mercoledì 23 luglio 2014

Abbiamo molte più cose in comune con un albero che con un circuito integrato

Quando entro in un vivaio ho sempre una strana sensazione: che gli alberi e le piante siano lì come orfanelli o cani abbandonati che aspettano un nuovo genitore o padrone.
Se ne stanno lì, con il loro cartellino appeso ad un ramo (c'è qualcosa, oggi, che non ha un prezzo?), a volte ammassati gli uni contro gli altri in un innaturale sovraffollamento che ne limita le potenzialità.
Li guardo e vorrei portarmeli a casa, non solo perchè sono belli ma anche perchè mi sembrano infelici, forzatamente anonimi in attesa di manifestare personalità.

Cosa promette un albero?
Tantissimo, e mantiene sempre le promesse: silenziosa compagnia, cresce con noi, diventa depositario di vita e ricordi, ti dà la misura del tempo, della vita, della natura, ti ricorda che non sei nato per rinchiuderti tra quattro mura pensando di interagire con il resto del mondo, per esempio, solo attraverso un monitor.

Sono poche le cose più belle di un albero, una è forse comprare un albero insieme alla persona che si ama perchè un albero è soprattutto una promessa di vita e di futuro, più di un anello di fidanzamento e certamente più di una borsa di Vuitton, per quanto, magari, di minor valore pecuniario ma infinitamente più significativo.

Ecco perchè, quando agli alberi che hai comprato e trapiantato iniziano a seccare le foglie, ti scocci.  Cosa caspita hai sbagliato? Troppa acqua? Poca acqua? Stress da trapianto? Parassiti marziani invisibili?
Cazzo avete, Acer palmatum scolopendrifolium e Acer platanoides crimson, da sembrare alberi in autunno, con tutte le fogliette gialline e macilente e l'aria patita? I bastardi non rispondono... ah già... compagnia silenziosa.
Dal che si desume che, oltre al resto, gli alberi sanno anche soffrire in silenzio.

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