lunedì 19 maggio 2014

"Dio come Unità"



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"Vedi l'unità nella diversità,
l'Uno divino appare nelle molte forme,
immensa è la sua vastità,
indescrivibile la sua gloria.
Tutte le infinite terre,
i soli e i pianeti che sono visti e quelli oltre la nostra percezione,
esistono per suo comando.
Accesa in varie forme,
l'eterna fiamma è Una.
Illuminando il mondo con i raggi dorati all'alba,
dipingendo le nubi della sera con cangianti colori,
il sole è uno." (Rig Veda).

L'Induismo è una religione che, pur avendo un nutrito pantheon di divinità, crede nell’esistenza di un unico Essere divino che racchiude in sé ogni divinità, essere vivente ed elemento del mondo visibile ed invisibile. Per le sue caratteristiche è difficile classificare in un solo termine tale culto, infatti dire che si tratta di monoteismo è sbagliato per come intendiamo in occidente suddetto termine, perché si tratta di un Dio unico che si esprime però in infiniti modi e forme, della personificazione dell’esistente stesso a cui sono stati dati nomi diversi a seconda della scuola di pensiero o culto devozionale. In india filosofia e religione non sono considerate due attività separate, ma presupponendo l’esperienza diretta della Verità, attraverso l’unione con Dio, si può parlare più propriamente di misticismo, che in questo caso pone l'accento sull'approccio introspettivo. 
Nell'Induismo una delle nozioni principali è che la realtà è Una: il mondo, l'uomo, gli Dèi, le cose che sono state, sono e saranno, fanno parte della medesima Realtà denominata Brahman (o con altri nomi in alcuni culti devozionali) e quando la persona raggiunge l’illuminazione può dire di essere il divino, poiché con esso diviene totalmente identificato. Il Brahman è l'uno, l’ Assoluto, radice e fondamento di tutto, il maestro interiore ed il fine di ogni Anima incarnata sul pianeta. 
Il mondo è considerato increato ed inconsistente di per sé, concepito come Maya (illusione) e descritto talvolta come il gioco di Dio (lila) o la materiale manifestazione dell'eterno esistente. Lila, dal sanscrito passatempo o gioco, è un concetto della religione induista che descrivere l'intera realtà, incluso il cosmo, come prodotto del gioco creativo dell'assoluto divino, il Brahman. Parlare di inizio o di fine, di creazione e di distruzione, è esatto solo dal momento che ci si riferisce alla dimensione della forma, che muta attraverso processi ciclici in cui le cose oscillano tra il noto e l’ignoto, la materia e l’energia, mentre escono e rientrano dalla loro eterna Origine. Tutto ciò che vediamo, tocchiamo e percepiamo fa parte dello stesso Brahman, che manifesta se stesso, nei suoi molteplici aspetti, attraverso ogni cosa esistente, in quanto è la Realtà di cui tutto è proiezione. Per comprendere questo concetto possiamo fare l’esempio dello specchio, in cui l’Assoluto rappresenta l’immagine reale che si specchia nel mondo, mentre la sua proiezione rasenta la realtà virtuale in cui viviamo, ologramma del divino. 
Solo se si considera l’individualità di ogni aspetto si può parlare di inizio e di fine, di nascita e di morte, ma chi pensa in questi termini osserva il mondo da una prospettiva limitata e materialistica, mentre da un punto di vista più ampio ogni cosa accade sempre all’interno di Brahman e sarà eternamente parte di lui. 
A questo proposito possiamo dedurre che l'uomo non muore mai realmente, anzi dal punto di vista divino in realtà egli non è mai nato - nonostante abbia assunto molte forme nelle varie reincarnazioni - ma proprio come un onda nell’oceano si è solo virtualmente individualizzato, in quanto quest’individualità stessa viene sempre vissuta all’interno del tutto. Infatti, nella Bhagavad Gita, Krsna dice ad Arjuna: "Non ci fu mai un tempo in cui non ero, io, tu, e questi prìncipi tutti, né ci sarà mai un tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo questa esistenza. A quel modo che in questo corpo il sé incorporato passa attraverso l'infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, così, alla morte, egli assume un altro corpo. Il forte non è su ciò mai perplesso" (2,13-14). In altre parole, l’essenza di ogni essere, la parte più profonda e reale della sua persona, è l'Atman (la coscienza), ed essa è della stessa sostanza del Brahman. "Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v'è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore, quando muore il corpo…A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il suo sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi"(Bhagavad Gita, 2, 21-23). 
In questo frangente si parla del cambiamento dei corpi fisici, fenomeno dal nome reincarnazione, che rappresenta uno dei concetti cardine non solo dell’induismo, ma accomuna addirittura gran parte delle principali culture orientali, implicando appunto il paragone della morte corporale con il cambio d’abito. 
In quest’ottica l’abbandono del corpo non rappresenta la fine dell’esperienza terrena, ma piuttosto un cambio di forma necessario dal momento che il corpo, quando vecchio e logoro, non è più in grado di svolgere la sua funzione di veicolo attraverso il quale l’essenza si realizza, proprio come è necessario cambiare un abito troppo consumato. Ognuno di noi era in cammino fin dall'eternità, ha attraversato molte esperienze, diverse forme, e per l’eternità esisterà, sempre è stato e sempre sarà; tutto questo è assimilabile al principio, condiviso anche dalla nostra scienza, per il quale niente si crea e niente si distrugge. Come un’onda siamo emersi dal seno del Brahman fino alla superficiale e periferica dimensione materiale e, consapevolmente o meno, abbiamo sempre fluttuato in quell'oceano, che è il fenomeno cosmico, e ancora fluttueremo, fino a quando con la Liberazione (Moksha o Mukti) non dissolveremo l’illusoria forma, per tornare consapevolmente in seno al Brahman. In sintesi, Dio, per l'Induismo, è sia personale che impersonale: il Brahman-Atman delle Upanisad è un Assoluto impersonale, mentre la Bhagavad Gita introduce una concezione personale di Dio come Persona suprema; parimenti non è mai tramontata la devozione per il nutrito pantheon vedico costituito dai vari Deva come Vishnu, Shiva e le Shakti, sapendo perfettamente che questi non erano degli Dèi individuali, bensì le incarnazioni dei vari aspetti divini. Per quanto riguarda la Trimurti (Brahma come creatore, Visnu il conservatore e Shiva il distruttore) si tratta di un elaborazione teologica relativamente moderna, che non possiede particolari movimenti devozionali, ma rasenta piuttosto il tentativo di creare un quadro generale unificando le varie correnti che compongono l’induismo. Talvolta viene erroneamente accomunata alla Trinità cristiana, ma in questo contesto non sono tre distinte persone, piuttosto è il triplice modo di manifestarsi dell'unica sostanza divina, che racchiude in sé ogni cosa esistente. 

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