martedì 5 agosto 2014

IL SUICIDIO CULTURALE DELL'ITALIA

Il suicidio culturale dell'ItaliaEsportiamo laureati e importiamo manodopera di bassa qualifica. Lentamente l'Italia, malgrado la sua ricchezza, accresce il livello medio di ignoranza. Studiare da noi non conviene, nemmeno agli immigrati

L'Italia ha ormai imboccato la via del suicidio culturale. Non è bastato un ventennio di balletti e varietà televisivi per creare modelli di basso profilo. Si poteva fare di più, ed effettivamente lo stiamo facendo. Stiamo mettendo in piedi un sistema scientifico di produzione dell'ignoranza, secondo una ricetta ormai collaudata fatta di immobilismo, scarsi investimenti nella ricerca, ma anche su una politica migratoria autolesionista.

L'Italia importa soprattutto manodopera a basso costo, senza competenze specifiche, destinata spesso alla clandestinità, a lavori precari e senza contratto. Esporta, al contrario, una generazione di giovani con un'alta formazione, conoscenza delle lingue ed esperienza internazionale.
A me se gli immigrati vengono a vivere nel nostro paese può far solo piacere, mi sento un po' meno tribale e più ricco di stimoli. E poi sono loro che tengono in vita i nostri vecchi, pagando i contributi, e cambiando i pannoloni.
Chi ci governa però dovrebbe fare due conti. Tutti gli indici di studio dicono la stesa cosa: questo è un paese per vecchi, buono per trovar lavoro a delle badanti. È un paese troppo stretto, invece, per chi cerca un lavoro qualificato e non ha santi in paradiso.
Mi ha colpito un articolo su El confidencial, titolato "Il suicidio migratorio italiano". Un reportage su questo strano paese, sul quale anche gli stessi Spagnoli, che economicamente non se la passano meglio di noi, trovano da ridire, per le enormi contraddizioni che si ritrova: passiamo per il paese che ha deciso di importare collaboratori domestici ed esportare giovani laureati. Il saldo delle migrazioni in termini numerici rimane, per così dire, positivo. 

L'emigrazione dalla Penisola negli ultimi anni è cresciuta di oltre il 30%, ma gli stranieri continuano ad arrivare in gran numero, per fortuna. Cosa importa se la metà di quelli che se ne vanno hanno laurea, mentre 9 cittadini extracomunitari su dieci hanno un impiego che richiede una bassa qualifica
Il modello che hanno creato le tv è perfetto, la cultura in questo Paese non serve certo a cercare lavoro, né a diventare ricchi e potenti. Basta guardare al Parlamento per accorgersene. Verificare i possessori di auto e case di lusso. O consultare i dati dell''Eurostat: per i laureati tra i 25-39 anni, la probabilità di essere occupati è pari a quella dei diplomati.
Certo un paese di vecchi è l'Eldorado per chi cerca lavoro nell'assistenza, andando a coprire un vuoto dei servizi sociali, e un terreno bruciato per i nostri connazionali. Solo nel 2011 ci sono stati 170 mila nuovi posti di lavoro come colf e badanti.
Se in Italia ci sono sempre meno posti di lavoro per i laureati, perché continuare a intasare le Università? O cambiamo sistema o facciamo i conti con la realtà proponendoci come colf e badanti.

Il suicidio culturale all'italiana ha diversi moventi tra cui la rassegnazione, la gerontocrazia, ma si basa anzitutto su una storica ignoranza che partorisce nuova ignoranza.
L'Italia ha un 20% di laureati rispetto alla media europea del 30%. Meno di due lavoratori dipendenti su 10 (nel settore privato) hanno finito l'università, contro una media europea di 3 e punte di 4 su 10 in Gran Bretagna e Spagna

Il paradosso però è che i pochi laureti che abbiamo li lasciamo fuggire e attiriamo come il miele manodopera di basso profilo culturale, quella che una volta partiva dal Sud Italia e andava negli Stati Uniti o in Germania a costruire ponti e autostrade. Gli immigrati qualificati in effetti non scelgono l'Italia come meta. Secondo un'informativa della Rete Europea sulle Migrazioni, i lavoratori non comunitari altamente qualificati presenti nel Paese sono 71.761, un numero molto inferiore rispetto a Spagna (116.250), Francia (171.921), Germania (453.172) o Regno Unito (574.111).
Vent'anni fa ho conosciuto laureati africani costretti a vendere accendini e collanine sulle spiagge. Ma temo di aver conosciuto un'altra epoca di immigrazione. Questa frustrazione oggi gli immigrati possono anche evitarsela. Non serve né al nostro né al loro successo, a meno che non vogliano coltivare le arti dello spirito. Siamo ancora un Paese ricco, ricchissimo. Ma pieno di ignoranti.
di Gabriele Bindi

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