il Vangelo di Filippo, il Vangelo di Mattia, il Vangelo di Tommaso, il Libro di Tommaso l’Atleta, l’Apocrifo di Giovanni, la Natura degli Arconti, l’Origine del Mondo, le Tre Stele di Seth, il Vangelo degli Egiziani, il Secondo Discorso del Grande Seth, il Trattato Bipartito, Eugnosto il Beato e La Sofia di Gesù Cristo. A differenza degli altri testi citati, il Pistis Sophia non fa parte dei manoscritti scoperti a Nag Hammâdi. Tuttavia secondo gli studi ci sono ottimi motivi per ritenere che provenga dalla stessa regione, appartenendo quindi alle stesse comunità gnostiche cristiane. Infatti Pistis Sophia, al pari delle altre opere, è stato scritto in lingua copta e usa riferimenti temporali copti1 nonché diversi riferimenti a nomi di demoni o divinità ricorrenti in testi magici egizianiIl manoscritto appare per la prima volta a Londra nel 1772 e viene acquistato dal bibliofilo A. Askew, per questo è conosciuto anche come Codex Askewianus. Il nome Pistis Sophia fu dato al manoscritto da un certo C.G. Woide incaricato da Askew affinché lo studiasse e lo trascrivesse. Alla morte di Askew lo scritto fu acquistato dal British Museum dove tutt'oggi si trova con la designazione AD 5114. Il Pistis Sophia nel suo insieme risulta essere un collage di quattro manoscritti; diverse infatti risultano le datazioni delle varie parti di cui è composto. Lo studioso che per primo si cimentò nella traduzione e analisi del testo fu il tedesco C. Schmidt, il quale ancora oggi è considerato il principale punto di riferimento per lo studio del manoscritto. Schmidt data il quarto libro alla prima metà del III secolo; gli altri tre libri alla seconda metà del III secolo. La storia, fino ai ritrovamenti di Nag Hammâdi, era quasi completamente all'oscuro del pensiero e della letteratura gnostica anche a seguito della capillare e rigida opera di distruzione dei documenti gnostici da parte della Chiesa Cattolica dopo il concilio di NiceaIl testo del Pistis Sophia fu uno dei rari elementi a disposizione degli studiosi per la ricostruzione del pensiero gnostico cristiano, oltre agli scritti di Ireneo2, Tertulliano3 e degli altri eresiologi del tempo. Questi, comunque, più che documentare il pensiero gnostico al fine di comprenderlo, erano impeganti nella confutazione dello stesso, pertanto non possono essere considerati una fonte storica esatta, come d'altra parte è stato dimostrato dai manoscritti di Nag Hammâdi. Infatti il contenuto di tali scritti ci riporta una prospettiva delle dottrine gnostiche cristiane spesso contrastante con le affermazioni degli eresiologi.

La cosmogonia
La struttura cosmogonica e lo stile letterario fanno ricondurre il testo alla comunità gnostica degli Ofiti, detti anche Naasseni (dal greco òphis e dall'ebraico nâhâsh, serpente). Qui di seguito riporterò un sunto tratto dagli studi effettuati da C. Schmidt e dall'analisi del testo. All'apice dell'universo vi è un Dio ineffabile, infinito, inaccessibile, che costituisce il grado supremo dell'essere, luce e potere dal quale emana ogni cosa: “[...] luce delle luci, luoghi della verità e del bene, luogo del santo di tutti i santi, luogo nel quale non c’è né donna né uomo, luogo (nel quale) non vi sono forme, ma solo una continua e indescrivibile luce” (cap. 143). Attorno a lui vi sono tre spazi nei quali si trovano i più grandi misteri ai quali l'uomo possa accedere: il I° spazio è lo spazio dell'ineffabile; il II° spazio è il primo spazio del primo mistero; il III° spazio è il secondo spazio del primo mistero. Dal primo mistero trasse origine ogni emanazione, egli è immagine perfetta dell'ineffabile, egli governa l'universo, egli decretò le peripezie di Sophia, egli salva l'umanità dal potere degli arconti, egli è il padre di Gesù, egli è il mistero che guarda dentro (verso l'assoluto), mentre Gesù è il mistero che guarda fuori (verso il contingente). Dal primo mistero provengono i senza padre, i dotati di triplice forza, ecc. ecc. Al di sotto del mondo dell'ineffabile e inaccessibile si trova il mondo della luce pura, la terra della luce pura, con tre immense regioni:
1) la regione del tesoro della luce ove sono raccolte le anime che ricevettero i misteri; quivi si trovano le emanazioni e gli ordini con i sette amen, le sette voci, i cinque alberi, i tre amen, il fanciullo del fanciullo, i dodici salvatori preposti ai dodici ordini, i nove custodi delle tre porte del tesoro della luce;
2) vi è poi la regione di destra o luogo della destra con sei grandi principi aventi il compito di estrarre dagli eoni e dal cosmo inferiore le particelle di luce e ricondurle nel tesoro; grande messaggero è Jeu, detto pure primo uomo, vescovo della luce, provveditore del cosmo inferiore;
3) la terza è la regione di mezzo nella quale troviamo sei grandi entità di maggiore spicco: 1) Melchisedec il grande ricevitore della luce; 2) il grande Sabaoth detto anche padre di Gesù in quanto prese la sua anima e la gettò nel grembo di Maria; 3) il grande Jao avente al suo servizio 12 diaconi dai quali Gesù trasse le anime dei 12 apostoli; 4) il piccolo Jao, dal quale Gesù prese una forza luminosa e la gettò nel grembo di Elisabetta per la nascita di Giovanni Battista, suo precursore; 5) il piccolo Sabaoth; 6) al di sopra di questa entità eccelle la vergine luce giudicatrice delle anime e quindi dispensatrice di felicità eterna e di tormenti: al suo servizio vi sono i ricevitori, sette vergini luminose con quindici assistenti.

Al di sotto del mondo della luce pura abbiamo il mondo degli eoni o mondo della miscela di materia e luce: è caratterizzato dalla commistione tra luce e materia, effetto della rottura dell'originaria integrità; qui dunque è necessaria l'operazione purificatrice e raffinatrice, affinché la luce ritorni alla sua origine (nel tesoro della luce) e la materia sia accantonata in attesa della sua distruzione. È il mondo del drammatico scontro tra luce e tenebre, tra bene e male. Come i due precedenti, anche il mondo degli eoni consta di tre regioni: la regione di sinistra, la regione degli uomini, la regione inferiore (inferi, caos, tenebre). La regione di sinistra era, nei primordi - all'epoca della integrità - la regione di 12 eoni: sei per Sabaoth Adamas, e sei per suo fratello Jabraoth; i loro arconti erano uniti rispettivamente in tre sizigie e coppie; ma i fratelli furono cattivati dalla brama sessuale nell'intento di crearsi un regno di esseri inferiori dipendenti: interruppero così il mistero della luce con la pratica dell'unione sessuale; per comando del primo mistero, Jeu li vincolò nelle loro immutabili sfere terrestri; davanti alla vendetta, Jabraoth si pentì e con lui i suoi: perciò fu creato un tredicesimo eone (che in altri scritti gnostici, è detto ogdoade) sovrastante infinitamente gli altri dodici; e in questo eone fu trasferito Jabraoth, i suoi e, in seguito, da Gesù, furono posti Abramo, Isacco, Giacobbe. Gli abitanti del tredicesimo Eone dominano i dodici eoni e, vicini al mondo della luce pura, aspirano a essa. Ma in questo tredicesimo eone è già entrata la miscela cioè luce e materia, perciò è detto pure luogo della giustizia. In esso si trovano: il padre primordiale, i tre dotati di triplice forza, i ricevitori o ricevitori vendicativi che strappano le anime giuste che ancora non ricevettero i misteri e le conducono alla vergine di luce (uno di questi tre è l'Arrogante che vedremo in seguito), e ancora i 24 invisibili, emanati dall'invisibile padre primordiale, fratelli e compagni di Pistis Sophia tra i quali c'è pure il suo compagno (una figura, quest'ultima, non meglio definita). A enorme distanza si trovano i 12 eoni, regno di Sabaoth Adamas, grande tiranno, il re Adamas, che seguita la sua azione procreatrice ed una moltitudine di arconti, angeli, arcangeli, ecc… e di esseri inferiori. Nell'ambito della prima regione e sotto il dominio dei 12 eoni si trovano ancora il destino, la prima e la seconda sfera, gli arconti di mezzo e il firmamento. Andiamo ora ad analizzare alcuni punti chiave del testo.

La permanenza di Gesù
È interessante notare come il Pistis Sophia sia il testo più generoso in termini di tempo nell’indicare la permanenza di Gesù sulla terra dopo la resurrezione, allo scopo di istruire gli apostoli sui misteri. Infatti nel primo capitolo afferma: «Dopo che Gesù risorse dai morti trascorse undici anni con i suoi discepoli durante i quali si intrattenne con essi istruendoli soltanto fino ai luoghi del primo comandamento e fino ai luoghi del primo mistero al di là della cortina, all’interno del primo comandamento, cioè il ventiquattresimo mistero esterno e inferiore; questi (ventiquattro misteri) si trovano nel secondo spazio del primo mistero, anteriore a tutti i misteri: il padre dall’aspetto di colomba». Quindi Gesù istruisce i propri discepoli per 11 anni dopo la resurrezione fino ad un certo livello di conoscenza; in seguito li istruì a gradi di conoscenza superiori. Il Pistis Sophia, infatti vuole trasmettere una conoscenza (gnosi) di tale livello di profondità da richiedere a Gesù una ascesa al cielo e relativa trasfigurazione descritte nei capitoli successivi5A titolo di confronto con altri testi riguardo la permanenza di Gesù riportiamo che nel libro di Luca “Gli atti degli apostoli” vengono indicati 40 giorni (I, 3); nell’Ascensione di Isaia si narra di 545 giorni (9, 16); ne la “notizia di Ireneo sugli Ofiti” si dice: “Gesù poi dopo la resurrezione è rimasto (in terra) per 18 mesi” (I, 30); ne la “Lettera degli apostoli” la dimora del risorto si protrasse per 7 giorni durante i quali Gesù fa loro “vedere tutto, come aveva promesso” (3, 9 e ss.).

Il ruolo delle donne

sabato 29 novembre 2014

La storia segreta dell'Italia del sud: l'annientamento di una meravigliosa prosperità

 UN REGNO RICCO FELICE E CON BENESSERE - distrutto con una rivoluzione colorata

 



Il benessere nel Regno delle Due Sicilie


di Fara Misuraca e Alfonso Grasso
A più di 60 anni dalla caduta della monarchia sabauda e dalla nascita della Repubblica Italiana, la storiografia tende ancora oggi a sottovalutare un aspetto essenziale: il Regno delle Due Sicilie ha visto il suo tramonto perché oggettivamente rappresentava un elemento storicamente e politicamente superato, e non perché fosse un aggregato di barbari o di cafoni, degno di essere colonizzato e civilizzato da popolazioni portatrici di alte virtù civili, morali e militari.
Riscrivere la storia è un esercizio che viene fatto solo quando c’è di mezzo un interesse politico e economico. Oggi in pochi pensano che ne valga la pena per l’Antico Regno, essendo gli interessi della maggioranza rivolti a tutt’altro e, soprattutto, essendo questi interessi ancora concentrati in quella parte del Paese che abilmente seppe volgere a suo vantaggio la crisi degli Stati indipendenti preunitari.
Inoltre, chi si prende la briga di riscrivere, more solito, riscrive a sua volta a proprio uso e consumo, tralasciando quella che dovrebbe essere la caratteristica principale della Storia: l’obiettività.
In questa sede quindi ci piace ricordare che il Regno delle Due Sicilie non era uno staterello nato come contropartita ad una fuggevole alleanza, bensì lo Stato italiano preunitario più antico e più esteso territorialmente, comprendendo tutto il Sud continentale d’Italia: Campania, Calabrie, Puglie, Abruzzi, Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia [1]. La sua situazione economica era, rispetto a quella dei molti altri stati italici, una delle più floride.

Lo studio, non preconcetto, della sua storia ci trasmette l’immagine di un Regno e di una società non sradicati dalle correnti del pensiero illuministico europeo, di una amministrazione che cerca, a dispetto del ribellismo popolare e tra gli sconvolgimenti sollevati dalla rivoluzione francese e dalla occupazione napoleonica, di spezzare i tradizionali e duri a morire rapporti feudali e di avviare una industrializzazione, in alcuni settori chiave come la siderurgia, leminiere, l’enologia, la navigazione, ecc. (cfr: I records del Regno delle due Sicilie).
È necessario però tenere presente che stiamo pur sempre parlando di uno stato assoluto, e che la ricchezza, come il potere, era concentrata in poche mani: quelle del sovrano e dell’aristocrazia. Scarsa era la presenza della borghesia, praticamente ininfluente la presenza operaia, non organizzata e priva di una coscienza di classe. Con Carlo di Borbone ed il ritorno alla indipendenza dalla Spagna, si avvia un processo di modernizzazione della macchina burocratica con nuovi codici, leggi e regolamenti.
Si avvia la sprovincializzazione della cultura meridionale. Si cerca anche di fare sorgere una coscienza “nazionale”, che tuttavia cozza contro l’atavica contrapposizione tra Napoli e Sicilia, aggravata ancora di più dalle differenti vicende vissute dai due Regni tra il 1799 e il 1815 (La Repubblica Napoletanail periodo napoleonicoil protezionismo inglese).
Da Carlo III in poi assistiamo allo sviluppo di industrie a carattere artistico, come quella della porcellana, della ceramica e della seta di pregio. Tra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800, furono costituite le prime società per il funzionamento della ferrovia, della navigazione, dell’illuminazione a gas, per la tessitura.
Fu favorito l’allevamento degli ovini, al fine di incrementare la produzione e l’arte della lana, contemporaneamente a quella del lino e del cotone. Molto importante divenne anche la lavorazione del ferro, con la creazione di industrie metallurgiche e meccaniche.
Ferdinando II fece impiantare nella città di Napoli un arsenale, un cantiere navale, e delle fabbriche di armi che diedero lavoro a molti napoletani, consentendogli anche di specializzarsi e di venire a conoscenza di alcune tecniche di lavorazione fondamentali. 
Fu potenziata la lavorazione delle pelli, e per alcuni manufatti, come ad esempio i guanti, si raggiunsero livelli d’eccellenza, favorendo il Mady in Naples nei commerci con l’estero. Sorsero fabbriche per la lavorazione dei vetri e del cristallo, i cui prodotti venivano inviati anche nelle Americhe (cfr: elenco monografie in calce).
Tutto ciò, se ebbe un peso nell’arricchire l’Erario, certamente non influì sulla gran massa della popolazione che rimaneva rurale e in una condizione semifeudale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che il ministro De Medici prima e Ferdinando II poi, hanno avuto il loro bel da fare per cercare di liberarsi dall’influenza inglese (E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Roma 1945).
Il Regno si trovò spesso in difficoltà nella grande politica internazionale del tempo, in quanto era veramente difficile acquisire una posizione autonoma nell’ambito dei rapporti tra le varie potenze. Basti pensare ad esempio alla vicenda del “privilegio di bandiera” di cui godevano Inghilterra, Francia e Spagna: Murat lo aveva abrogato, ma poi il Congresso di Vienna si affrettò a ripristinarlo. Bisognerà aspettare il 1845 perché il Regno delle Due Sicilie potesse vedere accolto, nei suoi rapporti commerciali con le altre potenze europee, il cosiddetto “principio di reciprocità”.
E non dimentichiamo neppure la umiliazione che Ferdinando II dovette subire in seguito all’affaire Taix-Aycard per il commercio degli zolfi. Episodi di questo genere non impedirono tuttavia al Regno di svolgere i suoi traffici commerciali, in discreta autonomia, e che al suo interno sorgessero numeroso fabbriche ed imprese. Il sito ha dedicato a tale sviluppo numerose pagine.
Qui basti ricordare: l’industria metalmeccanica e siderurgica, con circa 100 opifici metalmeccanici, di cui 21 con più di 100 addetti, e l’eccellenza costituita dallo stabilimento di Stato di Pietrarsa; la Cantieristica navale (Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, l’Arsenale di Napoli con annesso bacino in muratura, i Florio con la loro fonderia i loro cantieri e le loro cantine a Palermo); l’industria tessile, capillarmente diffusa in tutto il Regno; le circa duecento cartiere; i pastifici alimentari; le fabbriche di cristalli e ceramiche, tra cui la rinomata Capodimonte.
È possibile analizzare la situazione finanziaria, di bilancio e fiscale del Regno con consapevolezza che le vicende economiche e politiche non sono mai indipendenti le une dalle altre, ma si intrecciano e vanno a formare un complesso sistema, in cui l'evidenza delle cose è solo la punta dell'iceberg.
La documentazione che va dal 1848 al 1859 fornisce alcuni spunti per introdurre la riflessione. Nel 1848 il Regno fu colpito dalla violenza dei moti rivoluzionari, sedati nel 1849. Si determinò una contrazione degli introiti effettivi rispetto a quelli preventivati, e parallelamente un forte aumento delle spese, a testimonianza del processo di ricostruzione e "normalizzazione" seguito alla restaurazione. 
Variabilità che potrebbe essere stata causata anche, specialmente per i dati degli ultimi anni, dalla crescente ostilità manifestata dal Regno Piemontese, che conduceva la politica di annessione degli stati sparsi sulla penisola italiana, e dalla continua e persistente instabilità della Sicilia, riconducibile alle istanze di autonomia politica che da lì provenivano.
Una interpretazione in tale senso ci viene data dallo scritto di Savarese, “Le Finanze Napoletane e le Finanze Piemontesi dal 1848 al 1860”: La storia delle nostre finanze è la storia delle nostre rivoluzioni, e delle restaurazioni che a quelle si sono succedute.
La relazione Sacchi
Subito dopo l'annessione del 1861 delle Due Sicilie al Piemonte, un ministro sabaudo, Vittorio Sacchi, titolare del Ministero delle Finanze in Napoli dal 1° aprile al 31 ottobre 1861, fece circolare un resoconto in cui si sosteneva che nel 1860 l'ex Regno di Napoli avevano presentato un disavanzo di 62 milioni di ducati, dipingendo l'Antico Regno come gravato di debiti, destinato al fallimento, se non fosse intervenuta la "pietosa mano piemontese".
Un funzionario napoletano, Giacomo Savarese, si sentì in dovere di controbattere, dati alla mano e per iscritto.
La replica del Savarese
La sua prima considerazione è di natura fiscale: con l’ascesa al trono di Carlo III nel 1734, il governo Tanucci avviò una politica tesa all’abbattimento della pressione fiscale e del debito pubblico. Questa politica fu scrupolosamente seguita dai suoi successori, ed identificata quale strumento di stabilità dello Stato, che aveva quali principi basilari il rispetto della proprietà privata, la solidarietà sociale e l’amicizia con gli altri Paesi.
Il governo del ministro de’Medici continuò la politica del Tanucci per la quale "le risorse finanziarie non vanno ricercate nell’indebitamento, né in nuove imposte, ma esclusivamente nell’ordine e nella, perché veramente il miglior governo è quello che costa meno".
L’imposizione diretta fu fissata come segue (Decreto del 10 agosto 1815):
I tributi diretti ed indiretti non furono mai più aumentati né in numero né in aliquota, tranne in circostanze particolarissime e per tempi limitati, eppure le entrate passarono dai 16 milioni di ducati del 1815, ai 30 milioni del 1859, a dimostrazione della crescita generale di quella fiorente economia.
Le entrate pubbliche rimasero strettamente correlate alla ricchezza generale: "entrambi questi patrimoni sono soggetti alle medesime leggi; crescono e decrescono insieme, ma la proporzione rimane sempre la stessa. Or se vi è un paese dove questa regola sia stata rigorosamente applicata, e fino alla superstizione, noi non temiamo di affermare che questo paese è stato il Regno di Napoli".
La nota rivolta carbonara del 1820, cui seguì l’esperienza costituzionale, la sommossa siciliana, quindi l’intervento e l’occupazione austriaca, costò allo Stato 80 milioni di ducati e gli interessi del debito pubblico consolidato, che nel 1820 erano di 1,42 milioni di ducati annui, passarono a 5,19 milioni di ducati.
Ma non si ricorse a nuove tasse, bensì le risorse furono cercate nel risparmio. Rivoluzionario per l’epoca, fu il nuovo regolamento del 15 dicembre 1823, con cui fu introdotta la Tesoreria Unica, sottoponendo le spese allo stretto controllo del Ministro delle Finanze. Inoltre le dogane e la vendita dei generi di monopolio furono dati in concessione (regie interessate), con un aumento del relativo introito da 4,65 milioni di ducati annui a 5,83 milioni.
Nel 1830 Ferdinando II, re a venti anni, promulgò nuove misure a sostegno dell’economia. Il de’Medici era morto e fu nominato Ministro delle Finanze il marchese d’Andrea. In pochi anni gli interessi sul debito pubblico si ridussero a 4,15 milioni di ducati; furono costruiti le prime vie ferrate; si gettarono ponti in ferro sui fiumi; la Marina Militare fu dotata di undici navi a vapore; l’industria progredì ed il bilancio offriva un avanzo di cassa.
Gli avvenimenti degli anni 1848-49, l’intervento a fianco del Piemonte e la composizione della nuova rivolta siciliana, gravarono l’erario per oltre 30 milioni: gli interessi sul debito pubblico passarono da 4,15 milioni a 5,19 milioni e si ebbe un deficit di cassa di ben 15,73 milioni di ducati.
Ma anche in tale occasione non si fece ricorso a nuove tasse: il fabbisogno fu colmato con l’emissione di una rendita che fruttò 11,12 milioni, e con la riscossione di crediti per 8,42 milioni.
LEGGETE ANCHE :
http://decamentelibera.blogspot.it/2014/06/zolfo-oro-di-lucifero.html 
http://decamentelibera.blogspot.it/2014/06/prima-nave-vapore-del-mediterraneo.html

LIBRO CORRELATO: Terroni di Pino Aprile.